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Una scandalosa estate a Bath

di Sarah Mathilde Callaway

Inghilterra, Bath, 1815.

Appena Ashley Sullivan riceve la lettera con l'invito a trascorrere l'estate a Bath, ospite della sua più cara amica Emily Anson, inizia a sognare ad occhi aperti. La lussuosa dimora di Anson House, tra balli, ricevimenti e passeggiate in carrozza potrebbe essere l'occasione per conoscere un pretendente.

Sembra però che il marchese di Stafford, fratello maggiore di Emily, abbia tutte le intenzioni di impedire a Victor Collins di concederle un ballo ufficiale. Ha scoperto infatti che Emily è innamorata dello stesso gentleman ed è disposto a qualsiasi cosa pur di alleviare il cuore tormentato della sorella. Può davvero uno scandalo, raggirare il destino?

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lettura da 29 minuti

CAPITOLO 11

Epilogo

 

 

Era davvero passata una settimana da quando lord Anson aveva lasciato il cottage dei Sullivan? Ashley stava passeggiando tra i giardini della sua casa, mentre i domestici sistemavano le ramaglie disordinate. Il tempo scandiva le sue giornate avvolte nella nebbia, per quanto fuori fosse ancora estate e il sole inondasse le distese dei prati, l’animo le si era rabbuiato, trascinandola nell’infelicità. Aveva deposto anche lei l’anello del matrimonio, un prezioso topazio azzurro tempestato di brillanti.

È l’anello del debutto di Emily. La voce di James le risuonava ancora nella mente, come un ordine cui era stato costretto a sottomettersi. E l’amica, nella disposizione del suo animo così puro e sincero, doveva averlo supplicato di riparare al danno. Ashley si intenerì, nella disperazione di un matrimonio che nessuno avrebbe voluto, miss Anson aveva deciso di regalarle un anello della stessa tonalità dei suoi occhi, un gesto nobile che rendeva onore ad un futuro radioso tra lei e lord Collins.

Che poi, a ben pensarci, Ashley non avrebbe voluto un marito come Victor a suo fianco, era troppo attratta da James Anson per potersi un giorno dimenticare i brividi ardenti che provava al solo sguardo di milord. Il suo intento era stato quello di non deludere le aspettative di sua madre, di rendere orgoglio al cognome dei Sullivan e anche sì, quello di garantirsi una buona rendita per salvare il cottage e pagare i domestici.

Qualcosa però era andato storto, si era innamorata. Sul serio. E i calcoli avevano perso il loro senso di esistere. Un marito ricco ora ce l’aveva, ma che cosa aveva perso dietro di sé? La dignità e il desiderio di sentirsi amata. L’anello al dito non le apparteneva, sapendo che milord l’aveva riscattata nella cattedrale di Salisbury, senza però provare un qualsiasi sentimento che non fossero l’attrazione e la rabbia.

Ashley puntò lo sguardo ai giardinieri, le finanze dei Sullivan erano poco più che bastevoli fino alla prossima primavera e toccava a lei inventarsi qualcosa che non fosse chiedere aiuto agli Anson. C’era sempre sua madre che non le parlava, chiusa nel lugubre pensiero che avesse perduto la sua virtù più preziosa tra le grinfie di un nobile. E sì, l’aveva poi sposata, relegandola però nella casa dei suoi genitori. Senza contare che i suoi parenti del Worcester l’avevano informata delle gravose notizie che circolavano a Londra, così Blanche a sua insaputa aveva scritto una lettera a lord Anson. Era vedova da pochi mesi, ma se suo marito fosse stato lì accanto a lei le avrebbe ordinato di fare la stessa cosa, proteggere la loro unica figlia dalla vergognosa vicenda, ed Ashley aveva soltanto la madre per sopportare quell’ingiurioso destino.

  Il marchese di Stafford non le aveva risposto, si era solo approfittato del candore di Ashley, rovinandole la vita. E Blanche, se solo avesse saputo sparare, l’avrebbe sfidato al duello. E poi sua figlia, si era innamorata di quel vigliacco! La vedeva aggirarsi per casa come una bambola, senza vita.

Blanche aprì in quel momento le tende della finestra e guardò fuori. Ashley stava passeggiando in giardino, nel vecchio cottage che avrebbero dovuto restaurare; la amava troppo per vederla soffrire così e non se la sentì di osservarla oltre. Richiuse le tende di seta e si mise a pensare. Forse i suoi parenti di Worcester avrebbero potuto fare qualcosa per loro, obbligando lord Anson a prendere con sé la moglie. Eppure all’inizio le era sembrato un uomo onorevole, piuttosto irriverente nei confronti della figlia, era evidente che non apprezzasse la compagnia di sua sorella con la umile discendente di Southampton, ma arrivare al punto di ripudiarla così!

Le mani di Blanche si strinsero a pugno e prese un respiro profondo. Si sarebbe presentata lei stessa ad Anson House, pretendendo di venire ricevuta. Milord avrebbe anche potuto sbatterla fuori dalla sua dimora, lei però aveva tutte le intenzioni di incontrare l’uomo che le aveva rubato Ashley!

Sua figlia entrò proprio in quell’istante, portando con sé il profumo inconfondibile delle rose del giardino. «Siete qui, madre.»

«Sì, nella vecchia stanza di vostro padre.»

«Ho visto che mi stavate spiando poco fa e siete oltremodo preoccupata. So di avervi arrecato un dolore, ma rimedierò alla mia sconsideratezza.»

Il volto di Blanche divenne diafano. Era più preoccupata di una lepre, conosceva la sua piccata determinazione e c’era aria di tempesta nei suoi occhi.

«Scriverò una lettera per lord Anson. Gliela farete recapitare voi stessa perché io partirò per l’India.»

A quel punto sua madre dovette sedersi.

«Ho deciso che riprenderò il lavoro di mio padre e mi pagherò il viaggio con i costosi abiti che avete fatto realizzare per me. Non mi servono più. Ho conquistato un marito ed ora che ho capito quanto sia inutile il matrimonio gli renderò la libertà. Chiederò l’annullamento delle nozze.»

«Ashley no…» Blanche sentì la disperazione attraversarle il petto, come la punta di una spada.

«Ho deciso madre. Partirò oggi stesso per Londra, insieme ai miei dannati vestiti ancora richiusi nei bauli. L’unico che non venderò sarà l’abito che vi appartiene e che ho rubato per attrarre un marito. Il primo di cui vorrò liberarmi sarà invece il vestito del matrimonio: un dannato destino che mi scrollerò presto dalle spalle. Ve lo giuro sul cognome dei Sullivan, tornerete a vivere presto nell’agiatezza che vi appartiene. Siete una parente dei baroni Beauchamp di Worcester e voi avete fatto tutto per me!»

Ashley si inchinò ed uscì, cercando di trattenere l’istinto di abbracciare sua madre e di asciugarle gli occhi. Dannazione a lord Anson! Una lettera scritta con l’animo in tempesta l’avrebbe scosso più di quanto non fosse stato abituato alle remissive obbedienze di sua sorella Emily. E l’anello sarebbe stato rimandato ad Anson House, dal più fidato domestico dei Sullivan.

Andò a recuperare il denaro necessario per il viaggio e impartì più ordini di un comandante al suo esercito. Blanche non ci provò neppure a fermarla, sua figlia era come un uragano, doveva abbattersi contro il destino per tornare a vivere, solo che aspettò che si chiudesse la porta alle spalle, poi si preparò lei stessa per andare a battere i pugni sui tavoli di Anson House.

 

Poche ore di permanenza a Londra le fruttarono un sacchetto colmo di monete d’argento, le restavano pochi abiti da vendere e le fu più semplice di quanto immaginasse. Realizzati con tessuti magnifici, provenienti dalle terre lontane dove suo padre si recava, facevano già bella mostra nelle vetrine di un negozio e lei era pronta a tornarsene a Southampton in compagnia del suo gruppetto di domestici e della cameriera che aveva scelto per il viaggio. I più taciturni di Sullivan Cottage, perché l’ultimo desiderio di Ashley era chiacchierare con qualcuno.

La rabbia l’aveva resa impavida e pronta a qualsiasi avventura pur di non soccombere al destino, si immaginò spesso il volto di milord quando avrebbe ricevuto di ritorno l’anello del matrimonio e la lettera acerrima che lo accompagnava. Non si era risparmiata nulla, gli aveva detto che lo odiava fin dal loro primo incontro e che detestava ancora di più i commenti ostili sui suoi capelli biondi. Come se fosse colpa sua se la natura le aveva destinato un colore così chiaro e brillante che non passava certo inosservato!

 

Più tardi, dall’altra parte della città un destriero cavalcava furibondo lungo il Tamigi, lord Anson era sconvolto e non aveva aspettato un istante. La lettera di Ashley con l’anello erano arrivati pressoché nell’istante in cui Blanche Sullivan rischiava di svenirgli in salotto, la donna l’aveva letteralmente supplicato di impedire che la figlia se ne andasse in giro per il mondo a riscuotere il mestiere del padre, mentre Emily che aveva saputo dell’arrivo della signora Sullivan si era subito preoccupata che portasse cattive notizie su Ashley. Ascoltò la conversazione tra i due e si sentì perduta. Come aveva potuto la sua più cara amica, ripudiare un marito dopo lo scandalo ad Anson House?

«Restatene fuori!» gli aveva gridato James, era bastevole una donna semi svenuta in salotto, se si fosse aggiunta anche Emily avrebbe dovuto chiamare un dottore oltre ai domestici e lui doveva partire al più presto per Londra dove la sua sconsiderata moglie stava vendendo i vestiti per andarsene.

Nel tragitto gli restò poco tempo per pensare, l’istinto era quello di condurla ad Anson House e relegarla nel suo appartamento privato finché non fosse tornato da Malta, doveva partire l’indomani e stava rischiando di perdere la nave per colpa sua. Calcolò la distanza tra Londra e Southampton, circa ottanta miglia e gli sarebbe costato l’onore chiedere a Sua Maestà di partire qualche giorno più tardi per la nuova Colonia. Il rischio era troppo alto, a qualcosa doveva rinunciare e l’ultima cui volesse davvero perdere era la ragazza bionda che gli aveva stregato il destino. L’amica ambiziosa di sua sorella che alla fine aveva dimostrato un coraggio di ferro, tutto quello che ci voleva per stare con un uomo come lui, per nulla avvezzo alle sciocchezze femminili e ai discorsi da salotto.

Era stata sincera almeno con sé stessa, usando le virtù della bellezza e dell’intelligenza per accaparrarsi un uomo; beh, su quest’ultima dovette ricredersi! Se all’inizio era stata furba, aveva poi ceduto in nome di qualcosa che lui stesso non riuscì a definire. Perdere l’innocenza per farsi sposare, non era una mossa degna della signorina di Southampton. Quale donna avrebbe rischiato uno scandalo simile, per rovinarsi? Perché allora non l’aveva allontanato quando la stava seducendo? D’accordo, lui non le aveva lasciato molto tempo per reagire ai suoi baci ardenti, bastava però uno schiaffo in pieno volto per fermarlo. E lei non aveva sollevato neppure una protesta. Lo detestava davvero, oppure… Tirò le redini in quello stesso istante e il cavallo quasi lo disarcionò dalla forza. Riconobbe l’abito del matrimonio in una vetrina del centro, l’avrebbe riconosciuto anche ad occhi chiusi tanto il momento dello scambio degli anelli a Salisbury era impresso nella sua mente.

Scese dal destriero ed entrò nel negozio, come se gli avessero appena puntato una pistola alla tempia. «Voglio quel vestito e tutti quelli che vi ha venduto la ragazza dai capelli biondi!»

Il proprietario guardò prima il suo vestiario, poi gli scoccò un’ultima occhiata agli stivali inzaccherati.

«Temo di non capire, milord.»

«Capirete meglio adesso.» Lasciò che il contenuto del sacchetto si sparpagliasse sul pavimento di legno. Erano delle brillanti ghinee e si riversarono a terra con un suono assordante. «Mandateli ad Anson House di Bath.»

«Siete voi, lord Anson?»

«In persona. E quella che è stata qui da voi è mia moglie. Non sarò costretto ora a pagarvi per dirmi dov’è andata!»

«Dei del cielo! Se avessi saputo chi era l’avrei fermata, milord. Nessuno sa che avete preso moglie qui a Londra, vostra zia non ne ha fatto parola con alcuna delle sue conoscenze.»

«Immagino che la trovi una sconvenienza per gli Anson e non posso che darle ragione. Le è mai capitato di incontrare una moglie che voglia sbarazzarsi del suo abito nuziale?»

«So solo che era diretta a Southampton, le serviva del denaro al più presto, voleva imbarcarsi per l’India. Se n’è andata questa mattina lord Anson, e sono desolato se non la ritroverete.»

«La ritroverò, con la stessa certezza con cui voi non farete parola di quanto successo qui dentro!»

«Manderò i bauli ad Anson House, milord.»

«Vi ha venduto anche quelli?» Si stupì James.

«Voleva viaggiare senza il peso delle casse per raggiugere prima il porto.»

In realtà lui provava più incertezza di un condannato a morte, se l’avesse davvero ritrovata cominciò a vacillare. Il porto era un luogo dove chiunque poteva nascondersi e imbarcarsi senza farsi riconoscere.

Uscì dal negozio come una furia e si mise in sella al suo cavallo, con un po' di fortuna il carro di Ashley sarebbe stato più lento e una volta arrivato al porto avrebbe dilapidato i quattrini per corrompere chiunque gli avesse dato notizie su una ragazza dai capelli biondi.

«Milord aspettate!»

Il proprietario del negozio si ricordò un dettaglio importante. «L’ultimo vestito l’ha barattato per un paio di calzoni maschili di colore ambra, una giacca scura e un berretto di lana.»

«Di che colore?» La voce di James era sull’orlo della disperazione, no, non poteva avergli fatto anche questo. In abiti maschili non l’avrebbe mai ritrovata.

«Verde, lana verde. Buona fortuna, milord.»

«La fortuna sarà perderla» digrignò James tra i denti, «quella donna mi farà impazzire!» Tirò le redini del cavallo e fuggì.

Da solo e in sella ad un cavallo non avrebbe potuto arrivarci, doveva essere più astuto della mente fredda di sua moglie che a quanto pare aveva escogitato ogni piano per non lasciare traccia di sé. Andò a bussare alla dimora di sua zia a Londra, lady Anson non si era poi così stupita di ascoltare una storia tanto assurda, la ragazza dava del filo da torcere ed era riuscita a farsi sposare dal nipote. Che per giunta sembrava pure innamorato. Non avrebbe altrimenti seguito una sconsiderata fino a Southampton per fermarla!

Alla fine aveva però ceduto, gli aveva concesso la carrozza e i cavalli, oltre alcune guardie che avrebbero sorvegliato il viaggio di notte. Quello che si raccontava a Londra sulla scandalosa notte del ballo a Bath era sulla bocca di tutti e per rispetto al cognome che portava non si era dilettata fino a quel momento a commentarne con alcuna delle sue conoscenze, solo che adesso sembrava che fosse giunto il momento. Come faceva a trattenersi davanti ad un simile affronto? La ragazza era sfacciata e aveva lasciato il marito per imbarcarsi in chissà quale avventura. Lady Anson cercò di tenere a freno la rabbia, confidò in cuor suo che James la ritrovasse per non gettare ombra sulla famiglia e su Emily che tanto aveva confidato nella sua amica, rivelatasi una discutibile compagnia.

Tanto se l’avesse ritrovata, la vita di Ashley si sarebbe ridotta ad un mucchio di giorni inutili e uguali perché il nipote era deciso a farle passare ogni desiderio di fuggire che non fosse il perimetro di Anson House. Così le aveva promesso, in cambio della carrozza e delle guardie.

Milady si portò alla finestra e guardò fuori, il buio avvolgeva le strade londinesi e i landò giravano già con le lanterne accese, un’imprudenza simile valeva una sculacciata per miss Sullivan, perché non provò neppure ad immaginare che la ragazza portasse ormai il cognome degli Anson. Sbuffò per il fastidio e si mise al suo scrittoio. La prima cosa da fare era delegittimarla dell’eredità degli Anson, sempre che quello sciocco di suo nipote non si fosse invaghito al punto da volerle lasciare ogni bene della famiglia alla morte della zia! Se n’era accorta ben presto e aveva confidato che miss Ridley lo distraesse dall’oro dei capelli della piccola arrivista imparentata ai Beuchamp. Nulla da fare, l’aveva attratto nella trappola della lussuria e James Anson, uomo di legge e dalla personalità attraente, c’era comunque cascato come un idiota.

Cosa poteva avere quella di così interessante, sotto i capelli dorati?

 

James era di tutt’altro parere ma per convincere la zia a farsi concedere la carrozza, acconsentì all’esclusione dal testamento. Meglio farle rinunciare al patrimonio che rischiare di perderla per sempre. Il cocchiere percorse le ottanta miglia a ritmo forsennato, rischiavano l’osso del collo a correre nel cuore della notte per le strade sterrate, solo che le ore a disposizione di lord Anson passavano troppo velocemente per rallentare l’andatura. La sua nave per la Francia sarebbe salpata l’indomani al tramonto, in un viaggio che l’avrebbe condotto fino a Malta e con il cuore a pezzi se non l’avesse trovata. James scosse la testa inorridito, avrebbe rinunciato all’incarico per Sua Maestà e si sarebbe imbarcato alla ricerca di Ashley in terre lontane. Fino a quando non l’avesse trovata; prima o poi doveva pur fare ritorno a Southampton e milord si sarebbe stabilito proprio nelle vicinanze di Sullivan Cottage per aspettare il momento di rivederla!

Appena riconobbe il profilo del mare, il suo cuore accelerò i battiti. Alcune grosse imbarcazioni erano ancora ferme e pregò che tra queste vi fosse quella della moglie. Ordinò al cocchiere di correre ancora più veloce, fino a quando la carrozza raggiunse la banchina e lì si fermò. C’era troppa gente attorno e per un istante James si perse d’animo. Non l’avrebbe trovata, l’aveva persa per sempre. Sua moglie si era decisa ad andarsene e a lasciarlo solo con l’anello della promessa che lui conservava ancora nel taschino della giacca. Un momento gli bastò per capire che una donna innamorata non l’avrebbe fatto, solo che era evidente, quello innamorato tra i due era lui. E l’aveva scoperto soltanto nei giorni tormentati in cui era tornato a Bath senza Ashley a suo fianco.

Da fuori poteva esserle sembrato un ripudio, invece c’era una ragione ben più profonda. L’aveva fatto per proteggerla, le lingue a Bath correvano, sarebbe entrata ad Anson House con un matrimonio riparatore e un ingresso così umiliante l’avrebbe svergognata, senza un ballo e neppure il benvenuto dei parenti londinesi. Zia Anson compresa.

Cercò di scrollarsi la tristezza di dosso, era il momento di agire e di corrompere chiunque con l’oro. Ordinò ai suoi uomini di andare a cercare il capitano dell’immensa nave che fumava, era in procinto di partire e da quello che gli disse un vecchio curioso poco distante, era diretta in Grecia. A James bastò fare un conto piuttosto semplice, dalla Grecia Ashley avrebbe raggiunto l’India, con chissà quali mezzi e rischiando la vita. Pensava forse che il suo travestimento fosse durato a lungo? Se l’avessero scoperta gli uomini, il suo destino era segnato. A James mancò quasi un respiro e si chiese se davvero l’amica di Emily avesse mai dato segni di pazzia a tal punto da avventurarsi in un mondo sconosciuto e pieno di pericoli. 

«Il capitano vuole vedervi, milord.»

Non se lo fece ripetere due volte e salì le cigolanti scalette di legno, le vertigini e il mal di mare l’assalirono, era la preoccupazione per Ashley a renderlo inquieto e a fargli mancare l’aria.

Lo incontrò a poppa, un uomo dalla pelle coriacea e i modi spicci. Stava studiando la rotta su una mappa geografica e l’umore di James scese all’inferno.

«Cosa vi porta fino qui, lord Anson?» Il capitano parlava come se avesse già inteso le richieste del nobile davanti a sé, scelse però di farlo parlare. Forse avrebbe elargito dell’altro oro e mai come in quel momento le sue mani apprezzavano la fredda sensazione delle monete dentro le tasche della giacca.

«Sto cercando un ragazzo. Calzoni chiari e un berretto di lana verde. Ordinate ai vostri uomini di scovarlo e vi ripagherò con pietre preziose.»

L’uomo si passò una mano sulla folta barba brizzolata e portò lo sguardo dalla carta geografica agli occhi blu di lord Anson. Lo fissò meglio, aspetto freddo e pungente, ma era più innamorato di un idiota se era alla ricerca di una donna che l’aveva appena lasciato. «Preparate le vostre gemme, milord. Sto per farvi una proposta interessante.»

Il passo di James seguì quello claudicante del Capitano, fino dentro alla nave. Oscillavano lampadari e dentro odorava di legno umido, la nausea lo stava assalendo. Non vi erano notizie di Ashley e si sentì mancare.

L’uomo si avvicinò ad un marinaio, e gli bisbigliò qualcosa all’orecchio. L’altro recepì il messaggio e tornò poco dopo con un individuo infagottato, il volto scuro per la cenere. James lo guardò, senza capire. Poi si avvicinò, gli occhi azzurri scintillavano sotto quel volto coperto di chiazze scure e passò le dita sulla guancia. Sotto la pelle era candida, ma non disse nulla. Era sopraffatto dall’emozione.

«È questo il moccioso che state cercando?» tuonò il capitano. La strattonò e la condusse proprio davanti a lord Anson.

«Lasciatemi stare!» Gridò la voce femminile, al colmo della rabbia.

«Credeva di ingannarmi e ci stava riuscendo piuttosto bene se non fosse stato per questa.» Il capitano gli allungò una lettera, indirizzata a Blanche Sullivan. «Non sono uno sciocco, l’ho aperta quando ancora si trovava sulla nave e ho letto il contenuto. Avrei rischiato di farmi arrestare per questa sconsiderata, imparentata agli Anson e figlia di John Sullivan! Non avrei mai rischiato l’amicizia che avevo con suo padre per accontentarla, è chiaro che non sarebbe in grado di fare il mestiere del commerciante, si commuove da nulla!»

«Questo lo dite voi!» Si inorgoglì l’altra, trattenendo l’istinto di morderlo. «E voi, che ci fate qui? Siete un uomo libero, ormai. Andatevene!» Ashley sputò ai piedi di milord e lui si pentì già di averla cercata. Si stava rovinando il futuro con le sue stesse mani, eppure non immaginava una vita senza la sua splendida Ashley Sullivan a provocarlo.

Il capitano ammirò il silenzio di milord, restava impassibile di fronte ad una scena così innervosente. Gliela passò e James dovette prenderla tra le braccia perché non gli sfuggisse ancora.

«Per me non vale neppure uno smeraldo!» recitò il capitano, irritato.

Fu a quel punto che James volle provare la sincerità dei sentimenti di Ashley. Prese dalla tasca l’anello con topazio del matrimonio e aprì la mano. «Questo può bastare, capitano Fletcher?»

L’altro lo guardò e capì, all’istante. Ma non fece in tempo a parlare che Ashley prese l’anello dalle dita del marito e lo sfidò con uno sguardo gelido. «Non sarete così farabutto da donargli l’anello delle nozze!»

«Sembra che voi non lo gradiate, lady Anson.» Ashley incontrò gli occhi di James e la percorse un brivido. Le sembrò che un’ombra li rendesse cupi, anche lui doveva essere infelice e nonostante la rabbia provò dentro qualcosa di molto simile all’amore. Per un istante si dimenticò degli altri attorno, tra il calore delle braccia di James Anson e la certezza di amarlo.

«Fatemi scendere e accordatevi con il capitano per la sua ricompensa!» Ashley resistette all’impulso di sciogliersi, scivolò lungo i fianchi di James e le mancò un respiro. Erano ancora così vicini che ricordò il corpo del marito sul proprio la notte dello scandalo e si sentì in balia di un destino crudele. Il sentimento vivo e ardente, spento dalla fredda compostezza di lui.

Da quel momento si incupì anche il suo umore e da coraggiosa avventuriera divenne una bellezza senza vita. Forse avrebbe potuto presenziare accanto a lui qualche volta, accompagnarlo ai balli e cavalcare insieme, eppure avrebbe rimpianto per sempre il calore nei suoi occhi. Erano come due oceani ghiacciati, blu e profondi.

 

Il ritorno più tardi fu mesto e silenzioso, la carrozza scuoteva l’interno provocando qualche contatto tra loro, dal quale Ashley si ritraeva sempre stizzita. Se da una parte lord Anson l’aveva salvata ancora una volta dalla vergognosa intenzione di lasciare Southampton per l’India, dall’altro l’aveva costretta a rinunciare alla libertà. Ed era in collera con sé stessa per non esserci riuscita, lasciarlo sarebbe stata la più grande vittoria sugli Anson e meritava un po' di soddisfazione.

«E così mi avete trovata, milord.»

«Sì, e sembra che non ne siate affatto felice.» James la sfiorò con lo sguardo mentre le dita di Ashley si stropicciavano sulle brache. L’abbigliamento maschile era tutt’altro che comodo di quella misura e desiderava qualcosa di più attraente per sentirsi a proprio agio.

«È merito di mia madre? È stata lei a raccontarvi i miei propositi?»

«Prima di trovare voi, ho riconosciuto il vostro abito nuziale in un negozio di Londra.» Lord Anson tacque la visita di Mrs. Sullivan a Bath.

«Il mio vestito?» saltò su, Ashley.

«I vostri vestiti. A quanto pare li avete venduti tutti per pagarvi il viaggio.» Le passò un fazzoletto purché si togliesse dal viso la cenere che aveva steso per confondersi al porto. Senza considerare la sconsideratezza di un simile gesto, la trovò buffa e divertente; nell’istante successivo però, tornò al proprio rancore. «Toglietemi una curiosità, cosa c’era scritto in quella lettera indirizzata a vostra madre?»

«L’avete detto voi stesso, era per mia madre» precisò l’altra, non desiderava affatto condividere i suoi sentimenti con l’uomo che detestava più di tutti.

«Il capitano Fletcher sapeva che eravate una parente degli Anson. Eravate consapevole di arrecarmi un danno con la vostra partenza e non avete esitato a provarci!»

«La colpa è soltanto vostra! Nessuno vi ha obbligato a sposarmi!»

«È chiaro che sia stata una costrizione per entrambi, questo non vi permette però di adombrare il cognome degli Anson per la vostra sciocca smania di ribellione verso di me!»

Piombò in un silenzio glaciale, fino a quando la voce impertinente di Ashley lo stordì dai pensieri.

«La chiamate ribellione, tentare di fuggire dall’infelicità?»

James la fissò, chiedendosi se il destino potesse divenire così infernale dopo una notte di passione e sprofondò per un istante nelle iridi azzurre. «Voi non fuggite all’infelicità, Ashley Sullivan. State solo cercando di vendicarvi per avervi indotta al matrimonio!»

In quel momento la polvere si alzò dal viale che conduceva al cottage di John Sullivan, i destrieri trainavano la carrozza rossa ed il sole del tramonto era quasi simile ad un rubino, inondava il cielo di un riflesso roseo e si posava sull’abito bianco di Blanche, che sollevò uno sguardo. Il colore della vettura e gli stemmi dorati che brillavano sotto il sole disciolto, le tolsero il respiro. Era la carrozza degli Anson, e avanzava altezzosa tra le campagne dell’Hampshire, facendole battere il cuore. Gli corse incontro, confidando che milord le portasse notizie della figlia.

Aspettò sotto il roseto, avvolta in un intrico di emozioni contrastanti, fino a quando il mezzo entrò nella proprietà dei Sullivan e si fermò all’ingresso del cottage.

Scese l’ultimo uomo che pensò di rivedere, non assomigliava affatto a lord Anson. Era invece un moccioso dai capelli biondi così simili ad Ashley da turbarle la vista. Un momento! Era proprio Ashley e sua madre le andò incontro, sentendosi svenire per la felicità.

«Dio mio, Ashley! Siete tornata!»

«Madre…perdonatemi. Sono stata una sciocca» disse l’altra, pentendosi di averle arrecato una tale preoccupazione.

James si trattenne a guardare a distanza, la scena era troppo coinvolgente per restarne impassibile. Blanche la strinse a sé, poi guardò milord. «Vi sarò grata per sempre, lord Anson.»

«Non sono privo di colpe, Mrs. Sullivan» disse lui, avvicinandosi di qualche passo. «Parlerò con vostra figlia, prima di imbarcarmi per Malta. La nave per la Francia salperà questa sera stessa.»

L’altra annuì e li lasciò soli, nel roseto. Cominciò a chiedersi se James Anson non fosse in realtà innamorato di Ashley, appena saputo della sua decisione di partire per l’India si era fatto preparare un cavallo, aveva radunato poche cose ed era corso a Londra per rintracciarla tra i mercanti di abiti. Lei nel frattempo era rimasta a Bath con Emily, entrambe preoccupate per Ashley e per la sua dissennata reazione al matrimonio. Blanche era infatti convinta che qualcosa di grave l’avesse spinta ad una simile sconsideratezza e la mancanza del sentimento da parte di milord, poteva averla turbata a tal punto. Se così fosse stato, anche la sua adorata Ashley doveva provare qualcosa di diverso dall’astio per James che si inorgogliva da sempre di sbandierare. E poi era silenziosa e remissiva, come non l’aveva mai vista.

Blanche capì che era il momento di lasciarli soli e si congedò in casa, richiuse le tende della finestra e si rannicchiò contro la vecchia sedia di John Sullivan, a confidare che stavolta Ashley non rovinasse tutto.

Nello stesso momento la scena dal giardino non poté essere più delicata della carezza che posò lord Anson sul berretto verde appoggiato di lato, per scioglierle i capelli. «Siete oltremodo coraggiosa, Ashley Sullivan.»

«Se apprezzate tanto il mio coraggio, perché non mi avete lasciato andare milord?»

I sentimenti per lord Anson erano più mutevoli delle brezze che soffiavano nelle diverse direzioni, ma il vento più forte in quel turbinio di spasmi violenti, era l’amore.

«Il mio onore, non me l’avrebbe permesso Ashley. Siete mia moglie e non potevo lasciarvi andare senza prima confessarvi qualcosa di importante.»

Il cuore le si fermò, un istante.

«Vi ho portato una lettera di Emily» sussurrò James, allungandole una busta con il sigillo della ceralacca. «Le notizie che vi ha scritto vi arrecheranno dolore.»

Lei lo guardò, senza capire. Era milord, in carne ed ossa. Affascinante da toglierle il respiro. E lo amava.

  «Mi resta poco tempo, prima di andare al porto e imbarcarmi per la Francia. Attraverserò l’Europa e giungerò fino a Malta, dove mi aspettano i diplomatici della colonia inglese; sarà l’ultimo impegno per la Corona, prima di fermarmi per sempre in Inghilterra a seguire le proprietà degli Anson. Prima che la leggiate, vi annuncio però io stesso che Emily si unirà presto in matrimonio con lord Collins.» Pronunciò le ultime parole consapevole di farla soffrire, ed era una ferita anche per lui saperla innamorata di Victor.

«La felicità di vostra sorella sarà merito vostro, milord. Può contare su un fratello che ha sacrificato la propria felicità, per la sua

Ashley si stava sbagliando. Quello che James aveva deciso la notte dello scandalo non era stato soltanto per accontentare Emily, ma per avere lei. Ad ogni costo.

«Miss Anson sarebbe altrettanto felice sapendovi in buona salute, ma è evidente che stiate soffrendo.» Aveva l’istinto di baciarla. «Vi ho coinvolto in un tormento ancora maggiore proponendovi un matrimonio di circostanza e non sarei degno degli Anson, se non ponessi rimedio all’oltraggio arrecato.»

Non era quello che voleva sentirsi dire Ashley da lui. Forse la stava lasciando, e si sentì sprofondare nell’infelicità più cupa. «Siete libero di andarvene e di addossarmi le colpe del peccato. Quella notte mi sono trascinata con voi nella lussuria, senza capire più nulla.» La voce era fievole, gli ultimi istanti prima di averlo perduto per sempre.

«Io vi ho amato, miss Sullivan.»

Le parole di James Anson le scivolarono sul cuore. All’improvviso.

«E quando ho capito che eravate innamorata di lord Collins, ho perduto la ragione.»

Gli occhi di Ashley scintillavano contro il riflesso del tramonto. Baluginanti di lacrime. Ferme per l’orgoglio, eppure combatté per amore. «Non ho mai provato un sentimento profondo per lord Collins, milord. Solo che il mio cognome non poteva competere con il vostro titolo, e non mancavate di umiliarmi.»

«Se mi mandaste via, rinuncereste ad una vita di passione. Io e voi bruciamo come le fiamme delle candele, al solo passaggio del vento.» Le sfiorò i capelli con le dita. «Voi siete come l’oro per me, anche senza la ricchezza.» Poi la baciò e per un istante i sensi di Ashley si abbandonarono al sentimento. «Trascorrerò i mesi più tormentati della mia esistenza senza di voi» le sussurrò James, tenendola stretta a sé, «il viaggio a Malta sarà l’inferno per avervi oltraggiata eppure ho un unico desiderio a tenermi in vita, sposarvi ancora, miss Sullivan. E questa volta sarà per amore.»

Prese tra le mani l’anello con topazio azzurro e lo avvicinò agli occhi scintillanti di sua moglie. Sì, questa volta aveva colpito nel segno. La ragazza di Southampton non parlava.

«Consideratelo un anello di fidanzamento, sebbene voi già mi apparteniate.» Glielo infilò all’anulare e le baciò la mano, prima di stringerla ancora a sé.

L’orgoglio di Ashley si sciolse tra le braccia di lord Anson e senza pronunciare parole, decise.

Lo vide partire poco dopo, la carrozza rossa si allontanava dal cottage per dirigersi al porto, dove si sarebbe imbarcato per la Francia. Strinse tra le mani la lettera di Emily e la bagnò di lacrime. Lord Anson se ne stava andando. E con lui la sua felicità.

Ashley seguì il riflesso dorato degli stemmi sulla vettura, finché divennero distanti e piccoli, come due ghinee, poi tornò in casa e si mise allo scrittoio. Intinse la penna nell’inchiostro e scrisse un nome.

Le lacrime non si erano ancora fermate, macchiarono la pergamena e la sollevò contro la luce cremisi del tramonto. Era sfuocato, si leggeva però ancora bene, il nome della sua più cara amica, Emily Anson. Sarebbe stata la prima a ricevere la notizia. Il ricevimento per l’avvenuto matrimonio tra Ashley Sullivan e lord James Anson, nella prossima primavera.

Era solo una questione di tempo, il ritorno di milord dalle Colonie, poi sarebbe fiorita la felicità. Anche nel cottage di John Sullivan.

E forse un giorno gliel’avrebbe confessato che lo amava, eppure era orgogliosa di non avere ceduto in quel tramonto tra le campagne dell’Hampshire. Era pur sempre una Sullivan, no?

 

© 2018 Sarah Mathilde Callaway
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FINE

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