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Viaggio di un guerriero irlandese

di MICHELLE WILLINGHAM

Da tre anni Quin MacEgan è il più caro amico e protettore di Brenna Ó Neill. Quin è tutto per Brenda, ma lei prova emozioni e desideri che la spaventano.
La paura di diventare la donna che non è - una donna come sua madre - la porta a rifiutare Quin e a unirsi in matrimonio con un altro uomo.
Ma quando il fidanzato di Brenna non sopravvive a uno sfortunato viaggio di lavoro, Quin è ancora più determinato ad averla. Anche se questo significa mettere da parte la sua passione e accettare di non toccarla mai...

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Brenna si alzò in piedi, bisognosa di distrarsi. Si spostò sul lato opposto del locale per raccogliere qualche manciata di lana e un fuso. Il lavoro meccanico della filatura la rilassò, lasciandola libera di riflettere sul da farsi. Né la dimora, né il terreno le appartenevano. Con ogni probabilità, il capoclan non l'avrebbe costretta a rinunciarvi subito, ma prima o poi il fratello di Aimon li avrebbe reclamati.

Lei sarebbe potuta tornare a casa di sua madre, che però rievocava ricordi troppo dolorosi. Forse non sarebbe riuscita nemmeno a varcarne la soglia. La semplice idea, infatti, la nauseava.

La lana grezza girava tra le sue dita, trasformandosi da vello in filo sottile e regolare. Brenna si figurò i colori vivaci con i quali l'avrebbe tinta, per poi tesserla; magari cremisi o verde.

Un rumore all’esterno della casupola colse la sua attenzione. Nessuno bussò. Lei ripose il fuso e la lana e rimase in attesa; non udì più alcun suono. Se l'era forse immaginato?

Pur sentendosi un po' stupida, aprì la porta. Disteso a terra, davanti alla soglia, c'era Quin, con il mantello gettato sul corpo.

«Cosa fate?» gli domandò.

 

Lui si voltò e sollevò il capo. «Dormo. Per lo meno, ci tentavo, prima che voi mi chiamaste.»

«Non potete, Quin.» Cosa gli era saltato in mente? Come l'avrebbero giudicata i membri del clan, se lo avessero sorpreso fuori dalla sua abitazione? «Tornate a casa vostra.»

«Non ho una mia dimora» le rammentò. «Comunque nessuno si preoccuperà per la mia assenza. Anzi, saranno contenti di avere spazio in più.». In effetti, Quin alloggiava nella casa comune, insieme ad altri scapoli. Oppure, a volte, in un riparo di fortuna, grande a sufficienza per coprire la nave su cui lavorava.

Per tutta risposta, Brenna chiuse il battente. No, non poteva permettergli di comportarsi così, come un bambino ostinato, deciso ad averla vinta.

Non pensare a lui. Lascialo restare scomodo, all’aperto: è quello che merita.

Tuttavia un'ora dopo, quando si levò un forte vento, Brenna ripose di nuovo il fuso. Aprì la porta di uno spiraglio, sperando che Quin se ne fosse andato. Invece lo vide appoggiato al muro esterno, il capo coperto dal mantello. Era rannicchiato a terra, con le ginocchia ripiegate al petto. Anche se dal cielo tempestoso cominciava a scendere la pioggia, lui non si muoveva.

«Mi volete tenere compagnia?» la invitò.

«No, grazie.»

«È una bella serata fresca.» Le rivolse un sorriso che mise a dura prova la sua determinazione, punzecchiandole la coscienza.

«Perché lo fate?»

Quin la fissò con un'intensità che la indusse quasi a richiudere in fretta e furia. La guardava come se, nella vita, non avesse avuto niente di meglio da fare che scrutarla in viso. «Sapete per quale motivo sono qui.»

Era vero. Il desiderio e i rimorsi si alternavano nel cuore di Brenna. Sarebbe stato un errore lasciarlo entrare. Tuttavia, quando un lampo attraversò il cielo buio, lei aprì meglio il battente.

«Venite dentro. E statemi lontano, per favore.»

Quin varcò la soglia. Era umido di pioggia, ma non aveva un aspetto infelice. Al contrario, sfoggiava l'espressione trionfante di un guerriero vittorioso. Dopo avere richiuso, lasciò cadere il manto sul pavimento. Brenna tornò subito in fondo al locale e recuperò il fuso. Le sue dita, però, non cessavano di tremare. Quin si passò una mano tra i capelli bagnati e afferrò uno sgabello per sedersi. «Grazie, Brenna.»

Lei annuì, fingendo di ignorarlo. Tuttavia, pur tenendo gli occhi puntati sul lavoro, si accorgeva di ogni suo movimento. Quin si levò di nuovo in piedi, tastando gli indumenti bagnati.

«Mi posso scaldare davanti al fuoco?»

Alzando le spalle, lei si spostò per lasciarlo passare. Quin andò davanti al focherello di torba e tese le braccia verso le fiamme. Pochi istanti dopo, si levò la tunica, denudando il torso abbronzato. Le spalle e il petto muscolosi rivelavano la forza di un uomo abituato a flettere assi di legno per costruire barche.

«Mi mettete in imbarazzo» notò con voce rauca. Lui, però, colse l'espressione divertita: si rendeva conto di essere osservato.

«Indossate una tunica di Aimon» gli consigliò. Si coprì quindi gli occhi con una mano e attese. «Avvisatemi quando avrete finito.»

Lo sentì muoversi a poca distanza. Distinse il fruscio del tessuto e poi i passi che si avvicinavano.

«Non guardate» mormorò Quin.

Brenna avvertì la sua presenza immobile dietro di sé e arrossì. Tenne le mani sugli occhi anche quando lo sentì inginocchiarsi.

Quin le accarezzò le spalle e la nuca. Lei faticava a respirare, in trepida attesa di altro. Era tanto piacevole stare con lui. Tuttavia Brenna si detestava perché rimaneva ferma e si lasciava toccare.

Tradisco la memoria di Aimon, si rimproverò. Ma in realtà non aveva alcun ricordo in comune con lui. Si erano frequentati per poco tempo, e Aimon non l'aveva mai baciata. Non come Quin.

Lui le infilò le dita tra le trecce e le massaggiò le tempie. Quando la vide abbassare le mani, gliele riportò sugli occhi.

«Non guardate, Brenna. Non ho ancora finito.»

Ogni mercoledì un nuovo capitolo!
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