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Emergenza: ex in corsia!

di CAROL MARINELLI

Ogni medico del Pronto Soccorso trema all'idea di poter riconoscere qualche paziente in questo reparto, persino il razionale ed efficiente dottor James Morrell. Rimane quindi doppiamente scioccato quando si imbatte in una donna priva di sensi identica alla sua ex moglie!

Lorna McClelland non sopporta di essere bloccata in un letto d'ospedale e di dover dipendere proprio dall'uomo che l'ha ferita di più. Tuttavia, una volta guarita, si rende conto che la passione che la lega a James è tutt'altro che sbiadita.

 

4

Il reparto di Terapia Intensiva tenne costantemente informato il professor Morrell sui progressi di Lorna.

Nonostante le proteste di Ellie, James si era praticamente trasferito nell'ospedale, lavorando come al solito, o fissando il soffitto dallo scomodo lettino nella stanza dei dottori, in attesa di una telefonata.

Dopo circa tre giorni, e due tentativi falliti, staccarono Lorna dal respiratore. Ancora ventiquattro ore, e il martedì mattina fu trasferita in un altro reparto.

La situazione sembrava incoraggiante, purtroppo il livello di coscienza di Lorna non era costante. Appariva disorientata e confusa, a tratti non ricordava neanche il suo nome.

May non aveva detto niente, ma ormai tutti sapevano che l'ultima paziente ricoverata dopo il grave incidente stradale era l'ex moglie del dottor Morrell, e lui un uomo assolutamente distrutto.

E questa era l'unica cosa non vera. Certo, lo shock di rivederla dopo tanto tempo era stato forte, le ore di ansia, sapendola a rischio di vita, terribili.

James aveva ceduto all'emozione soltanto una volta, mentre Lorna era ancora in Rianimazione, ma adesso stava bene.

«Sto bene» rispondeva infatti a tutti coloro che glielo chiedevano.

Lo disse anche a Ellie, che lo tempestava di domande. Perché non telefonava, e non voleva parlare di quanto era successo? «Sto bene, ma ho molto da fare, tutto qui.»

«Sto bene, davvero» rispose ad Abby, che gli dimostrò grande comprensione, e gli prometteva di essere pronta ad ascoltarlo, se avesse voluto confidarsi.

Perfino McClelland gli chiese come stava, giusto una settimana dopo l'incidente, quando scese a cercarlo. James era in riunione con May, a discutere della preoccupante mancanza di dottori.

«Vorrei ringraziare di persona te e gli infermieri» disse il pastore, stringendogli la mano. James provò la sgradevole sensazione di toccare un serpente. «Betty e io ripartiamo oggi, ora che Lorna sta guarendo. In questo fine settimana raccogliamo i contributi per la nostra chiesa, ringrazierò anche tutti i fedeli della congregazione per le loro preghiere.»

Anche io ho sperato, e pregato, non sa quanto, pensò James. Ma per il padre di Lorna, ovviamente, le sue intenzioni non avevano alcun valore.          

«Buon viaggio» gli augurò, raccogliendo i suoi appunti. Non aveva altro da dire. In realtà, preferiva non toccare il lungo elenco degli argomenti lasciati in sospeso al momento del divorzio.

«Un'altra cosa» aggiunse McClelland, con il tipico, cantilenante accento scozzese. Guai in vista, pensò James. Chissà perché, quella stessa cadenza, così piacevole in Lorna, suonava sgradita nella voce di suo padre. «Sicuramente comprenderai che Lorna sta male, è molto a disagio.»   «È normale, nei primi giorni» replicò James, fingendo di non capire. «Se il dolore è forte, vedrò di intervenire.»

«Non parlavo di questo» scattò il pastore. «Lorna soffre perché si trova nel tuo stesso ospedale!»

«Davvero?» chiese lui, scettico. Strano. Forse Lorna già sapeva di trovarsi nell'ospedale dove lavorava l'ex marito. Ma fino a poche ore prima gli avevano detto che non aveva ripreso totalmente coscienza, al punto da non ricordare ancora il proprio nome.

«È stata molto precisa al riguardo. Non vuole che tu vada a trovarla.»

«Non è successo.»

«Lo so. Ma adesso noi partiamo, e vorremmo esere sicuri che il suo desiderio sia rispettato.»

Non potrete sorvegliare il suo letto a distanza, pensò James.

«Passerà molto tempo, prima che Lorna guarisca» continuò McClelland. «E dopo riprenderà la sua vita, insieme a un giovane dottore che in questo momento lavora in Kenya.»

«Andrà tutto bene.»

«Ancora meglio se le resterai lontano» disse il pastore, tendendo la mano. James si rifiutò di stringerla. Inutile fingere cordialità, ora che non aveva più niente a che vedere con tutta la famiglia. «Voglio dire soltanto che, se hai a cuore il benessere di mia figlia, non devi avvicinarla» aggiunse, allontanandosi.

«Benissimo» replicò James, alle spalle dell'uomo.

May aveva sentito tutto. «Che persona squisita» commentò, ironica.

«Sempre uguale» mormorò James. «Certe persone non cambiano mai.»

«Andrai da Lorna, adesso?»

«No, non credo. È inutile rivangare il passato.»

«A me sembra che sia già stato più volte arato a fondo, James. Vai a prenderti un caffè, ma nel tuo studio.» Non era un consiglio, bensì un ordine.

«Non ne ho voglia, May.» Meglio non scendere al bar al pianterreno, in ogni caso. James era al centro dell'attenzione, dal giorno dell'incidente. Tutti, colleghi e infermieri, gli sorridevano comprensivi, o smettevano di parlare vedendolo avvicinarsi. Era seccante. Salire da Lorna significava peggiorare la situazione, già drammatica. «Tra me e Lorna era finita da tempo. Non hai sentito cosa ha detto suo padre? Non è contenta che io sia qui, e non vuole vedermi.»

«Secondo lui, eri sconvolto, quando l'hanno trovata, e portata qui.»

«Mi sembra normale, è la mia ex moglie, non sono così indifferente.»

«Non lo sei affatto, James. L'hai sposata perché aspettava un bambino, no?»

James annuì in silenzio.

«Che poi ha perduto» concluse May.

«Già.» James contrasse il volto, le mani in tasca. «Lorna era disperata, quando scoprì di essere incinta. Diceva che suo padre si sarebbe infuriato. Io invece pensavo che, una volta sbollita la rabbia, avrebbe finito per aiutarla.»

«Ma Lorna non aveva pensato di interrompere la gravidanza?»

James scosse il capo. «No, mai. Io le avevo promesso di aiutarla in ogni modo... L'ho accompagnata dai suoi, per dire cosa era successo. Suo padre l'ha presa malissimo, una reazione incredibile. Puoi immaginare come ci ha definito, May. E non lo preoccupava la figlia, il suo futuro, ma solo ciò che avrebbero detto i parrocchiani, il loro giudizio. Ci siamo sposati due settimane dopo. E non bastava. Dovevamo tenere segreta la gravidanza, per non suscitare sospetti, perché la gente non calcolasse le date. Ci siamo trasferiti a Londra per evitare pettegolezzi.»

«È terribile, James, lo so...» mormorò May.

«No, non lo sai» replicò lui, asciutto. «Non puoi sapere cosa significa.»

«Non è così, invece» ribadì lei, con fermezza. «Ho lavorato per dieci anni in Ginecologia. In certi momenti era pesante, credimi. Ricordo due belle ragazze, in particolare, terrorizzate di dover confessare ai genitori che aspettavano un figlio. E io ho cercato di aiutarle nel modo migliore, per il loro bene. Perciò non dirmi che non posso sapere cosa significa, perché lo so, e anche molto bene.»

Ho capito, pensò James. Peccato, non essersi confidato subito con May. Purtroppo si era chiuso in se stesso, convinto di non trovare comprensione. «La prima visita di controllo evidenziò una gravidanza ectopica» continuò a raccontare. «Lorna fu condotta in sala operatoria appena in tempo. La tuba di Falloppio era quasi lacerata. Ho telefonato al padre per dirglielo, e dalla sua voce mi sembrava molto sollevato. C'era tempo, per avere figli, disse, anche quando venne a Londra con la moglie a trovare Lorna.»

«Lorna desiderava quel bambino, vero?»

«Anche io lo volevo.»

«Capisco» annuì May. «Mi dispiace.»

«Nonostante la sorpresa, e il matrimonio lampo, alla fine eravamo contenti, innamorati pazzi, elettrizzati ed entusiasti di diventare genitori» proseguì James, malinconico.

«Perdere il bambino ha segnato la fine di tutto. Lorna mi ha lasciato prima che scadesse il nostro primo anniversario. È tornata in Scozia, si è laureata, e ha lavorato come medico di famiglia. Non ha più voluto parlarmi. Ci ho messo anni, per superare il dispiacere, e da un po' di tempo frequento Ellie. La mia prima relazione importante, dopo Lorna. Ma non si tratta del solito "chiodo scaccia chiodo", May, credimi. Non sarebbe leale nei confronti di Ellie.»

«Non lo è di sicuro, se il tuo cuore è altrove» sentenziò May. «Forse è il momento di scoprirlo. Se non provi nulla, rivedendo Lorna, forse potrai prendere tranquillamente un'altra strada, James. Però a me sembra che tu non sia ancora pronto.»

«Ne sei così sicura?» replicò lui, seccato perché May gli aveva letto nel pensiero. «Credi che avere tanti anni di matrimonio alle spalle...»

«Sia una garanzia?» lo interruppe May. «Secondo me, sì. Posso ritenermi un'esperta, e qualcosa l'ho imparato. Vuoi che vada a parlare con Lorna?»

«E per dirle cosa?»

May lo guardò in silenzio, spalancando gli occhi.

Non le mancheranno certo argomenti e parole, pensò James, con un lieve sorriso. Nella sua lunga esperienza professionale e umana quella donna, così ragionevole e pratica - un vero concentrato di buon senso - aveva fronteggiato dei drammi ben peggiori del suo. «E va bene» concesse, un po' brusco, e anche ansioso di sapere ciò che avrebbe detto Lorna. «Vai pure a sentire che aria tira.»

 

All'inizio, Lorna non ricordò quasi nulla dell'incidente e dei giorni trascorsi in Terapia Intensiva. Vaghi brandelli di memoria, rumori, voci. Le chiedevano di dire il suo nome, se sapeva dove si trovava, poi la sensazione di essere in movimento, forse in un ospedale. Poi ancora delle luci insistenti dentro gli occhi, ancora le stesse domande.

Lei voleva rispondere, sapeva cosa rispondere. Ma la voce si rifiutava di obbedire. Perché non la lasciavano in pace? Era meglio scivolare di nuovo nel sonno, senza soffrire. Sentiva un peso enorme sul petto, e tentare di muovere una mano, un braccio, le era costata una fatica immensa, un'energia che non aveva.

Adesso qualcuno le pizzicava un orecchio. «Coraggio, mi dica il suo nome.»

«Lorna...»

«E sa dove si trova, Lorna?»

Ho già risposto a questa domanda, me lo ricordo.

«Rispondi all'infermiera, Lorna!»

C'era suo padre... Lì, nell'ospedale, e le diceva di obbedire, di comportarsi bene.

«Ospedale» aveva mormorato, socchiudendo gli occhi alla richiesta dell'infermiera.

«Molto bene. Adesso stringa la mia mano, avanti, la stringa forte» continuava la stessa voce. «Ha avuto un incidente con la sua auto, non lo ricorda?»

No, non ricordo nulla, lasciatemi dormire. Era stanca di tanta insistenza, di sentire sempre le stesse domande. «Adesso si trova in un ospedale, il North London Regional.»

Non è possibile, aveva pensato. Sprazzi di memoria erano riapparsi, a tratti, labili come frammenti di sogni. Era a Londra, per dei colloqui di lavoro, ma non aveva certo richiesto di essere assunta proprio in quell'ospedale, dove lavorava James, il suo ex marito.

«No...» aveva mormorato, troppo esausta per lottare, ricadendo nel rilassante sopore.

 

Dopo, per molte ore, Lorna rimase ancora immersa nel sonno, interrotto da brevi momenti di veglia, senza chiedersi cosa avesse, e perché fosse ancora là. Docile, debole, riprendeva lentamente coscienza, in una specie di esistenza sospesa, lontana e diversa dalla realtà, dalla sua vita abituale.

Sua madre le aveva acquistato alcuni orribili pigiami di nylon, e una vestaglia altrettanto brutta. Per fortuna le pantofole, grandi, da uomo, avevano le suole di gomma, in grado di assorbire l'elettricità statica prodotta dai tessuti sintetici, mentre l'infermiera che l'aveva accompagnata nel bagno la aiutava a spogliarsi per fare la doccia.

Una volta, assopita, aveva sentito i genitori discutere delle spese da sostenere dovendo restare a Londra, visto che lei sarebbe rimasta in ospedale ancora a lungo. Forse parlano di me, aveva pensato Lorna.

«Siamo partiti subito, senza bagaglio, appena saputo cosa era successo» le disse la madre la mattina dopo, porgendole una cannuccia per bere il tè. «I vicini pensano al cane. Non credere che vogliamo abbandonarti, se mi dai la chiave di casa della tua amica Grace, ti spedirò abiti e oggetti da toletta, forse preferisci usare la tua roba.»

«Grazie.»

«Sai, siamo qui da una settimana.»

«Cosa?» Non da due o tre giorni, come credeva. Non chiese altro, i suoi non amavano domande dirette.

«Allora puoi comprendere» sospirò sua madre, con un leggero abbraccio. «I dottori dicono che devi restare ancora ricoverata, e sapessi che fatica per trovare il pastore supplente, domenica scorsa...»

«Non preoccuparti, mamma, tu e papà avete già fatto abbastanza, per me» mormorò Lorna. Posò di nuovo il capo sui cuscini, incredibilmente stanca, all'inizio della giornata. «Mi dispiace per tutto questo.»

«I grandi problemi servono per metterci alla prova» scandì suo padre, con un sorriso gelido. «Ti chiameremo quando saremo a casa.»

Ma perché riesce sempre a farmi sentire in colpa? Ancora oggi, ormai adulta, bastava uno sguardo del padre, perché Lorna piegasse il capo, convinta di meritare freddezza e rimproveri.

Tensione e abbattimento, però, svanirono d'incanto, non appena la porta si richiuse alle spalle dei suoi genitori.

Anche se spesso immersa nel sonno, li aveva visti molto più in quei giorni che in tutti gli anni della sua vita, pensò.         Loro tre, sempre insieme, chiusi in quella stanza di ospedale, senza fedeli alla porta, né altre distrazioni. E James Morrell, il suo ex marito, in giro nello stesso edificio.

«Salve!» La porta si riaprì, e una donna di mezza età, viso cordiale e forte accento irlandese, si avvicinò al letto di Lorna.

Lei estrasse un braccio dalle coperte, aspettando la misurazione della pressione. «Sono Lorna McClelland» recitò, diligente. «Mi trovo nell'ospedale North London Regional.»

«Brava» disse l'infermiera, sorridendo. «Ma non sono qui per eseguire dei controlli. May Donnelly» si presentò. «Ero nel Pronto Soccorso al momento del suo ricovero. Volevo sapere come sta, se va un po' meglio.»

«Mi scusi» mormorò Lorna, a disagio. «Sembrerà strano, ma stavo scherzando. Pensi che all'inizio non ricordavo il mio nome, né dove mi trovassi.»

May sedette sul bordo del letto. «Non mi stupisce. Lei ci ha fatto prendere un bello spavento, lo sa?»

«Sembra sia proprio ciò che mi riesce meglio» sospirò lei. «Per caso ha visto i miei genitori? Sono appena partiti.»

«Le dispiace molto?» chiese May. Era importante capire se a Lorna importava o no della loro presenza.

Improvvisamente gli occhi di Lorna si riempirono di lacrime. La prima volta, dopo l'incidente. «Ho procurato un mucchio di guai...»

«Gli incidenti hanno sempre delle conseguenze» ammise May, toccandole un braccio. «Ma quello che l'ha portata qui non è successo certo per colpa sua.»

«Lei non li conosce.»

«No» replicò May, gentile. «Però li ho incontrati la notte del loro arrivo. Ero con James; voleva vederla, mentre era in Terapia Intensiva.»

Lorna era rimasta senza parole.

Allora l'aveva cercata, e i suoi glielo avevano tenuto nascosto. Suo padre le aveva perfino riferito una breve discussione avuta con James, incontrato per caso. Nonostante il suo stato, si era rifiutato di vederla.

«James era di servizio, quando l'hanno portata nel Pronto Soccorso» disse May, lentamente.

Lorna chiuse gli occhi, cercando di immaginare cosa doveva aver provato, riconoscendola. Matrimonio breve, il loro, però poteva immaginare la propria reazione, se James fosse arrivato ferito e privo di conoscenza nel suo ambulatorio.

«Glielo ha detto? Lo sa che noi...»

May annuì. «Quella sera stessa ho saputo che lei era la sua ex moglie.»

«E come stava? Cosa ha detto quando ha visto che ero io?»

«Non voglio essere indiscreta, ma ovviamente era sconvolto. Mi ha chiesto di venire a trovarla.»

Lorna respinse le lacrime. Lo sapeva. James era ancora in collera con lei, pensò, al punto di mandare un'altra persona al posto suo. E questo era più doloroso di quanto credesse.

«Veramente voleva salire di persona, ma poi vi ha rinunciato, nel timore che la sua presenza potesse agitarla» continuò May.

«Ma no, non credo. Veramente pensavo che sarebbe passato subito a trovarmi.»

«Era indeciso, non voleva crearle disagio. C'erano ancora i suoi genitori.»

«È stato mio padre a dirgli di non salire?»

May non rispose.

«Gli chieda se ha mai ascoltato i suoi ordini!» esclamò Lorna, scoppiando in lacrime.

Piangeva, per la prima volta da quando aveva riaperto gli occhi. Lacrime trattenute al risveglio, spaventata e dolente, senza sapere dove fosse, scoprendo la presenza dei genitori, e che James non era lontano.

Altro che incidente d'auto. Tutto il suo mondo era andato in pezzi.

May non cercò di consolarla, esortandola a calmarsi. Al contrario, le accarezzò i capelli, incoraggiandola a sfogarsi. «Pianga pure, cara, le farà bene.»

L'affettuosa infermiera irlandese aveva ragione. Lorna si asciugò gli occhi. Si sentiva molto meglio. Ringraziò di cuore May, quasi tentata di chiederle, in uno slancio di fiducia, di acquistare per lei dei pigiami decenti.

«Dirò a James che vuole vederlo, d'accordo?»

Oggi non ho certo il mio aspetto migliore, pensò Lorna. Sperò di racimolare l'energia necessaria per spazzolarsi i capelli, lambiccandosi la mente sull'immagine di James. Chissà se era cambiato, da allora, e cosa avrebbe provato, cosa avrebbero detto, rivedendosi dopo tanti anni.

Non trovò una sola risposta valida. Ma un'enorme ondata di emozione la sommerse, quando lui apparve sulla porta, mormorando il suo nome. «Lorna...»

Senza parole, lo vide identico a come lo ricordava. Voce profonda, occhi verdi, spalle ampie. Le lacrime di prima non erano bastate. Dieci anni di sofferenza, di rimpianto, risalirono dal cuore, soffocandola. Lorna riprese a piangere, appena James, l'uomo che amava, che aveva sempre amato, avanzò verso di lei.

Ogni mercoledì un nuovo capitolo!
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