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Una scandalosa estate a Bath

di Sarah Mathilde Callaway

Inghilterra, Bath, 1815.

Appena Ashley Sullivan riceve la lettera con l'invito a trascorrere l'estate a Bath, ospite della sua più cara amica Emily Anson, inizia a sognare ad occhi aperti. La lussuosa dimora di Anson House, tra balli, ricevimenti e passeggiate in carrozza potrebbe essere l'occasione per conoscere un pretendente.

Sembra però che il marchese di Stafford, fratello maggiore di Emily, abbia tutte le intenzioni di impedire a Victor Collins di concederle un ballo ufficiale. Ha scoperto infatti che Emily è innamorata dello stesso gentleman ed è disposto a qualsiasi cosa pur di alleviare il cuore tormentato della sorella. Può davvero uno scandalo, raggirare il destino?

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Aspettò invano che qualcuno bussasse alla porta della camera per mandarla a chiamare. Camminava lungo la stanza stropicciando le dita sulla gonna dell’abito, era una sensazione diversa senza quegli strati di tulle che gonfiavano le gambe e impedivano i movimenti.
Ashley si stava innervosendo, il tempo passava e nessuno le aveva ancora ordinato di scendere. Forse il marchese era stato così gentiluomo da dimenticarsi di lei? Stava perdendo le speranze, quando sentì dei passi scricchiolare sul corridoio. Fu più veloce di un lampo e si posizionò al bordo del letto, aveva il cuore in subbuglio e si sentiva un’incosciente con quel vestito audace e i capelli così lucenti da annebbiare la vista a milord. Si sarebbe arrabbiato molto, intimandole magari di tornarsene a casa e di non frequentare più Emily.
Cominciava ad avere anche dei sensi di colpa. Per quale ragione aveva deciso di rubare quel vestito a sua madre? Se solo fosse rimasta Arlette nella stanza l’avrebbe supplicata di cambiarglielo, da sola non ci sarebbe riuscita ed ora non c’era più tempo.
«Miss Sullivan?»
Ashley si detestò. Era la voce di James fuori dalla porta e lei era già sull’attenti. Abbassò la maniglia per uscire, lui però la fermò sullo stipite; per un istante restò come ammutolito, dopo averla vista alla luce delle candele che illuminavano la camera.
«Siete così…così diversa, Miss Sullivan che non vi riconoscevo.» Le iridi blu si profusero nell’azzurro degli occhi di Ashley, l’espressione quasi malinconica.
«Posso cambiarmi d’abito o restare alla locanda se la mia presenza dovesse essere sconveniente per voi» sussurrò la ragazza. Aveva perso la voce insieme al respiro appena gli era apparso davanti, sopra la camicia bianca indossava una giacca color brandy e gli aderenti pantaloni colore avorio non nascondevano le forme perfette del corpo. Dannazione al marchese se aveva una presenza statuaria, innalzata dai lucidi stivali neri.
«No…no» sussurrò James con dolcezza, «fraintendete le mie parole. Intendo dire che siete graziosa, il vostro viso è meno pallido di quando vi ho rivista questa mattina.»
«Deve essere la lontananza da Southampton» mentì Ashley, «sono state settimane terribili. Il viaggio verso Bath sarà vantaggioso per la mia salute.»
Si sentiva una figlia indegna del suo amato padre. Era stato da poco seppellito e lei si era agghindata come una donna sconsiderata, per accendere chissà quale desiderio nel marchese di Stafford. Si sarebbe tenuta la mantella addosso per tutta la serata, dedusse tra sé e sé. E sarebbe tornata padrona dei suoi turbamenti.
«Possiamo andare, Miss Sullivan?»
Ashley finse di non cogliere il tono delle parole, prima che le profezie di Arlette si avverassero. Il carattere che mostra milord nasconde più virtù di quanto lui stesso voglia scoprirne. Non le restava che trascorrere la serata a Winchester, lontana dalla sua casa e sotto la tutela di un affascinante marchese di Londra che sembrava avere tutte le intenzioni di divertirsi. Anche senza di lei.
Fuori dalla locanda c’era ad attenderli un landò nero con la capote scoperta. Riconobbe subito Mrs. Foster seduta all’estremità del sedile, intenta ad osservare la sua mantella. C’era troppo caldo per tenerla si impensierì Ashley, maledicendo la propria sconsideratezza.
«Verrete anche voi, Mrs. Foster?» chiese sottovoce alla donna, salendo in carrozza.
«Lord Anson ha insistito che vi accompagni» rispose ad Ashley, lo stesso tono abbassato per non farsi sentire. «E considerato il vostro abito, ho pensato che fosse meno sconveniente per voi, avermi accanto.»
«Con un abito così grazioso potreste inaugurare la stagione a Bath e trovarvi un marito in pochi giorni» ironizzò lord Anson, aveva ascoltato suo malgrado la conversazione e la trovò spassosa.
Ashley si voltò per rispondergli, non fosse stato per la stretta al polso che le strinse Arlette per farla tacere. «L’avete chiesto voi milord, un abito da bisca clandestina» recitò mielosa.
James increspò un sorriso con aria di sfida. Gli dava del filo da torcere e si sarebbe divertito molto ad assistere all’umiliazione di Miss Sullivan di tornarsene da Bath senza un pretendente, perché aveva tutte le intenzioni di rovinarle le ambizioni.
«Possiamo andare!» ordinò al cocchiere, infastidito. Se pensava di trascorrere una nottata in compagnia delle sue amicizie fino all’alba, sarebbe divenuta una serata noiosa; non poteva concedersi libertà di giocare dinanzi alla migliore amica di Emily, le avrebbe raccontato tutto e il marchese non transigeva affatto. Le serate tra uomini escludevano la presenza di parenti femminili ed Ashley era come una sorella, sebbene non per lui. Non avrebbe altrimenti apprezzato la vista del seno semiscoperto sotto la mantella e il suo corpo sarebbe rimasto impassibile. Invece l’ambiziosa signorina sembrava conoscere i segreti per destare l’interesse di un uomo e d’accordo, se la sarebbe vista nuda, ammise tra sé e sé, ma nulla di più. Era la pudica amica di sua sorella e neppure troppo simpatica.
La dimora di Charles St John, barone di Winchester, era una sontuosa costruzione di pietra grigia in stile gotico, si stagliava contro il buio notturno delle campagne di Winchester incutendo ad Ashley un po' di timore.
«Non avrete paura del buio» la provocò lord Anson, notando che alla vista si strinse attorno la mantella. «E certo non può essere il freddo» insistette, mentre lei finse di nulla. «Esistono ancora quelle leggende sui fantasmi, Claude?» James si divertiva ad intimorirla finché percorrevano il viale d’ingresso con la carrozza scoperta.
Ai lati si innalzavano alberi dalle chiome svettanti ed Ashley pensò che un malvivente qualsiasi avrebbe potuto uscire da un nascondiglio per assalirli. Milord invece sembrava troppo sicuro di sé e se ne chiese la ragione.
«Andate sempre in giro senza guardie, lord Anson? Non è una scelta avventata, privarsi di una protezione con un titolo come il vostro?»
James le rispose piccato. «Vi renderà tranquilla sapere che non siete seduta a fianco di un idiota? La vostra vita non è in pericolo sotto la tutela del marchese di Stafford, volete sentire con le vostre dita?»
Prima che potesse protestare le prese una mano, e se la posò sotto la giacca.
Appena le dita delicate avvertirono i muscoli tesi e scolpiti del petto, il ventre di Ashley si infiammò, sentì una vertigine attraversarla dentro, un desiderio proibito che la induceva a toccare la forma perfetta del corpo più in basso, l’incavo sensuale tra le lunghe gambe che aveva osservato durante tutto il tragitto da Southampton, destandole audaci curiosità. La mano di James copriva la sua e la stava avvicinando proprio in quelle zone peccaminose. Stava per ritrarsi dalla vergogna, quando avvertì qualcosa di duro e freddo sotto il tessuto della camicia. Riconobbe la sagoma di una pistola, doveva essere carica e questo pensiero la intimorì, più delle leggende sui baroni di Winchester. Ritirò le dita, spaventata ed al contempo eccitata dal calore che emanava il corpo dell’uomo.
«Se qualcuno proverà a torcere un filo dorato dei vostri capelli, premerò il grilletto.» Le parole di James erano più gelide dell’arma e la colpirono come un proiettile tanto erano determinate; da quel momento Ashley si ripromise di chiudere la bocca e non provocarlo più, solo una sciocca poteva credere che il marchese di Stafford se ne andasse in giro disarmato e senza guardie.
Passò lunghi minuti in silenzio, finché le ruote della carrozza si fermarono davanti all’ingresso della dimora, le ricordava una cattedrale del Nord così grigia e imponente da lasciarla smarrita. Scese e restò ai piedi del landò guardandosi attorno impaurita, troppa austera magnificenza per una fanciulla abituata a vivere tra i giardini in fiore di un cottage a Southampton. Sembrava che nella casa dei Sullivan non tramontasse mai il sole tanto era calorosa, quella del barone di Winchester invece, era simbolo di opulenza eppure glaciale.
«Avete davvero paura dei fantasmi, Miss Sullivan?» James trattenne un sorriso tra le labbra.
«No milord» obiettò sulla difensiva, «mi spaventano di più le armi quando sono cariche.» Lo sguardo altezzoso di Ashley non paventava il risentimento, gli passò davanti alzandosi la gonna del vestito, e attraversò il maestoso portone di quercia consapevole di avere gli occhi indispettiti del marchese su di sé.
Si era immaginata un ingresso tetro, composto di mobili scuri e lugubri tappetti, dovette invece ricredersi. Dentro il salone si percepiva un’intensa luminosità, i candelabri rischiaravano la pietra bianca delle pareti ed il pavimento era parimenti impreziosito da intarsi. Camminò sopra un raffinato tappeto orientale sui toni dell’avorio e non smise di guardarsi attorno, sul mobilio dalla linea semplice imperavano argenti scintillanti e gli occhi di Ashley restarono rapiti da tanto splendore.
 Un valletto li attese ai piedi di una scalinata di marmo, indossava la livrea in mise con quella del cocchiere e i suoi modi erano piuttosto affettati. «Vi condurrò attraverso un corridoio privato lord Anson, sapete che quando il barone organizza il gioco alle carte clandestino vuole mantenere il riserbo dei suoi ospiti.»
Ashley lo ascoltò senza interesse, era concentrata a guardare l’altezza del soffitto che sembrava non avere fine. Restò indietro rispetto agli altri, un po' per curiosità e un po' per dimostrare a James Anson che non aveva timore di restare sola in una casa protagonista di leggende paurose. C’era poi un’altra ragione, molto più intima. Il fremito che provava sui seni e tra le cosce al ricordo di quello che era appena successo in carrozza, e che le arrossiva ancora il volto. Aveva toccato il corpo di un uomo e ne era rimasta piacevolmente sconvolta, così attratta da desiderare lo stesso contatto anche in quel preciso momento e qualcosa di più...
«Miss Sullivan!» Arlette la chiamò da sopra la scalinata mentre Ashley era persa in pensieri lussuriosi, non era l’argenteria ad interessarle, quanto fermare lo sguardo su un qualsiasi oggetto e pensare al suo corpo disteso sotto quello di James.
«Lasciatela stare Mrs. Foster, è molto arrabbiata.» Le parole di lord Anson e la sua risata la indispettirono, Ashley si affrettò a seguirli per rispondere al marchese, ma lo sguardo riprovevole di Arlette fu bastevole per zittirla. La cameriera di Emily non sapeva forse che il suo padrone le aveva appena rubato l’innocenza, facendole provare sensazioni peccaminose e ardenti, come poteva prendersi gioco di lei?
«Milord.» Ashley lo costrinse a fermarsi poco dopo, percorrevano uno stretto corridoio illuminato dalle candele ed Arlette camminava più indietro. La sua accompagnatrice li oltrepassò e fissò Ashley con un’occhiata seria, facendole capire che non poteva dire tutto quello che pensava al marchese di Stafford.
James era in piedi e nell’angusto cunicolo risaltava la sua altezza statuaria. «A vostro servizio, Miss Sullivan» si inchinò leggermente e la spostò verso il riflesso della candela per poterla osservare meglio.
Ashley inclinò la testa di lato con fare seducente e parlò. «Non sono arrabbiata, milord. Solo che…» Si fermò un istante per capire se la stesse ascoltando. Sembrava infatti più interessato a seguire la linea flessuosa del collo nudo velato dalla mantella, che le sue parole. Il volto di James era così vicino al suo da farle perdere i sensi. «Provo un intenso desiderio e non ho il coraggio di esprimervelo. Potrete pensare che non sia una ragazza perbene e che la mia richiesta possa essere sconveniente per voi…»
Le iridi blu diventarono quasi liquide per la sensualità. «È dovere di un gentiluomo accontentare una fanciulla» le sussurrò, la voce impalpabile. «Sempre che il vostro desiderio non vi rovini la reputazione.»
«Vi prego di accontentarmi milord» Ashley sbatté le ciglia, decisa a sferrare il colpo della rivincita. James le si era avvicinato, le labbra così vicine alle sue da fermarle il cuore nel petto.
Era il momento per parlare prima che fosse troppo tardi. «Milord…vorrei…vorrei che mi concedeste l’onore di giocare al vostro tavolo da bisca clandestina, stanotte.»
Astuta e ambiziosa, furono i primi aggettivi che gli vennero in mente. I sensi di James erano già accesi e non le avrebbe perdonato un affronto simile. Come poteva prendersi gioco del marchese di Stafford e pensare di uscirne vittoriosa?
«Ashley…» La chiamò calmo, staccandosi da lei per non rischiare di cadere nella trappola del peccato. «Nessun uomo che abbia la tutela di una fanciulla in età da marito le permetterebbe di giocare, ma con voi è diverso.»
Sbatté le ciglia, illudendosi che stesse esaudendo il suo desiderio.
«Della vostra reputazione non me ne importa nulla» proseguì l’uomo, «quindi se non vi concederò di giocare sarà soltanto per negarvi l’ambizione. Vi lascerò invece al tavolo da gioco fino all’alba per guardare e...desiderare.»
Ashley si portò le mani alle labbra, gli occhi lucidi. Era l’offesa più oltraggiosa che qualcuno le avesse riservato. Certo l’aveva preso in giro, la vendetta però era stata oltremodo smisurata.
«Avrete vita difficile, Miss Sullivan. Ve lo prometto.» James girò sui tacchi e sul corridoio rimase soltanto la sua ombra che si allontanava al riflesso delle candele.
Ashley deglutì un nodo alla gola, sollevò la testa altezzosa e lo seguì. Maledizione all’affascinante lord Anson!
Raggiunsero Mrs. Foster e il valletto, si erano fermati in fondo al corridoio per aspettarli e appena la cameriera la vide sgranò gli occhi. Ci mancava soltanto Arlette a renderle penosa la serata, pensò tra sé e sé, mentre il marchese non la considerava neppure. Raggiunsero una porta socchiusa e il valletto si fermò, uno strano sorriso gli aleggiava sulle labbra.
«Non ho mai percorso questi passaggi segreti, devo dedurne che il barone abbia organizzato una vera serata segreta alle carte» commentò lord Anson.  
«Ci saranno solo quattro giocatori» svelò il valletto, facendoli entrare in una sala sontuosa, «un barone, un conte, un visconte e un marchese.»
«Sarà una sfida al titolo più importante» opinò James, guardandosi attorno. C’erano tutti gli elementi per una sfida divertente. Tranne uno. Ashley Sullivan. Era dietro di lui, visibilmente indispettita. E non era che l’inizio. Si meritava una bella sconfitta, meditò tra sé e sé, cercando di ignorarla. Qualsiasi uomo si sarebbe sciolto davanti ad una ingannevole proposta lussuriosa.
«Che vinca il migliore» augurò il valletto e dopo un inchino si ritirò.
«Quale gradita presenza marchese.» Il padrone di casa si alzò da una poltrona per andare incontro agli ospiti.
«Vi presento Miss Sullivan, barone. Stiamo raggiungendo Bath, dove trascorrerà l’estate insieme a mia sorella.»
Ashley finse di essere compiacente e sorrise, facendo una riverenza.
«Miss Sullivan potrà intrattenersi con la sua dama di compagnia finché giocheremo alle carte, non è così lord Anson?»
«Le ho promesso di assistere al tavolo da gioco, sembra molto appassionata di azzardo.»
Il volto del barone si incuriosì. «E voi lo permetterete, marchese? È una conoscente di vostra sorella, potrebbe essere sconveniente.»
«Una Sullivan non potrà mai essere paragonata ad una Anson, nonostante l’amicizia.»
«In tal caso sarà la nostra benvenuta fino all’alba.»
Sul volto di Ashley comparvero lacrime silenziose, la vendetta di James stava divenendo crudele. Le riservava il rispetto di una prostituta.
«Dovrete essere più forte del vostro istinto a provocare» sussurrò James, mentre sedevano a tavola. Un domestico le spostò una sedia e ad Ashley mancò il respiro; era proprio di fronte lui e prima di accomodarsi dovette togliere la mantella, non poteva indossarla durante la cena. Cominciò a slegare i lacci e fu grata ad Arlette che le venne in aiuto.
«Toglietevi da questo pasticcio, non potete restare al tavolo da gioco stanotte.» La cameriera parlava a bassa voce, approfittando del rumore delle sedie.
«Come posso riuscirci?» Ashley era sul punto di crollare.
«Inventatevi una scusa qualsiasi, altrimenti sarete rovinata per sempre.»
Le sembrava di svenire dalla preoccupazione. Sì, le sembrava di svenire. Era l’unica possibilità che aveva per salvarsi da quella situazione imbarazzante.
Arlette le fece scivolare la mantella dalle spalle e gli occhi di lord Anson ammirarono la profonda scollatura che risaltava i seni prosperosi. Ashley Sullivan aveva delle forme seducenti sotto gli strati di stoffa che indossava; fermò lo sguardo proprio tra le prominenti rotondità, poteva immaginarseli molto bene perché Ashley si stava accasciando sullo schienale della sedia, offrendogli uno spettacolo peccaminoso. «Arlette» chiamò la ragazza con un filo di voce, e solo in quell’istante James Anson capì che stava svenendo.
«Oh mio dio!» esclamò Mrs. Foster, incredula. Stava fingendo oppure stava male davvero? Le si avvicinò subito, mentre lord Anson guardava la scena. L’istinto l’avrebbe indotto ad alzarsi per assistere la ragazza, la ragione lo costrinse tuttavia ad osservare da distante. «Adagiatela su quel divano» ordinò ai domestici, mentre il barone scelse il silenzio, spettava infatti a milord decidere per la sua ospite.
«Sarà meglio condurla alla locanda, lord Anson. Il viaggio l’ha stancata troppo» si intromise Arlette nella confusione, voleva portarla al sicuro da quella dimora di gioco clandestino.
Ashley aprì gli occhi e sentì lo sguardo di James addosso. La fissava incuriosito finché un domestico la prendeva in braccio; se solo quelle braccia fossero state quelle del marchese, sognò Ashley. Lui sembrava invece molto freddo, si percepiva il gelo nell’espressione dei suoi occhi blu e non smetteva di guardarla con aria riprovevole.
«D’accordo Mrs. Foster, il barone farà preparare il landò; appena Miss Sullivan si sarà ripresa tornerà alla locanda in vostra compagnia.» James Anson aveva trasgredito le regole e si era sollevato da tavola per avvicinarsi a lei. «Come vi sentite, Ashley?» Aveva una voce morbida e carezzevole, nonostante i modi poco premurosi.
«Mi rincresce milord, devo essere svenuta per la stanchezza.»
James pensò che interpretasse il ruolo in modo così convincente da ingannare perfino sé stessa. Ma non lui. Se la lasciava andare c’era solo un motivo: togliersela di mezzo durante il gioco d’azzardo notturno. «Tornerete presto alla locanda per riposare, Miss Sullivan. Domani all’alba partiremo per Londra e sarà un viaggio ancora più faticoso.»
E così non avrebbe neanche cenato, pensò Ashley. La mandava via a stomaco vuoto, pur di liberarsi in fretta di lei.
«Se potessi partirei in questo istante, milord» mentì, la voce incrinata.
«Esaudirò il vostro desiderio» disse, fissando le iridi azzurre della ragazza. Ashley gli riservò uno sguardo intenso, le parole equivoche di lord Anson le sfioravano i sensi. In un’altra situazione l’avrebbe considerato un invito ad approfondire la loro conoscenza e sarebbe stata ben lieta di intraprendere una relazione con il marchese di Stafford. Cosa stava pensando? Si rimproverò da sola. Una fanciulla perbene non avrebbe meditato simili pensieri. Solo che con il trascorrere delle ore le appariva più affascinante del passato.
«Preparate il landò» ordinò milord ad un domestico. «Miss Sullivan tornerà a Winchester con Mrs. Foster».
Arlette non poteva sedere alla tavola del barone, le era stato concesso di restare in sala purché non fosse sconveniente per Ashley restare sola con gli uomini così esultò in silenzio, l’aveva salvata dal rischio di rovinarsi l’onore, per quale insensata ragione avrebbe voluto assistere al gioco d’azzardo in mezzo a quattro nobili? In carrozza non le avrebbe risparmiato una predica, se voleva incantare il marchese o qualcuno dei suoi conoscenti era il modo meno decoroso di attrarre l’interesse. Si avvicinò ad Ashley, cercava di sollevarsi a fatica dal divano mentre lei la copriva con la mantella. Non le era sfuggito lo sguardo del marchese sui seni floridi della ragazza, per quanto fosse un gentleman e vantasse una raffinata educazione, la sua natura maschile prevaleva davanti ad un simile spettacolo.
Il barone dispose presto la partenza delle ospiti, una coppia di lacchè in livrea e due guardie armate che avrebbero fiancheggiato la carrozza per proteggerle dai briganti.  Ashley lasciò presto la dimora imponente per rifugiarsi tra le pareti del landò, si sistemò sul sedile e prese a vociferare con Mrs. Foster. «Sono stata all’altezza di togliermi dall’impaccio?» ironizzò, senza farsi sentire dai domestici.
«È stata un’imprudenza!» la redarguì Arlette indispettita. «Se pensate che riuscirò ancora a togliervi da una simile avventatezza, dovrete affidarvi alla fortuna! La vostra cara amica Emily Anson, non approverebbe un simile comportamento.»
«Non siate così arrabbiata, Mrs. Foster. Ho imparato a giocare alle carte in casa di mio padre ed era molto divertente, passavo le noiose serate invernali senza annoiarmi.»
«Questa è stata una provocazione bella e buona, Miss Sullivan! Confidate che questa notte il marchese beva al punto di dimenticarsi questo increscioso episodio, potrebbe decidere di allontanarvi dalla compagnia di sua sorella se solo lo volesse!»
«Potrebbe ubriacarsi Mrs. Foster?»
«È un uomo e possiede un titolo importante, tutto gli è concesso.»
Ashley finalmente si azzittì, c’era troppa differenza tra le sue abitudini a Southampton e frequentare la società nobiliare. Quello che doveva fare era semplicemente il contrario di come si comportava abitualmente, un’educazione ancora più rigida e lasciare che fosse un uomo a corteggiarla senza rischiare la reputazione, nonostante sentisse addosso il peso di conquistare almeno un pretendente in pochi mesi. Se nessuno l’avesse fatto però? Si diede tre scadenze che contò sulle dita: il primo mese per dimostrarsi virtuosa così avrebbe protetto l’onore, quello successivo avrebbe concesso qualche sorriso in più per adescare un uomo e se non ci fosse riuscita, l’ultimo periodo avrebbe provato qualsiasi mossa, anche la più sconveniente, per non tornare a casa con le speranze spezzate.
La distanza tra la dimora del barone e la locanda era così breve che trascorse il resto del viaggio ad ascoltare i sospiri di Arlette, senza dire più nulla. Anche la cameriera si era chiusa nei suoi pensieri indispettita ed Ashley si ripromise di alleggerirla dandole meno preoccupazioni nei giorni seguenti. Scesero dal landò ed entrarono alla locanda scortate dai lacchè del barone che si congedarono con un inchino.
Le accolse il locandiere, non si aspettava di vederle tornare così presto ma non chiese nulla, si offrì invece di procurargli un piatto di zuppa rimasta in cucina.
 Mrs. Foster acconsentì e sussurrò ad Ashley: «Mangerei anche una minestra di sassi pur di mettere qualcosa sotto i denti!»
«Il marchese è stato piuttosto scortese Arlette, ha chiamato il landò prima che il nostro stomaco potesse riempirsi; doveva immaginarselo che avremmo gradito una cena!»
Mrs. Foster emise un colpetto di tosse. «Ritengo che sia stata una punizione per averlo ingannato e per liberarsi di noi. Confidate che stanotte si ubriachi al punto di dimenticare il vostro inganno.»
«E questo sarebbe un gentleman
«Lord Anson è un esperto giocatore di carte e si concede privilegi…maschili. La nostra presenza al tavolo da gioco l’avrebbe imbarazzato» notò Arlette, salendo le scale dietro di lei.
Ashley meditò una risposta acerrima, raggiunta la camera si accomodò ai bordi del letto indispettita, e non risparmiò il suo rancore contro lord Anson. «Sarà anche il marchese di Stafford, godrà di privilegi e amicizie importanti, ma sapete cosa vi dico Mrs. Foster? Che se non fosse il fratello maggiore della mia cara amica Emily Anson, sarei già sulla strada di ritorno per Southampton!»
La cameriera la fissò da oltre lo specchio, l’espressione incuriosita. «E così rinuncereste ad una stagione promettente, per il carattere di milord.»
«Resterà ad Anson House per tutta l’estate?» chiese lei, preoccupata.
«Non vi resta che sperare in un fidanzamento con Miss Ridley, sembra che la fanciulla desti l’interesse di milord.»
 Ashley avrebbe approfondito la conversazione, chissà quale genere di ragazza suscitava interesse in un uomo tanto rigido, pensò tra sé e sé; aveva una domanda impertinente da rivolgere a Mrs. Foster quando sentì alcuni colpi alla porta.
«Deve essere la nostra cena» disse Arlette, affrettandosi ad aprire. Era la moglie del locandiere, depositò due piatti caldi e del pane sopra un tavolino con i suoi modi grossolani, poi se ne andò in silenzio inchinandosi goffamente.
Il profumo della zuppa era più invitante della vita sentimentale di milord, così Ashley si accomodò accanto ad Arlette e gustò il primo cucchiaio fumante. «È così fastosa la residenza degli Anson, a Bath?» si interessò. Le sembrava il momento ideale per ricevere notizie sugli Anson e le loro ricchezze, Arlette era così concentrata sulla zuppa che le avrebbe svelato qualsiasi segreto della famiglia.
«Oh, è una dimora lussuosa con una splendida vista sul fiume Avon e sulla cattedrale. Ci sono ampie stanze, saloni riservati ai balli e ai banchetti. Milord ha voluto una sala solo per uomini, come quelle che frequenta abitualmente da Bloody’s.»
«Sarà un onore ritrovare Emily a Bath!» vaneggiò entusiasta. «Ci siamo conosciute a Londra, dove abitano i baroni di Worcester, parenti di mia madre. Devo a questa parentela la stagione invernale a Londra, resterei altrimenti una benestante ragazza di campagna di Southampton.»
«Siete figlia di un commerciante di stoffe» osservò Arlette.
«L’aristocrazia inglese privilegia la pura discendenza del sangue, più di una ricca dote.» Ashley doveva fingere, anche con Mrs. Foster; non poteva confidarle quanto denaro di quella dote sua madre avesse speso per prepararle l’estate a Bath. Negli ultimi mesi suo padre si era ritirato dal commercio per trascorrerli nel letto sofferente e in poco tempo era sfumato il tenore di vita dei Sullivan.
«Per una bella donna esistono nobili che perdono il lume della ragione e l’interesse per la dote» notò Arlette, continuando a gustare la zuppa. «Fanciulle dal carattere mansueto e dalla bellezza inusuale» precisò poi.
L’ultimo commento sembrava un consiglio ed Ashley dovette riconoscere che la cameriera di Emily era più astuta di quanto credesse. Carattere mansueto e bellezza inusuale, pensò tra sé e sé. Poteva considerare di ammorbidire il primo, in quanto al fascino per quanto avesse cercato di migliorare, i colori delicati restavano. Le ciocche dei capelli biondo topazio, le iridi tonalità acquamarina e la pelle d’avorio.
Arlette lasciò il vassoio dei piatti fuori dalla porta e fissò Ashley attraverso la specchiera. «Vi aiuterò a togliere il vestito, è ora di andare a letto Miss Sullivan. Domani mattina vi aspetta un viaggio lungo e noioso.»
«Se solo lord Anson non dovesse raggiungere i parenti a Londra» commentò sconsolata, mentre Mrs. Foster le passava l’abito dalla testa. «Domani sera avrei già potuto abbracciare Emily, invece sarà una giornata in compagnia del silenzioso marchese e dei suoi libri! Si accorcerà la mia estate a Bath per questo viaggio» concluse dispiaciuta.
«Suvvia non disperate! Avrete tutto il tempo per trascorrere serate tra balli e ricevimenti, alla fine della stagione vi annoierete a parteciparvi» lasciò cadere Arlette, «sempre che nel frattempo non conosciate un degno pretendente.» La guardò attraverso lo specchio e sciolse i lacci del corsetto.
 «Finalmente mi liberate da questa gabbia!» disse, mentre un sorriso misterioso le increspò le labbra. «Sono così stanca e accaldata che dormirò soltanto con la camiciola.»
«Fingerò di non avervi sentita» rispose Arlette, portandosi una mano sulla fronte. Ashley Sullivan avrebbe imparato molte lezioni del ton durante la stagione, se voleva essere all’altezza di Emily Anson, la camicia da notte era tra le prime regole da rispettare, anche nelle estati più calde. «Riposate bene, Miss Sullivan. Verrò a chiamarvi all’alba.» Si congedò con un inchino e soffiò sui lumi del candelabro, prima di lasciare la stanza.
Rimasta sola, Ashley si mise sotto le lenzuola, guardò il soffitto e sospirò. Nel buio della stanza i suoi pensieri sembravano prendere forma e divenivano così nitidi nella sua mente che il volto di James Anson le apparve nella sua sensuale bellezza. L’aveva toccato. Il ricordo della mano sotto la sua giacca divenne così scabroso, da accenderle le guance. Si chiese come fosse sfiorare anche più in basso, dove giungevano i sogni proibiti delle ragazze perbene. Sentì i capezzoli inturgidirsi e un fuoco divampare tra le gambe, sotto i mutandoni; l’istinto la induceva a toglierli insieme alla camiciola, era troppo caldo nella stanza e doveva sfogare quelle sensazioni focose liberandosi degli indumenti. Come poteva addormentarsi nella camera del marchese? Sentiva il suo profumo aleggiare nell’oscurità, una colonia inconfondibile aromatica miscuglio di fragranza di ebano e sensualità. Quest’ultimo elemento non era parte dell’essenza, bensì componente del carattere di milord.
Si alzò dal letto e andò alla finestra per aprire la tenda, la luna piena illuminò in un raggio d’argento l’abito scandaloso che aveva indossato alla dimora del barone di St. John. Appoggiò sopra la camiciola e restò a seni nudi e mutandoni. Era l’unica scelta per prendere sonno in quella stanza rovente, dove anche i pensieri audaci scaldavano la temperatura. Tornò sotto le lenzuola cercando di rallentare i battiti del cuore, poteva riuscirci ricordando i modi freddi di James Anson che le gelavano ogni emozione, solo che non riuscì a rilassarsi, fuori si avvertiva un certo schiamazzo. Si coprì nel cuscino per non sentire gli striduli delle carrozze che ripartivano da Winchester, a quell’ora della notte c’erano ancora molti uomini in giro per la città che tornavano alle loro dimore, dopo avere trascorso la serata alle locande.
La stanchezza si impadronì presto di Ashley, sprofondò in un sonno tormentato che si raddolcì soltanto al profumo intenso di una colonia maschile; le sembrava così pungente da entrarle nel sogno e destarla lentamente. Le palpebre vibrarono e si voltò, percependo una vicinanza calorosa accanto a sé. La luna schiarì i contorni di quel corpo maschile, credeva di trovarsi in un magnifico sogno dove James Anson le era accanto, il torso nudo e i capelli scompigliati a nascondergli il volto. Il respiro dell’uomo però era vivido, e in pochi istanti la realtà divenne più scandalosa dell’immaginazione.
 Ashley balzò in piedi, le dita sulle labbra per non gridare, mentre lord Anson si svegliò per il trambusto, lo sguardo confuso. «Che ci fate nuda nella mia stanza?» trasalì, appena notò la turgida bellezza dei seni, illuminati dalla luna.
«Questa è la mia camera!» si difese lei, coprendosi la nudità con le mani.
James si alzò subito dal letto e andò a sciacquarsi il viso con l’acqua gelida del catino.
«Ho ricordi offuscati del viaggio di ritorno alla locanda, ma se il locandiere mi ha fatto accompagnare in questa stanza sarà per una ragione che non posso confidarvi.»
«Mi dovete delle spiegazioni lord Anson!» Ashley era rabbiosa e cercava di contenere la voce per non svegliare Mrs. Foster.
«C’è un’unica spiegazione, Miss Sullivan. Che vi piaccia o meno, il locandiere vi avrà scambiato per una donna di piacere.»
Ashley inorridì e lo fissò con uno sguardo velenoso. «Una femmina diversa da quella che avete incontrato ieri sera in questa camera!»
Le si avvicinò e le mise una mano davanti alla bocca per farla tacere. «Il marchese di Stafford può appagare i piaceri carnali con ogni donna desideri, Miss Sullivan. Non sarò però così sciocco da farmi trovare in vostra compagnia, dovrei altrimenti rimediare un matrimonio con una fanciulla che non adoro affatto!» Raccolse i suoi indumenti e uscì dalla stanza, rivolgendole uno sguardo intimidatorio.
Più tardi Ashley sentì lacrime calde bagnarle il volto e fissò i primi albori oltre la finestra, restò seduta umiliata sul letto a pensare come sopravvivere alla vergogna di quell’incontro; poteva tornare a Southampton con una diligenza, ma perché doveva perdere l’occasione della sua vita per una dannata sfortuna? Ci pensò per lunghe e tormentate ore e alla fine decise di risollevarsi con orgoglio, lord Anson non le avrebbe rovinato l’estate a Bath e per tutte le ricchezze degli Anson non sarebbe tornata a casa da sua madre prima di avere conosciuto un pretendente! Con quella determinazione avrebbe combattuto i pregiudizi del marchese, dimostrandogli quanto una semplice Sullivan poteva farsi notare nell’elitaria aristocrazia inglese.
Per l’onore di suo padre, lo doveva a John Sullivan.

© 2018 Sarah Mathilde Callaway
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