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Una scandalosa estate a Bath

di Sarah Mathilde Callaway

Inghilterra, Bath, 1815.

Appena Ashley Sullivan riceve la lettera con l'invito a trascorrere l'estate a Bath, ospite della sua più cara amica Emily Anson, inizia a sognare ad occhi aperti. La lussuosa dimora di Anson House, tra balli, ricevimenti e passeggiate in carrozza potrebbe essere l'occasione per conoscere un pretendente.

Sembra però che il marchese di Stafford, fratello maggiore di Emily, abbia tutte le intenzioni di impedire a Victor Collins di concederle un ballo ufficiale. Ha scoperto infatti che Emily è innamorata dello stesso gentleman ed è disposto a qualsiasi cosa pur di alleviare il cuore tormentato della sorella. Può davvero uno scandalo, raggirare il destino?

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Trascorse giorni viziati a Bath, inviti alla Pump Room, un ballo alle Upper Rooms, alcuni pomeriggi tra la residenza di lord Collins e il palazzo di lady Berry. Tutti noiosi, senza la presenza di James, non fosse altro che lord Collins sembrava intenzionato a corteggiarla e questo non poté che infonderle la speranza di trovare un pretendente. Ashley lo incoraggiava, era un uomo interessante e con un titolo, aveva sempre nella testa quel maledetto riscatto che voleva per sua madre, e per sé. Ripudiata dai baroni di Worcester, per avere amato suo padre, vi avrebbe riparato, contraendo un matrimonio all’altezza dei suoi genitori. L’avevano amata e cresciuta come una regina, nonostante la dote si fosse lentamente dilapidata per l’incapacità di suo padre di fare affari, soprattutto nel periodo della malattia.

Giunsero nel frattempo notizie da Londra, James doveva ritardare la partenza per Bath, gli affari diplomatici per la Corona lo sottraevano alla conduzione di Anson House, ma ogni lettera che inviava era una sorta di incombenze per la servitù, in vista del sontuoso ballo. Ed Ashley si sentì orgogliosa che in ogni lettera vi fossero riservati dei saluti per lei. Oltre a questo, si dimenticò presto del marchese di Stafford, presa dal desiderio di farsi corteggiare da Victor Collins, molto più libero e disinvolto di milord.

Dopo un paio di settimane trascorse alla corte di Sua Maestà, James rientrò da Londra proprio il mattino del ballo. Gli incontri politici prima del suo viaggio a Malta l’avevano sottratto alle incombenze di Anson House, era riuscito a condurre i domestici attraverso lunghe lettere dove impartiva ordini, ma era rimasto distante per troppi giorni e molte cose nel frattempo erano cambiate. Anche l’umore di sua sorella. L’aveva trovata nella sala da tè, le lacrime agli occhi.

«Pensavo che un ballo ad Anson House, fosse il vostro più gradito privilegio» commentò James, cercando di capire il suo tormento. Emily però restò silenziosa. Da quando aveva messo piede in quella stanza, aveva notato una luce intensa che inondava le pareti, le tende erano insolitamente scostate e se ne chiese la ragione. Si avvicinò alla finestra e all’improvviso capì.

Attraverso le vetrate vide Ashley Sullivan e Victor Collins che chiacchieravano in giardino, e se ne accorse soltanto in quel momento. Lord Collins corteggiava miss Sullivan, e senza dubbio che fosse corrisposto. Si sentì raggelare il sangue, ed Ashley aveva mentito. Emily era innamorata di lord Collins e lui le preferiva l’amica.

Questo era un oltraggio al cognome degli Anson, e la fanciulla di Southampton avrebbe subito la vendetta del marchese di Stafford. Il suo cuore poteva anche scalfirsi, nonostante a Londra avesse capito di provare qualcosa di diverso e insolito per lei; non poteva però permettere che Emily soffrisse tanto. Uscì dalla stanza, senza dire nulla e si diresse in giardino, il passo deciso.

«Lord Anson, siete tornato!» La voce sottile di Ashley, gli fece salire il sangue alle tempie.

Lui si inchinò, ma non la degnò di una parola. «È un piacere rivedervi, lord Collins» si rivolse invece a Victor, cercando di mantenere un freddo controllo. «Sono molti giorni che manco da Bath e vorrei chiedervi di lasciarmi conversare con miss Anson. È ospite in questa dimora e devo sincerarmi che abbia trascorso del tempo piacevole, durate la mia assenza.»

«È un vostro diritto, lord Anson» disse Victor Collins, inchinandosi dinanzi ad Ashley. Si rimise il cappello e sussurrò qualche parola di saluto, prima di andarsene.

Lei lo guardò finché saliva sul landò e lasciava il cortile di Anson House, con il tormento nel cuore. La prima violenta sensazione era stata l’aver rivisto James dopo il lungo silenzio da Bath, e il fatto che il marchese fosse tutt’altro che felice di vederla. Se avesse potuto dare luce ai sentimenti, in quel momento avrebbe dichiarato il suo amore per l’uomo che le stava accanto. Era però una situazione diversa, dettata dal destino. Milord quella sera stessa, avrebbe chiesto in moglie miss Ridley, e a lei non restava che cercare qualcuno per rimettersi insieme i pezzi dell’anima. James Anson, ottavo marchese di Stafford, le aveva ridotto l’orgoglio in polvere e sembrava deciso a mandarla via da Bath, con quello sguardo gelido, preludio di una tempesta.

«Vi aspetto nei miei appartamenti, miss Anson.»

Non l’aveva mai visto così, distante e pungente da non riconoscere lo stesso uomo con cui aveva danzato a Londra. La lasciò sola, e restò seduta in giardino per un po', la vista delle rose leniva il suo tormento ma non le infondeva il coraggio per affrontare una battaglia. Non sarebbe resistita un giorno di più alla dimora degli Anson, milord era stato chiaro fin dall’inizio. Se era a Bath per cercare un marito, se ne sarebbe andata, senza avere raggiunto quel privilegio.

Attraversò le ampie stanze del palazzo, trascinandosi come uno spettro tra quelle pareti tempestate di ritratti e ricchezze. E ad Anson House, ogni oggetto era lussuoso, pensò tra sé e sé,ritrovandosi davanti alla porta che la separava da James. Si annunciò alla domestica, ed entrò, senza più guardare nulla. Gli avrebbe chiesto di prepararle una carrozza per Southampton, già l’indomani, disperandosi per Emily, per la quale provava l’affetto di una sorella, ma restare a Bath sotto la tutela del marchese, la stava conducendo alla pazzia.

Lo trovò appoggiato alla finestra, un bicchiere tra le mani. Stava osservando il lavoro dei domestici che trasformavano la sua dimora in una splendida scenografia per il ballo.

«Accomodatevi» disse, senza voltarsi.

Ashley studiò il profilo mascolino, consapevole che fosse l’uomo più affascinante della sua esistenza. Indossava una giacca di un intenso colore rubino sopra la camicia bianca, i pantaloni aderenti scuri e gli stivali da cavalcata. Ancora sporchi di fango. Non sapeva però che l’ultimo tratto dal ritorno a Londra l’aveva percorso a cavallo, per arrivare prima ad Anson House. E per rivederla. Invece si era ritrovato davanti ad una scena che gli aveva calpestato l’orgoglio, miss Anson invaghita di lord Collins e oltremodo la sofferenza di Emily che doveva essersi innamorata dello stesso uomo. La pensava diversa, una ragazza semplice, cresciuta in un cottage lontano dalla nobiltà, nella sincera atmosfera della sua famiglia, invece era come le altre, attratta dal titolo e dal prestigio di un matrimonio conveniente. Per certi aspetti, non poté non convenirne. Aveva l’età e la bellezza, ed era orfana di padre da pochi mesi. Doveva arrangiarsi e pensare al suo avvenire. Aspettò qualche momento, poi la rabbia si impadronì del silenzio.

«La vostra natura è così perfida, da fingere perfino con colei che chiamate amica.» Le mani di lord Anson erano strette a pugno, e gli occhi blu tanto profondi da cambiare colore.

Il petto di Ashley subì un duro colpo e il pensiero quasi le morì in gola. «Come potete insinuare un simile pregiudizio, milord?»

«Vi state facendo corteggiare dall’unico uomo che desideri mia sorella.»

«Non ho incoraggiato lord Eliot durante la vostra assenza, se è questo che pensate.»

Le si avvicinò, i lineamenti contratti. «È evidente che mi abbiate mentito, miss Sullivan. Emily non è affatto innamorata di Eduard, si è nascosta dietro il nome di lord Eliot per timidezza, ma ho visto versare le sue lacrime per lord Collins.»

Ashley dovette sedersi, si sentì svenire per il dolore che aveva arrecato alla sua più cara amica.

«Emily non possiede la vostra bellezza, si è fidata di voi e l’avete tradita.» Sentenziò James, con il medesimo freddo temperamento. «Siete ospite del marchese di Stafford, un privilegio che non è stato concesso a nessuna tra le nostre conoscenze, e la vostra presenza l’ha resa triste e cupa. Devo chiedervi di andarvene, miss Sullivan. Domani mattina stessa.»

Ashley aveva toccato un’umiliazione così profonda, da sembrarle quasi palpabile. Cercò di difendersi, con le poche parole che le restarono sulle labbra. «Emily mi parlava di Eduard Eliot e ho creduto che ne fosse innamorata, milord. Mi ha tratto in inganno il suo entusiasmo, quando mi raccontava qualcosa di lui. Se l’ho fatta soffrire non posso che convenirne, me ne andrò, con un unico desiderio; sapere un giorno miss Anson felice, tra le braccia di lord Collins.» Si inchinò, troppo triste per restare e lasciò per l’ultima volta gli appartamenti del marchese.

Raggiunse la camera, tormentata dalla tristezza. Aveva scritto a sua madre pochi giorni prima, descrivendole le splendide uscite in carrozza a Bath, le nuove conoscenze e lo sfarzo di Anson House, dove veniva trattata come una sorella dalla sua cara Emily. Sarebbe invece tornata l’indomani a Southampton, le speranze spente e un destino sconosciuto.

Ciò che le faceva più male, era stato l’invito di lord Anson ad andarsene e quello che poteva pensare di lei. Prese un profondo respiro e calò nella malinconia, lacrime miste a singulti, soffocati sul guanciale per non farsi sentire e l’addio ai suoi sogni di trascorrere una magnifica estate a Bath.

Poi pensò a suo padre, all’orgoglio dei Sullivan e lentamente si consolò. Se non avesse partecipato al ballo avrebbe fatto un oltraggio ai suoi ospiti, seppure non desiderasse che l’alba per ripartire, più tardi accolse Britney e scelse l’abito per la sera. Un semplice vestito, azzurro come un lapislazzulo e intonato ai suoi occhi ancora arrossati. La cameriera restò in silenzio, doveva essere stata avvertita che quella era l’ultima acconciatura che modellava su miss Sullivan, e cercò di trattenere la tristezza, notando già in Ashley lo stesso profondo tormento.

«Cercate di sorridere, miss Sullivan. Mi resterà altrimenti un ricordo nostalgico di voi.»

«Siete stata cara, Britney. Abbiate cura di voi.» Si alzò dalla petineuse, prima che le lacrime le sciogliessero la cipria. Trasse un profondo respiro e lasciò la stanza, per raggiungere il ballo più tormentato della sua esistenza.

Era abbastanza in ritardo da perdersi i convenevoli, e i baciamano dei lords, che non gradiva affatto da quel pomeriggio.

C’erano molti ospiti in fondo alla scalinata, e l’orchestra stava intonando il primo ballo, quello ufficiale. La danza che lord Anson avrebbe aperto con miss Ridley, per rendere pubblico il loro fidanzamento. Ashley passò tra abiti raffinati, lords in giacche eleganti e un intenso profumo di punch che sorseggiò generosamente in un calice, per dimenticare. Si guardò attorno smarrita, Emily la cercava con lo sguardo ma lei preferì confondersi e restare ai margini della sala, in attesa che tutto fosse finito.

Accadde però tutto in pochi istanti. Vide lord Collins che si avvicinava per chiederle la prima danza e si sentì perduta. Se lo faceva avrebbe tradito Emily, e non l’avrebbe fatto per nessun marito. Non riuscì a trovare una scusa in quel momento, lord Anson si stava avvicinando a lei, mentre lord Collins era ormai a pochi passi.

Uno dei due lords, riuscì ad arrivare in tempo, e rovinarle il destino. James Anson.

«Vorrei chiedervi un ballo, miss Sullivan.» Anticipò il rivale, per la frazione di un istante.

Il volto di Victor Collins impallidì. Come quello di Ashley.

«Mia sorella avrebbe l’onore di danzare con voi, lord Collins» aggiunse poco dopo, era il padrone della dimora, aveva il titolo più importante e nessuno poteva disobbedire ai suoi ordini.

«Sarà un piacere, lord Anson.» Victor dimostrò di essere all’altezza, lasciò che il marchese scegliesse la sua donna per il ballo, chiedendosi se fosse innamorato di Ashley Sullivan. E c’era un volto nella sala che più degli altri non paventò la rabbia. Caroline Louise Ridley, che da quell’istante odiò il marchese di Stafford.

Ashley scivolò tra le braccia di James, i guanti bianchi toccarono le dita dell’uomo e dai primi passi capì che era una danza scandalosa, il viso dell’uomo così vicino da sfiorarle le labbra, il corpo tanto aderente da farla arrossire. Per quanto cercasse di restare distante, la tenne stretta a sé, premendo le cosce tra quelle di Ashley e provocandole dei brividi eccitanti. Si perse negli occhi smarriti che emanavano tristezza e capì che stava soffrendo; smise di ballare e restò fermo immobile, in mezzo alla stanza, mentre le coppie gli danzavano attorno. «Lord Collins, avrebbe smesso di corteggiarvi, sapendo che non possedete una dote.»

«Credo di odiarvi, milord» dichiarò Ashley, non resistette oltre, si inchinò, l’orchestra ancora sonante e lasciò il palazzo per rifugiarsi nelle scuderie. Voleva un cavallo, un qualsiasi destriero per andarsene da Bath quella sera stessa. Ingoiò le lacrime, gettò le scarpe in giardino e si piegò, appoggiata ad un arbusto. Nessuno le avrebbe dato un cavallo, senza il consenso di milord.

Passò un tempo indefinito, poi si calmò avvicinandosi alle rose. Era così incantevole il giardino di Anson House, da attrarla e lenirle il dolore. Non restò sola a lungo, James la raggiunse in tempo per fermarle la mano, aveva preso tra le dita una rosa e la stava stringendo tra le dita con forza, per sentirne le spine.

«Così vi ferite, miss Sullivan.»

«È come afferrare la mia vita, milord. La mia esistenza questa sera è simile a questo fiore incantevole. Una rosa bellissima vista da fuori, e le ispide spine conficcate nel suo tenero gambo.»

Gli occhi di James, divennero lucidi, all’improvviso. «Troverete un altro uomo.» Senza dire più nulla, le prese la rosa dalle mani e gliela appuntò sui capelli. Poi si abbassò e la baciò con ardore.

Le labbra di James erano come un balsamo di fuoco sulla sua bocca, leniva il tormento e accendeva i sensi. Le sentì sulla gola, una morbida carezza umida che scendeva lenta e calda ad eccitarle la pelle del petto. Ashley fissò lo sguardo sulle profonde iridi blu del marchese, così intense alla luce siderale della luna da renderle misteriose, come gli abissi del mare mentre lui le abbassava il vestito per vederla nel suo magnifico splendore, i seni nudi al plenilunio gli parvero scolpiti nel marmo candido, sodi e sferici da inghiottirgli la ragione. Le sciolse i capelli, come una cascata di oro colarono sulle sue mani, con la sensazione impalpabile della seta. «Siete una dea» sussurrò James, guardandola verso il riflesso del plenilunio.

Il giardino era un intricato disegno di fiori e ramaglie, le nascondevano il corpo, senza attutire i gemiti di piacere. Le mani di lord Anson accarezzarono le rotondità del seno, stuzzicando le aureole turgide, dove posò le labbra. Succhiò il sapore dolciastro dei capezzoli, provocandole sensazioni di perdizione. Doveva fermarsi, trattenere l’istinto di sentirla sotto di sé, ma Ashley Sullivan meritava un castigo per averli raggirati. Se l’avesse sedotta, l’avrebbe privata per sempre dell’onore e per un istante la sua mente rimase lucida, e lui immobile a respirarle affannosamente contro il seno; poi bastò un gesto, socchiuse le gambe come per accoglierlo, e James Anson perse la ragione.

Insinuò le dita sotto le sottane dell’abito e lo sollevò fino alle cosce, Ashley non indossava i mutandoni, sprofondò le carezze tra il sesso umido della fanciulla e avvertì gli spasmi del piacere impadronirsi di lei, e il suo membro si irrigidì, abbassò i pantaloni per avvicinarlo alla peluria tra le gambe della ragazza, e da quell’istante divenne schiavo della lussuria. Si abbassò ai suoi piedi, e prese tra le labbra le carni morbide e femminili, avevano il sapore della perdizione e la stava disonorando. Si convinse che lo meritava, che mai più Ashley Sullivan avrebbe giocato con i sentimenti degli Anson. Con questo pensiero la prese sotto di sé, appoggiandola contro un arbusto e la penetrò tra le cosce, senza dolcezza.

Il cuore di Ashley impazzì. Preda del delirio della passione. Si concesse al marchese di Stafford, muovendosi contro di lui e accogliendo le spinte dell’uomo che la inondavano di piacere puro e lussurioso, come in un mare d’estasi. Lo assecondò, inarcandosi, al riflesso del plenilunio, fino a quando i gemiti di milord ruppero il silenzio del cortile e un grido roco gli soffocò nel petto. Fu la prova del peccato, tra le mura festose di Anson House. Il padrone aveva deciso di sedurre la fanciulla di Southampton, e quella notte aveva ricevuto le sue grazie.

Poco dopo l’uomo si alzò i pantaloni alla cintura, e sistemò la camicia. Ashley era sconvolta, sollevò le maniche del vestito e abbassò lo sguardo. Nessuno dei due parlò. James Anson consapevole di averla appena oltraggiata, Ashley Sullivan di avere perduto la castità.

La lasciò in giardino e tornò al ballo, il respiro ansimante. L’aveva rovinata e il peccato consumato sotto la luce della luna, echeggiava già tra le mura di Anson House e tra le labbra dei suoi ospiti.  Da quel momento Ashley Sullivan, parente dei baroni Beauchamp di Worcester divenne una donna di poco valore, alla stregua delle amanti da locanda che scaldavano il letto di milord. L’unico cuore che soffrì per quelle voci, fu quello di Emily Anson che non si poté dare pace, neppure al terzo ballo tra le braccia di lord Collins.

 

Il tormento di Ashley finì all’alba, mentre le carrozze degli ospiti partivano dopo la notte al ballo, la sua vettura carica dei bauli restò ferma per gli ultimi bagagli. Lei era già dentro, appoggiata contro lo schienale imbottito e stava aspettando Arlette insieme ad un paio di guardie che avrebbero viaggiato con loro, fino a Southampton.

Si sentiva oltraggiata, l’innocenza perduta e uno scandalo sulla lapide dei Sullivan, dove giaceva il corpo di suo padre, era come uno sfregio alla sua memoria. Aveva disonorato il cognome, e sua madre non avrebbe resistito al dolore, compromessa la dignità della sua unica figlia.

Guardò la finestra della camera di Emily, le parve di scorgere l’amica che fissava la carrozza da lontano, come per dirle addio. Aveva provato un profondo affetto per lei, e non aveva capito che si era innamorata dello stesso uomo che la stava corteggiando. Ashley non ne era stata innamorata di lord Collins, voleva farsi conquistare, per dimenticare James Anson. E per garantirsi un avvenire.

Si sentì sola e ripudiata, nessuno l’avrebbe più voluta dopo lo scandalo a Bath e lei non aveva neppure il coraggio di pensare a sua madre. Aspettò che arrivasse la cameriera di miss Anson, e iniziò il viaggio di ritorno. I sogni perduti, l’innocenza infranta.

Per lunghe ore Mrs. Foster non le rivolse la parola, dagli occhi di Ashley sgorgavano lacrime scintillanti colpite dalla luce del giorno, penetrava qualche raggio dalla tendina oscillante che copriva il finestrino, solo che miss Sullivan teneva chiusa ogni fessura, il suo ultimo desiderio in quel momento era dirigersi a Southampton sulla carrozza degli Anson e farsi riconoscere.

Le voci correvano veloci a Bath come a Londra e non ci voleva molto che la notizia arrivasse fino a lì, alla locanda di Salisbury, dove avrebbero alloggiato per la colazione.

Ashley toccò terra con il piedino e finse di non accorgersi della mano del cocchiere, si sentiva come una piccola barca scaraventata contro gli scogli; da bambina aveva osservato più volte le imbarcazioni in balìa delle onde, quando aspettava il ritorno di suo padre da un viaggio restava a guardare il mare dal porto nella speranza di riconoscere la nave ormeggiata. Quando se ne andava il suo ritorno era atteso con felicità, ed era stato così per diverso tempo, fino a quando la sua piccola Ashley era divenuta una donna e lui non si era portato a casa quella brutta malattia che li avrebbe allontanati per sempre.

L’umore della ragazza si incupì ancora più profondamente, il ricordo di John Sullivan e lo scandalo a Bath le pesavano come un macigno in fondo all’anima, per trascinarla nel baratro. L’unico ostacolo alla disperazione era la rabbia, l’istinto di colpire a pugni il petto di lord Anson e di vedere il bel volto esprimere un sentimento qualsiasi che non fosse la vendetta contro di lei. Se lo ricordava ancora molto bene, lo sguardo fiero per averle tolto la dignità e avere dato a sua sorella l’uomo che amava.

Lord Collins doveva essere altrettanto infuriato, pensò Ashley rifugiandosi in quei pensieri rabbiosi piuttosto che conversare con Mrs. Foster. La cameriera di Emily la seguiva di alcuni passi e l’espressione nei suoi occhi non tradiva l’imbarazzo. In fin dei conti stava accompagnando la più scandalosa tra le fanciulle d’Inghilterra, quale dama di compagnia sarebbe stata felice di farlo?

 Suo malgrado si sforzò di esprimerle cortesia, dentro la carrozza avevano viaggiato in silenzio, a parte le frasi di circostanza per informarsi se aveva bisogno di qualcosa. In quelle poche occasioni Ashley rispondeva a monosillabi, senza sollevare uno sguardo su Arlette che sembrava invece piuttosto preoccupata per la sua ritrosia alla conversazione.

Quello che più colpì Mrs. Foster durante il viaggio furono le lacrime di Ashley, gli occhi chiari della ragazza si erano arrossati e pure la punta del naso era tinta dello stesso colore. Era divenuta diversa dalla bellezza dei primi giorni a Bath, quando le accompagnava insieme a miss Anson al tè servito alla Pump Room. I lineamenti del viso erano come ridefiniti dai segni del pianto, le profonde occhiaie sotto lo sguardo vacuo, il pallore più intenso della pelle. D’altra parte, non vi era rimedio a quanto accaduto, una volta perso il candore, l’avvenire di miss Sullivan non poteva avere colore diverso dalla tonalità del grigio, aveva sprecato l’unica possibilità di trovarsi un pretendente tra le braccia di lord Anson e chissà a quale inganno l’aveva condotto a compiere una simile pazzia.

Nessuno tra i domestici osò dubitare che l’innocenza dell’ospite fosse rovinata per sempre, i bisbigli non mancarono fin dall’arrivo della notizia ad Anson House, da quando il padrone di casa aveva colto il candore della sua protetta ed era rientrato al ballo come nulla fosse successo.

«Desiderate qualcosa per il pranzo, miss Sullivan?»

Arlette le si era rivolta dentro l’ampio salone della locanda, c’erano diverse carrozze posteggiate fuori e uomini seduti all’interno del locale. Si notava che viaggiavano per affari, gli abiti eleganti e l’orologio sul taschino che ogni tanto scrutavano.

 «Vi ringrazio» mormorò lei, «preferisco di no.» Al suo ingresso più di uno sguardo si era sollevato su di lei e si sentì al colmo della vergogna, il senso del pudore la obbligava a togliersi dalla scena, prima che qualche altro volto maschile le si posasse addosso. Faceva ancora molto caldo, solo per questo indossava un abito leggero senza il mantello a coprirle la scollatura; non poteva definirsi un viaggio di piacere, stava semplicemente fuggendo da Anson House, cacciata da milord e aveva scelto il primo vestito capitatole tra le mani, un modello in seta verde che risaltava la matura bellezza dei seni. L’ultimo vestito disegnato dalle sarte per il suo soggiorno a Bath.

«Dovete mettere in bocca qualcosa miss Sullivan, Lord Anson è stato piuttosto chiaro prima della partenza; mi ha impartito l’ordine di accompagnarvi a Southampton e di vegliare sulla vostra salute.»

«Di quale milord stiamo parlando, Arlette?» la sfidò l’altra, cominciando a sentire il sangue caldo scorrerle nelle vene. «Non conosco un gentiluomo con queste virtù alla dimora degli Anson.» La voce di Ashley si stava alzando di tono e la cameriera fu costretta a tacere per evitare uno spettacolo in pubblico. «Se milord ha disposto per un viaggio accogliente, chiedete al locandiere una stanza. Desidero addormentarmi e dimenticare.»

Gli occhi lucidi di Ashley le sfiorarono il cuore, miss Sullivan era nel pieno del tormento e lei non poteva fare nulla per alleviarla. Si chiese per quale ragione avesse indotto lord Anson a sedurla e l’unica che le venne in mente fu l’ingenua condotta della ragazza. Fin dal primo momento a Bath il suo pensiero era stato quello di sistemarsi con un matrimonio vantaggioso, le opportunità non le sarebbero però mancate se solo la fretta di concludere presto un affare non l’avesse rovinata.

D’altra parte Ashley non poteva conoscere le supposizioni di Arlette sull’accaduto, i domestici di Anson House assurgevano alle provocanti e sottili manifestazioni di interesse di miss Sullivan verso il loro padrone, ignorando il fatto che milord stesso provava un vivo interesse per l’amica di Emily, sentimento che Mrs. Foster aveva cominciato a percepire tra i due, soprattutto negli ultimi giorni.

Arlette fissò la sua protetta, il volto emaciato e spigoloso per le lunghe ore passate a lacrimare, non poté che accogliere la sua richiesta e procurarle una camera per riposare. Non dormiva da troppo tempo e un po' di riposo avrebbe restituito ad entrambe sollievo.

Più tardi lasciò miss Sullivan davanti alla sua stanza, la ragazza le si inchinò con un lieve cenno poi si richiuse la porta dietro le spalle e da quel momento Arlette si ritrovò a consumare la colazione in una stanza piena di uomini. Si sentiva a disagio e il cucchiaio della minestra le tremò in più occasioni. C’era da fidarsi degli sguardi incuriositi dei forestieri? Erano più in là di metà viaggio e secondo le disposizioni di lord Anson prima della partenza, avrebbero dovuto fermarsi alla locanda in centro a Salisbury, giusto il tempo per ristorarsi.

La richiesta di Ashley aveva però rovesciato i piani; si sarebbero allungati i tempi verso Southampton e Mrs. Foster valutò se fermarsi anche per la notte e ripartire l’indomani mattina. Non avrebbe avuto senso tornare in carrozza al tramonto e affrontare il viaggio con l’oscurità. Troppi pericoli le si annidarono nella testa, e lei era sempre stata una donna timorosa; terminò così la sua razione di minestra e si mise a pensare, la testa di lato. Fu in quel momento che si accorse dell’espressione stupita sul volto del cocchiere, poco distante da lei l’uomo guardava verso l’ingresso della locanda e se Arlette non si sbagliava, il ragazzo che era appena entrato trafelato era il garzone degli Anson. 

Il viso accaldato per la corsa, si tolse il cappellino e allentò la camicia, guardandosi attorno. Riconobbe il cocchiere e si illuminò. «Vi ho trovato, signore!» esclamò, esibendo una lettera in bella vista. «Ho visto qui fuori la carrozza e sono quasi svenuto per la contentezza!»

«Calmatevi, Frederick!» lo redarguì il cocchiere, con aria divertita. «Spiegatevi meglio, prima che possa ripartire.»

«Oh no, signore. Non potrete riprendere il viaggio se prima non avrò consegnato questa lettera a Mrs.. Foster. È un ordine del padrone e voi conoscete bene il modo in cui prende le sue decisioni.»

«E come sempre ha calcolato perfettamente i tempi. Sapeva che avremmo fatto tappa a Salisbury e che la carrozza viaggia più lenta del vostro cavallo.»

«Mi ha dato il migliore della scuderia» precisò orgoglioso l’altro. «E ditemi, signore. È qui dentro Mrs. Foster?» Non si accorse che la donna era seduta a pochi tavoli di distanza.

«Sono proprio dietro di voi» gracidò la cameriera, irritata.

«Sia una lezione per la mia vista, Mrs. Foster. Vogliate perdonarmi, se non vi ho subito riconosciuta.»

«Eravate troppo interessato a conversare con il cocchiere. Quali notizie mi portate, Frederick?» Arlette si alzò da tavola e gli si avvicinò per prendere la lettera.

«L’ha scritta lord Anson in persona e non attende risposta.»

Mrs. Foster la lesse d’un fiato, chiedendosi cosa contenesse di tanto importante. «Ci sta raggiungendo alla locanda» sussurrò poco dopo, assai confusa.

«Cosa state dicendo?» si stupì l’altro.

«È così, sta arrivando qui. E potrebbe essere da un momento all’altro.»

Il garzone si zittì, all’improvviso. Dunque il padrone stava percorrendo la sua stessa strada per arrivare alla locanda di Salisbury.

«Fermatevi anche voi» suggerì la donna. «A nulla servirà tornare indietro con una risposta. Quando lord Anson si mette in testa qualcosa, è impossibile condurlo alla ragione.»

Arlette era piuttosto arrabbiata, se credeva di avere visto abbastanza lacrime sul volto di miss Sullivan era tempo di ricredersi. Ci voleva un altro incontro tra i due per mandare la ragazza all’inferno? Stava già attraversando i sentieri più cupi del tormento, dopo lo scandalo a Bath, cos’altro aveva da dirle dopo averla mandata via da Anson House, coperta di vergogna? Arlette inspirò e si tirò su le gonne per salire al piano di sopra, dove c’erano le camere. Indecisa se bussare alla porta di Ashley, appoggiò l’orecchio contro il legno che la separava dalla ragazza e si mise ad ascoltare. Silenzio, un profondo ed interrotto silenzio.

Confidò in cuor suo che stesse dormendo, la notte prima aveva perso la castità e lo scandalo l’aveva travolta, cacciata all’alba dalla dimora di milord. Mrs. Foster cominciava ad avercela anche con il suo padrone, così sconsiderato da averla disonorata senza una precisa ragione. All’inizio la detestava, come aveva potuto desiderarla?

Si scansò dalla porta e chiese lei stessa una stanza per sé, in verità il sonno la stava rapendo e voleva concedersi un po' di tempo prima di affrontare nuovamente lord Anson. All’alba l’unico rimprovero che gli aveva riservato era stato uno sguardo riprovevole e colmo di disprezzo per avere rovinato una fanciulla. Se milord fosse arrivato alla locanda in quello stesso momento non avrebbe trovato nessuno ad aspettarlo, lei non aveva alcuna intenzione di restare sveglia a guardare fuori dalla finestra l’arrivo della carrozza rossa. Poteva anche scordarselo.

 

Più tardi si destò Ashley, stropicciò gli occhi senza ricordare bene dove si trovasse. Le pareti della stanza erano più basse della sua camera a Bath e il mobilio meno raffinato. Poi ricordò. Le dita toccarono il volto rigonfio di pianto e le profonde tracce sotto gli occhi per l’insonnia notturna. A poco erano valse le ultime ore di sonno, aveva dormito rigirandosi nel letto con addosso ancora l’abito del viaggio. A quel punto provava un unico desiderio, tornare al cottage dei Sullivan a Southampton e chiudersi nella propria stanza, dimenticando l’estate a Bath e lo scandalo.

Come avrebbe potuto raccontarlo a sua madre? Era come una spina conficcata nel cuore. Dalla notte precedente aveva addosso un’etichetta tra le peggiori, una ragazza disonorata e ripudiata da chiunque.

Si alzò dal letto con la sensazione opprimente di non avere più sogni nel cassetto se non quello di fuggire distante, andarsene in qualcuno dei paesi lontani che suo padre le aveva fatto conoscere sulle carte geografiche. I piedini si mossero sopra le assi lignee del pavimento, scricchiolarono sotto il peso del corpo, appesantito dalla tristezza. Si trascinò infatti senza entusiasmo fino alla specchiera ma non si guardò neppure, aveva sudato durante il sonno, fuori faceva un caldo infernale, erano le ore più roventi del giorno e si era addormentata con l’abito da viaggio, non avendo con sé una camiciola.

Adocchiò una brocca d’acqua nell’angolo del catino e si avvicinò, almeno quella faceva al caso suo e si sarebbe rinfrescata. Ne versò un po' dentro la bacinella di ceramica e si ristorò la pelle del viso. A dire il vero desiderava anche guardare il movimento fuori dalla finestra, sentiva un fastidioso passaggio di carrozze ed una in particolare l’aveva destata poco prima, quando era ancora sprofondata nei sogni; era giunta davanti alla locanda arrestandosi con uno stridore insopportabile, ed Ashley era incuriosita di imprecare contro l’ignoto proprietario.

Tirò le tende della finestra e guardò sotto, attratta dallo stemma luccicante che le abbagliò la vista. Si spostò di lato per osservarlo meglio perché qualcosa in quella vettura le ricordava un profilo araldico familiare, tanto da fermarle il respiro nel petto. Dannazione, quello era l’inconfondibile stemma degli Anson. Si pizzicò le guance incredula, cercò tuttavia di calmare i battiti, la carrozza fuori poteva anche appartenere ad un domestico venuto a riportarle un abito dimenticato alla dimora di Bath. Ne aveva portati con sé così tanti da non riuscire a contare il numero esatto.

 E se invece fosse stata una lettera di milord, contenente ingiurie umilianti e l’obbligo di rescindere la sua amicizia con Emily? Dopo uno scandalo di tale portata non avrebbero più potuto restare amiche, James aveva scelto lord Collins per la sorella gettandolo letteralmente tra le braccia di Emily e il futuro non poteva essere più radioso per loro. L’uno forse attratto dal pretenzioso patrimonio degli Anson, l’altra dal vivo e ardente sentimento che aveva così a lungo tenuto nascosto.

Il ticchettio alla porta la destò, doveva essere Arlette con la lettera colma di disprezzo, si innervosì Ashley al solo pensiero. Non avrebbe sopportato un altro simile affronto, avrebbe ordinato alla cameriera di riconsegnarla al legittimo proprietario senza neppure rompere il sigillo di ceralacca.

Si trascinò fino alla porta e con un’espressione irritata, la aprì. «Siete voi, Mrs. Foster.» La accolse senza entusiasmo, facendo un passo indietro per lasciarla entrare.

«Siete inguardabile, miss Sullivan.»

Arlette la ricambiò con un commento ostile ed Ashley si irrigidì; non poteva pretendere che fosse diversa dopo avere trascorso una notte insonne e indossando ancora l’abito della fuga. «Non ho bisogno di un vestito elegante per il mio ritorno a Southampton.» Le ultime parole sfiorarono la tristezza. «Sarà il ritorno a casa più disonorevole che potessi concedere alla memoria di mio padre. Entrerò al cottage dei miei genitori e mi ritirerò in camera, fino a quando deciderò del mio futuro.»

Arlette impallidì, aveva un presentimento sulla determinazione di Ashley. «E quale decisione avreste mai da prendere, miss Sullivan?»

L’altra fece spallucce e la guardò attraverso la specchiera. «Me ne andrò in qualche paese lontano, a fare il commerciante di stoffe.»

«Dovrete sfidare le regole della buona società per un simile affronto alla vostra condizione.»

«A quale condizione in particolare vi riferite, Mrs. Foster? A quella di essere donna oppure alla svergognata reputazione che milord mi ha riservato?»

 

© 2018 Sarah Mathilde Callaway
© 2018 HarperCollins Italia S.p.A., Milano

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