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Una scandalosa estate a Bath

di Sarah Mathilde Callaway

Inghilterra, Bath, 1815.

Appena Ashley Sullivan riceve la lettera con l'invito a trascorrere l'estate a Bath, ospite della sua più cara amica Emily Anson, inizia a sognare ad occhi aperti. La lussuosa dimora di Anson House, tra balli, ricevimenti e passeggiate in carrozza potrebbe essere l'occasione per conoscere un pretendente.

Sembra però che il marchese di Stafford, fratello maggiore di Emily, abbia tutte le intenzioni di impedire a Victor Collins di concederle un ballo ufficiale. Ha scoperto infatti che Emily è innamorata dello stesso gentleman ed è disposto a qualsiasi cosa pur di alleviare il cuore tormentato della sorella. Può davvero uno scandalo, raggirare il destino?

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lettura da 31 minuti

CAPITOLO 10

 

«Credete che vi sia ancora qualcosa da perdere sul buon nome della mia famiglia, Mrs. Foster?» incalzò Ashley, sempre più aspra.

«Beh, forse non è ancora tutto perduto» si limitò a commentare l’altra, chiedendosi per quale ragione milord le avesse ordinato di fermarsi a Salisbury.

«Cos’altro avrei potuto perdere oltre all’innocenza? Mi sono rovinata tra le braccia del vostro padrone la scorsa notte e non ho alcuna intenzione di trascorrere il resto della vita tra le maldicenze.»

Inutile condurla alla ragione, la ragazza era al colmo della rabbia e lei doveva ancora raccontargli della visita di lord Anson alla locanda. «Sedetevi su questo letto miss Sullivan, devo dirvi qualcosa di importante.»

Il colore le defluì dal volto. «Si tratta di mia madre, Mrs. Foster? Della mia cara amica, Emily?» domandò apprensiva.

La donna scosse la testa. «È una notizia di milord.»

«È forse accaduto qualcosa a lord Anson?» Se lo detestava perché temeva gli fosse accaduto qualcosa di grave? Pensò ad un incidente a cavallo, fu il primo devastante pensiero che la colpì.

«Toglietevi dalla testa simili fantasie» la rassicurò l’altra. «Quello che sto per dirvi non rallegrerà però il vostro umore.»

Ashley le si sedette accanto, passando le dita sulla gonna di seta verde.

Mrs. Foster prese coraggio e glielo confessò d’un fiato. «Lord Anson è arrivato poco fa alla locanda.»

La reazione di Ashley fu come un grido sordo, deglutì a fatica e sbatté gli occhi, incredula. «Milord è qui?» sussurrò, sentendo i battiti del cuore come impazziti.

«Questa è la sua lettera» le presentò Arlette, sollevandola in aria. «L’ho ricevuta poco dopo il vostro riposo.»

Lo sguardo di miss Sullivan si concentrò sulla ceralacca rotta.

«Ha lasciato la carrozza davanti alla locanda» riprese la cameriera, notando il pallore sul volto dell’altra. «Il cocchiere ha detto che ha preso un cavallo e sarà di ritorno al tramonto. Sarà allora che vi incontrerete.» Le ultime parole le morirono sulle labbra.

«Mio dio, Arlette» si sconvolse Ashley, coprendosi gli occhi con le mani per nascondersi alla realtà. «Non riuscirò ad affrontarlo senza di voi. Mi ha rovinato la vita e chissà quali altre offese vorrà riservarmi al nostro incontro. Partiamo subito, Mrs. Foster, ve ne prego, riportatemi a Southampton questa sera stessa!»

Le suppliche di miss Sullivan le toccavano il cuore, tuttavia scosse la testa. «Come potrei trasgredire ad un ordine di lord Anson?»

La verità era più amara di quanto si immaginasse Ashley. Non v’era scampo a quella che sembrava la resa dei conti finale tra loro, James avrebbe avuto anche l’ultima possibilità di umiliarla prima del ritorno a Southampton. L’infelicità le si era infiltrata tra le viscere e faticava a ragionare.

«L’unica cosa che potrò fare per alleviarvi, sarà presentarmi all’incontro con lord Anson al posto vostro; mi sostituirò a voi se davvero vi rende così sofferenza la sola presenza di milord. Sulla lettera non ha scritto null’altro e cosa abbia davvero da rimproverarvi, ci vorrebbe qui Emily a difendervi dalle sue sprezzanti parole.»

Miss Sullivan tirò su con il naso e si sollevò l’orgoglio. «No Arlette, lasciatemi l’ultima possibilità di gridare al vostro padrone la sua crudele intenzione di umiliarmi. È per questo che mi ha sedotta. Per vendetta!»

Gli occhi azzurri scintillavano per la rabbia, i tratti del volto erano tutt’altro che morbidi e fu l’unico momento in cui si guardò alla specchiera; almeno non gli avrebbe dato anche la soddisfazione di farsi vedere in quello stato, se non si fosse cambiata l’abito avrebbe sciolto i capelli sulle spalle per infastidirlo, più di quanto già milord non li detestasse. Invitò la cameriera a lasciarla in solitudine, con gli unici oggetti che potevano servirle, spazzole e un pezzo di sapone profumato.

Arlette assentì, convinta che l’orgoglio dei Sullivan fosse un elemento decisivo in quella battaglia.

Fu più tardi, sul fare del tramonto che il nervosismo di Ashley accrebbe. Il momento dell’incontro si avvicinava e il desiderio di rivederlo per gridargli la sua frustrazione la privò del buonsenso. A momenti voleva solo vendicarsi, con la menzogna di aspettare un figlio e rovinargli il fidanzamento con miss Ridley, in altri si sentiva perduta per averlo perso insieme alla castità. Perché in fondo alla rabbia esistevano le ceneri di un sentimento sconosciuto che la rendeva succube di lord Anson, fin dal loro primo incontro.

Si stava sventolando con un ventaglio, camminando avanti e indietro per la stanza, quando sentì la voce di alcuni uomini provenire dalla finestra. Il momento era arrivato, milord doveva trovarsi davanti all’ingresso della locanda ed Ashley sbirciò fuori, tirando la tenda.

La scena le rapì il cuore. Lord Anson era sceso dal cavallo in quello stesso istante e lo stava consegnando al cocchiere. Accanto a loro c’erano alcune guardie di Anson House, la livrea inconfondibile e l’altezza svettante, pari a quella di milord.

Ashley si ritirò subito dietro la tenda, le gambe cedevano e tremava come una foglia. A nulla erano valsi i tentativi di Arlette di renderla presentabile, ed ora se ne pentì. Si chiese se milord avesse accettato di parlare con Mrs. Foster al posto suo e le sorse più di un dubbio. Un uomo tanto determinato non si sarebbe abbassato a colloquiare con la cameriera, anche se si trattava dell’assistente personale di Emily.

Non le restò che riprendere a camminare nervosamente per la stanza, in cerca di un po' d’aria. La giornata era afosa e cominciava ora a calare il sole, oltre al senso opprimente che le appesantiva il respiro. Ricordò in quell’istante la scena peccaminosa tra lei e milord, la notte prima, la passione unita alla vendetta che aveva deciso di sferrare per proteggere la sorella da una pena d’amore; per nulla le avrebbe permesso di innamorarsi di lord Collins, perché nei progetti di James costui era già destinato alla sua cara Emily.

Passò un bel po' di tempo prima che qualcuno bussasse e nello stesso momento il cuore di Ashley accelerò i battiti, le mani presero a sudare freddo e si pizzicò il viso per riprendersi. Senza pensarci troppo si presentò alla porta e si imbatté in Arlette. L’espressione della cameriera lasciava ben pochi dubbi su come fossero andate le cose, e l’ombra nei suoi occhi solitamente vivaci la incupì. Mrs. Foster non era affatto graziosa, l’altezza minuta e una capigliatura spruzzata d’argento che la rendeva spigolosa, oltre a quel cipiglio sul viso sinonimo di tempesta.

«Sono desolata, miss Sullivan. Ho fallito.»

«Cosa significa, Arlette?»

«Milord non ha neppure voluto ascoltarmi, pretende che lo raggiungiate al più presto in una sala che ha riservato per voi.»

«Non ci andrò» ribatté Ashley, scuotendo la testa.

L’altra si chiese se alla ragazza non fosse stata concessa troppa indulgenza in nome dell’educazione, non si sarebbe altrimenti permessa di ostacolare l’incontro con lord Anson, fondamentale per la sua reputazione. Quello che aveva da dirle era almeno da ascoltare, lo scandalo era successo se non tra le sue mura, entro i giardini della sua proprietà e aveva il diritto di riscattare il buon cognome degli Anson, fosse anche solo per allontanarla da sua sorella.

«Avete ben poche scelte, miss Sullivan. Siete ancora sotto la tutela del marchese, insieme alla dama di compagnia che ha preferito per il vostro ritorno a casa.»

L’umore di Ashley peggiorò in quel momento, l’istinto le suggerì di fuggire, ma dove poteva andarsene? La carrozza e il cocchiere gli appartenevano, così come ogni passo in quella locanda sarebbe stato sotto la sua sorveglianza. A pensarci bene, il suggerimento di Mrs. Foster rappresentava l’unica soluzione possibile, incontrare lord Anson una volta per tutte, coprirlo di ingiurie e minacciarlo di rovinargli il matrimonio.

Ashley si irrigidì, le gambe divennero come tronchi sotto le gonne stropicciate e una fredda determinazione le cristallizzò il cuore. Nulla poteva più riportarla al sentimento, odiava lord Anson più della sua sciocca ambizione e l’avrebbe affrontato soltanto per rinfacciargli ogni colpa del suo disdicevole destino. «E va bene» disse arrabbiata, «se proprio vuole vedermi, se ne pentirà.»

Arlette si passò una mano sopra le labbra, preoccupata. Ingoiò il nodo della paura e si prese la testa tra le mani. «Aspettatemi!» le ordinò poi, temendo che la sua giovane pupilla combinasse qualche idiozia. Era capace di svelare ogni cosa le passasse per la testa quando veniva punta sull’orgoglio della famiglia ed era chiaramente decisa a difendersi.

D’altro canto Ashley neppure la ascoltò, uscì sbattendo la porta e scese la scalinata di legno cigolante come una furia, incurante degli sguardi attorno.

«Dov’è lord Anson?» aggredì il locandiere appena scese al piano sotto, le tempie pulsanti.

James studiò la scena da poco distante, se quella era Ashley Sullivan, avrebbe avuto del filo da torcere per condurla alla ragione. «Sono dietro di voi» si intromise, provocandole un fremito al cuore.

La voce era quella sua, inconfondibile e suadente, solo che in quel momento poco le importava di udirla alle spalle, aveva una gran voglia di gridargli tutta la sua collera! Si voltò e nello stesso istante dovette ricredersi. Gli occhi blu non viravano al colore del mare, erano di una intensa e profonda tonalità degli zaffiri, come se stesse in qualche modo combattendo dentro sé stesso. La colpirono le lunghe e significative pause che milord metteva tra loro, come se si aspettasse la prima mossa da lei.

«E così volete vedermi» tuonò, la voce troppo alta per non apparire sconveniente.

James non si scompose affatto. Lo aspettava qualcosa di peggio di una scenata femminile dinanzi al pubblico. «Seguitemi» le disse, raddolcendo i modi. «Devo parlarvi in privato.»

Ashley restò come priva della terra sotto i piedi, si trascinò senza peso fino alla porta accanto. Se si era ripromessa di odiarlo, capì in quel momento quanto bruciava il suo cuore per lord Anson e non era pronta ad accogliere la vendetta finale per lo scandalo a Bath; ne era certa, le avrebbe chiesto di chiudere l’amicizia con Emily e di relegarsi in qualche città sconosciuta per non farsi più vedere. Lo sguardo di milord esprimeva esattamente le proprie intenzioni, solo che lei era ancora sconvolta per avere la forza di combatterlo. Ci provò appena restarono soli in una stanza attigua alla taverna, un locale che serviva da sala d’attesa dove c’erano un vecchio camino e una mensola malmessa colma di libri.

Ashley trattenne le lacrime, si sentiva umiliata fino alla punta dei capelli e la rabbia le esplose nel petto. «Siete un vigliacco!» gridò, colpendolo al petto con i suoi pugni troppo delicati. A nulla serviva essere donna in una simile circostanza, se non ad accrescere il sentimento del rancore. «Mio padre non vi avrebbe permesso di ridurmi l’orgoglio in polvere! Avete oltraggiato il cognome dei Sullivan e mi avete privato dell’innocenza!»

James le fermò un polso a mezz’aria, con l’altro però lei riuscì a colpirlo in pieno volto, tanto da vedere l’espressione dei suoi occhi mutare, come un paesaggio invernale. Divenne glaciale e lei si sentì indegna di stargli davanti, aveva colpito l’ottavo marchese di Stafford e fratello di Emily. Si liberò dalla stretta e si sedette in una poltrona piena di polvere, dove la testa pesava come un macigno, da doversela tenere tra le mani.

«Mio padre vi avrebbe sfidato a duello» finì lei, senza avere più il coraggio di guardarlo negli occhi. Gli osservò gli stivali, immobili come due tronchi contro il pavimento di pietra, solo che appena si mossero per venire da lei si sentì prendere dalla paura. E se avesse ricambiato l’oltraggio, vendicandosi? Si sentì meno pretenziosa di quando aveva sceso la scalinata della locanda come una furia, in fin dei conti doveva biasimare prima di tutti sé stessa, il gioco alla conquista di un pretendente era stato sfrontato e sulla scacchiera di Anson House poco gradito.

«Alzatevi, miss Sullivan. Quello che sto per dirvi non migliorerà il vostro umore irascibile.»

Ashley obbedì, chiedendosi quando avesse fine il supplizio. Si sentiva incatenata al fascino di James ed era successo qualcosa di irreparabile tra loro. Un’offesa alla morale, che mai sarebbe dovuta accadere. Rovinando entrambi. «Nulla di ciò che potrete dirmi potrà peggiorare il mio odio per voi.» Glielo disse al colmo della collera, le parole le uscirono dalla bocca prima ancora che dalla testa, ma sembrarono non scalfire il suo nemico che paventava ancora quell’aria saccente e calma da innervosirla ancora di più.

«Ho commesso uno sbaglio, Ashley. Sono un uomo e attratto più dai vostri capelli che dalle vostre sciocche abitudini di rendervi bella per conquistare un titolo, mi sono concesso quanto non era mio diritto prendere.»

«Mi avete corrotto la dignità, milord.»

«Avete ragione. Vostro padre merita onore sulla sua tomba ed io non potrei partire per Malta sapendo di avere oltraggiato una parente dei Worcester. Sua Maestà mi richiamerebbe subito in Inghilterra per ricondurmi alla ragione ed ho intenzione di sistemare la faccenda, prima che sia troppo tardi.»

Ashley impallidì.

«Potreste anche aspettare un erede degli Anson e conoscendovi non mi direste neppure se aspettaste un figlio da me, pur di rendermi un dispetto.»

«È poca la fiducia che riponete nei Sullivan, milord.»

«L’unica fiducia che provo per voi, è nella vostra capacità di ottenere ciò che volete. Siete partita da Southampton con la precisa intenzione di trovarvi un pretendente nobile e facoltoso e tornerete a casa con il matrimonio più vantaggioso del Somerset, perché questa sera ho intenzione di sposarvi, Ashley Sullivan. Che lo vogliate, o no!»

Questo era troppo! «Voi non mi amate!» ribatté lei, cercando di trattenerlo per una mano. Un gesto che le costò un rimprovero silente dall’uomo davanti a sé.

«Neppure voi amate me, ma questo non cambierà nulla.» James si distanziò di alcuni passi e guardò oltre la tenda, cercando di sbollire i suoi tormenti nel vederla così infelice. Aveva appena ricevuto la proposta di matrimonio che sognava dal primo giorno a Bath e doveva proprio odiarlo per dimostrarsi così ostile. «Il tempo sta per cambiare, c’è aria di tempesta fuori; l’idillio per delle nozze celebrate senza amore, sarà da sfondo alla nostra vita. L’inferno!» James la lasciò sola sbattendo la porta della stanza dietro di sé e si imbatté in Mrs. Foster che era proprio fuori, ad origliare.

La gelò con uno sguardo, poi parlò. «Alle nove accompagnerete miss Sullivan davanti alla locanda. Ci aspettano alla cattedrale di Salisbury dove pronuncerò i voti matrimoniali, per proteggere la vostra pupilla. Sarete con Carley i testimoni di una sciocca cerimonia, in nome dell’onore!»

Arlette restò senza parole, il padrone l’aveva preservata da un destino crudele e lo accolse con uno sguardo colmo di gratitudine.

«Non illudetevi, Mrs. Foster. L’ho fatto perché sono obbligato.»

Nello stesso istante Ashley uscì dalla porta, e si percepì il suo umore dai passi prima ancora che dai suoi occhi. «Sono obbligata io stessa a indossare un qualsiasi abito che non sia questo straccio, Arlette. Sembra che il marchese di Stafford abbia deciso di impalmarmi contro la sua stessa volontà!» Gli riservò un’espressione di sfida, poi li oltrepassò e andò dritta nella sua camera, non prima che le parole di James la colpissero alle spalle.

«Dimostrate almeno un pizzico di gratitudine, miss Sullivan! Emily ha scelto di donarvi per le nozze uno dei suoi gioielli più importanti.»

Ashley si fermò a metà scala, non ebbe la rettitudine di voltarsi e di fare un inchino, ma lo ascoltò, fino in fondo.

«È l’anello del suo debutto, l’ha preferito onorando il colore dei vostri occhi.»

L’altra strinse le dita sul corrimano d’ottone, incapace di ribattere qualcosa di sensato. Sussurrò soltanto un nome, «Emily.» Poi corse su.

Mrs. Foster restò fuori un po' di tempo prima di prendere il coraggio e bussare. Avvertiva i tonfi sul pavimento, segno che Ashley era più che arrabbiata e in quell’atmosfera si sentiva tutt’altro che la benvenuta nella sua camera. Decise così di farsi accompagnare da uno degli uomini a servizio della locanda dove erano stati rinchiusi i bauli diretti a Southampton, doveva sceglierle un vestito e chissà se avesse fatto la scelta giusta.

Si perse poco dopo nei tulle e pizzi che debordavano dal coperchio, appena lo aprì. Ognuna di quelle casse conteneva delle preziosità in tessuto, se ricordava bene ce n’era uno di un tenue colore celeste, con inserti di perle. Un abito bianco era il meno opportuno per affrontare un matrimonio riparatore, soltanto che ad Arlette vennero i rimorsi di coscienza: almeno la parvenza di un’unione virtuosa. Rovistò fino in fondo alla cassa senza trovare nulla che potesse convincerla, poi aprì gli altri; la stanza dei bagagli era divenuta ben presto un guardaroba e la cameriera era così presa dalla scelta da non accorgersi dei passi cadenzati dietro di lei.

Si voltò e vide Ashley, sconvolta fino sotto la pelle. Sembrava impassibile, come uno spettro in attesa di una sentenza.

«Sollevatevi il morale, ragazza mia. State per coronare un sogno impossibile. Milord è sceso a compromessi con sé stesso per proteggere il vostro cognome dalle ingiurie.»

«L’ha detto lui stesso, Arlette. È obbligato e non mi renderà felicità il ruolo di moglie.»

Un tuono spezzò il silenzio, preludio di una tempesta e l’altra si zittì. Come poteva ribattere ad una deduzione tanto logica? Senza amore, diveniva tutto più difficile e il carattere di milord non induceva a sciogliersi.

«Non vi resta che scegliere un vestito, il destino vi ha condotto dagli Anson e da qui partirà la vostra nuova storia.»

Ashley annuì, sapeva di non potere nulla contro quella decisione sconsiderata, scaturiva da uno scandalo altrettanto sconsiderato e non si poteva risolvere la questione ad un tavolo diplomatico. Lord Anson aveva il diritto di coprire le ceneri del misfatto e di odiarla poi, quando sarebbero rimasti marito e moglie.

 

Le carrozze partirono alle nove in punto, sotto un temporale da brividi. Il cielo del Wiltshire era cupo e tetro, così diverso dal sole del pomeriggio da farle credere di trovarsi in un’altra vita. E così si sentiva dentro, derubata della vecchia esistenza per un nuovo e tormentato capitolo da iniziare accanto al detestabile James Anson. Meditava da sola, milord era stato così crudele da toglierle la compagnia di Arlette durante il breve tragitto alla cattedrale e il frastuono della tempesta la rendeva più nervosa di quanto il suo cuore potesse sopportare.

Ripensò ai suoi genitori, loro sì, si erano sposati per amore! Sua madre aveva rinunciato ai privilegi per un commerciante di stoffe e lei all’opposto, acquisiva privilegi rinunciando all’amore. Si disse però costretta, non avrebbe altrimenti accettato una condizione così umiliante; se qualcosa aveva imparato nella ardente e breve stagione di Bath si chiamava proprio sentimento e nulla potevano le ricchezze e i titoli se mancava la corrispondenza a tale onorevole condizione. Poteva anche essersi innamorata di lord Anson, eppure erano come slegati l’uno dall’altra, due destini avversi uniti per sbaglio.

La mano le scivolò sulla gonna di seta bianca, un abito semplice ricordo del suo modesto debutto che scelse per la tonalità; se aveva perso l’innocenza, l’aveva però donata al suo prossimo marito, per questo si sentì in dovere di indossare un colore casto e puro. Non era soltanto colpa sua!

Si distrasse al rombante fragore di un tuono, la carrozza vacillava e avanzava lenta nella strada semibuia, le lanterne illuminavano l’esterno e si immaginò milord nell’altra vettura in compagnia di Arlette e Carley, i testimoni delle nozze. Aveva saputo dalla cameriera che nel pomeriggio lord Anson era stato a combinare il matrimonio con il reggente della cattedrale e per quanto la sua testa si opponesse a tale eventualità era ciò che stava accadendo, entro un’ora avrebbe avuto un marito di nome James Anson.

 Si strinse nello scialle di pizzo, ben poco poteva fare per scaldarsi contro il freddo improvviso fuori e l’ansia del momento la faceva tremare, provocandole dei brividi simili a punte sotto la pelle. Guardò fuori dal finestrino e cominciò a temere, il profilo gotico della cattedrale, la guglia imponente, l’altezza vertiginosa e le fiamme che illuminavano in modo grottesco quelle ampie finestre buie che le incutevano più paura delle notti a Southampton, dopo la morte di suo padre.

Sentì il desiderio di avere accanto James, a confortarla con la sua presenza. Il pensiero la rese però ancora più infelice, il matrimonio le avrebbe restituito ancora più solitudine.

La distanza si stava accorciando, finché si tormentava con simili riflessioni non si accorse quanto fosse vicina la cattedrale, così imponente da suscitarle un senso di inferiorità. Il cuore le balzò nel petto appena avvertì la carrozza rallentare, c’era qualcuno in attesa davanti all’ingresso del gioiello architettonico e quando mise la scarpetta sul predellino venne assalita dal gelido e scrosciante temporale estivo. Cercò invano di ripararsi nel suo mantello di pizzo, la furia del maltempo sembrava indomabile ed Ashley dovette aggrapparsi al cocchiere per non scivolare rovinosamente a terra.

Percorse pochi passi a braccio dell’uomo, poi vide da vicino dei prelati in abiti da cerimonia che l’accoglievano sul portone d’ingresso. Uno di loro l’accompagnò all’interno, lungo le austere e svettanti navate, le colonne maestose e gli archi ad ogiva che risaltavano imponenti sopra la fievole luce delle lampade a fuoco. La cattedrale la lasciò senza parole, come stordita. Non ebbe però neppure il tempo di fermarsi ad ammirare la scenografia delle nozze, James Anson era in piedi accanto all’altare di una cappellina laterale, forse il celebrante considerò disdicevole un matrimonio riparatore la notte successiva al peccato e non li accolse nell’altare maggiore, solo che lei non vi fece caso più di tanto, era presa dalla visione di James. E dai suoi occhi.

La carrozza di lord Anson l’aveva anticipata di un po', e lui doveva essere lì in attesa almeno da qualche minuto. Indossava lo stesso abbigliamento del pomeriggio, il volto le apparve stanco e provò l’istinto di corrergli incontro e dimenticare la distanza tra loro, fosse anche per un istante. Le sarebbe bastato, si sarebbe colmato il cuore del calore che mancava da troppo tempo, cristallizzato dal gelido odio in superficie.

L’accolse con un’espressione intensa, a metà tra la sofferta costrizione e la consapevolezza che quello era il loro destino. Poi le prese la mano, fredda e sottile gli ricordò il momento del ballo da lady Anson e si scoprì orgoglioso che la bionda amica di Emily non si fosse sistemata con qualcuno dei suoi conoscenti. Tempo un paio di settimane e quando lui si fosse trovato a Malta, miss Sullivan avrebbe ricevuto un corteggiamento ed una proposta di matrimonio. Che poi il futuro marito si sarebbe pentito o meno della scelta, toccava a lui interpretare le sue virtù, la prima delle quali era senza dubbio la singolare bellezza.

Il pastore lo riportò alla realtà e gli occhi blu di James si posarono sulla coppia di anelli vicino, brillavano sopra un piattino d’argento nonostante da tempo nessuno li indossasse; per la fretta di scegliere un qualsiasi simbolo del vincolo matrimoniale, Emily gli aveva donato il suo e lui aveva preso quello d’oro serigrafato con AS, il monogramma degli Anson. 

La funzione proseguì in un tono sterile, marcato da lunghe pause di silenzio, si sentì soltanto il respiro affannoso di Ashley che al momento dello scambio si comportò come una bambola, allungò l’anulare e abbassò lo sguardo. Per nulla al mondo gli avrebbe dato la soddisfazione di guardarlo negli occhi, era umiliante farsi sposare senza amore. Dall’altra parte del banco James ripeteva la formula religiosa infilando l’anello di Emily sulla mano sudata di Ashley. Era ancora fredda e questo lo colpì. Si chiese se fosse per la tempesta fuori o per la stessa sensazione che provava lui, una profonda tristezza.

Non si era immaginato di impalmarla, dopo avere suscitato uno scandalo e le suppliche di sua sorella perché rendesse onore alla sua più cara amica l’avevano convinto, più di quanto già non fosse. Non erano trascorse neppure ventiquattro ore, neppure il tempo che le voci arrivassero fino alla Corona che già lord Anson aveva riparato al suo misfatto. E se poi Ashley fosse stata davvero in attesa di un erede?

Toccò ad Ashley in quel momento pronunciare i voti matrimoniali. Il tono della voce parlava chiaro, non c’era alcun desiderio in lei di unirsi ad un vincolo eterno con il marchese di Stafford e ogni sua pausa per prendere fiato era sintomo di quanto si sforzasse a ripetere le parole sacre del celebrante. Prese tra le mani l’anello maschile degli Anson e lo fece scivolare all’anulare di James, poi socchiuse gli occhi per un istante, come se non potesse reggere la realtà. Marito e moglie. Nella buona e nella cattiva sorte.

La prima persona che vide con l’anello al dito fu Arlette, che la fissò con aria trasognante. Quello che ad Ashley era sembrato un incubo per la cameriera era un sogno ad occhi aperti; lord Anson e miss Sullivan, o meglio lady Anson sembravano sul punto di arrendersi al sentimento. Visti da fuori si completavano, emanavano passione. Peccato che la scelta di milord fosse quella di non toccare la sua sposa, dettata forse dal fatto che Ashley doveva essere ancora sconvolta per quanto successo la notte precedente. Aveva però ordinato alla locanda due stanze separate e questo era un duro colpo per una moglie così giovane, già sacrificata ad un destino infelice.

Finalmente gli occhi blu di James incrociarono quelli azzurri della ragazza, uno sguardo intenso che durò pochi istanti e gli provocò un brivido ardente. Se da un lato la desiderava, dall’altro si sentiva respinto e non era un segreto tra loro che lei fosse persa di lord Collins mentre il suo fidanzamento con Caroline Ridley gli parve al confronto uno sciocco passatempo.

«È ora di andare.» James accennò al cocchiere, era il momento di lasciare la cattedrale. Il pastore richiuse i libri sacri e si congratulò, prima di togliersi gli abiti talari. La cifra pagata da lord Anson per un matrimonio riparatore la sera dopo lo scandalo era stata considerevole, James si sentiva però un nodo diverso mordergli il petto. Ashley adesso era una sua protetta, nessuno avrebbe accusato lui di oltraggio e lei di lussuria, soltanto che l’aveva legata a sé senza chiederle il consenso e senza che potesse ribellarsi.

«Possiamo andare, lady Anson?»

Ashley annuì, senza dargli la soddisfazione. L’anello di Emily le andava un po' largo soltanto che l’aveva sbirciato a malapena, se c’era una pietra era scivolata all’interno della mano e in quel momento non la vide.

«Lo farò stringere, quando verrete a Londra la prossima primavera.»

La prossima primavera? Risultavano chiare le intenzioni di milord, voleva già liberarsi di lei, così presto da non presentarla neppure in società. Ashley ignorava però che il viaggio a Malta di James sarebbe stato lungo e ostile perfino a sé stesso, con una moglie così attraente che non poteva neppure sfiorare. Era consapevole, se l’avesse toccata ancora una volta non sarebbe più resistito lontano da lei, e questo un uomo di legge a servizio della Corona non poteva permetterselo.

James la scortò fino all’uscita, il temporale era diventato meno violento eppure la pioggia batteva incessante. Il tempo cupo non rendeva il suo umore più lieto, era come un tuffo nel terreno scivoloso della sua anima, faticava a restare in piedi.

«Avete freddo, lady Anson?» La voce di suo marito la toccò, calma e rassicurante, come non se l’aspettava.

«Non avevo previsto il temporale» sussurrò Ashley, le mani strette sul proprio corpo.

«È soltanto uno degli avvenimenti imprevedibili di questa notte.»

«Il matrimonio con voi non l’avrei immaginato, lord Anson. Dovrei forse ringraziarvi per avermi ridato l’onore ma non è bastevole a rendervi un uomo migliore ai miei occhi.»

Camminavano a pochi passi l’uno dall’altra e James la fermò, allungando una mano sul suo polso. La pioggia colpiva il viso di Ashley e solo la lanterna che teneva milord con l’altra mano la illuminò. Erano soli, Mrs. Foster e Carley avevano raggiunto la loro carrozza e attorno c’era silenzio.

James si abbassò e le sollevò il mento con le dita. «I vostri occhi sono troppo sinceri per fingere di odiarmi. Nonostante via abbia sedotta e costretta a portare il cognome degli Anson, voi mi amate Ashley Sullivan e questo è il nostro destino.» Appoggiò le labbra su quelle della ragazza, morbide e intense da ricordargli il primo ballo insieme. Lei però si ritrasse, più per orgoglio che perché non trovasse affascinante quel momento tra loro.

«Io non vi amo, lord Anson.» Glielo confessò senza ritegno, accorgendosi subito dell’espressione cupa che gli oscurò il viso, mentre una punta di colpa la ferì. Se si fosse scrollata di dosso l’umiliazione e il senso di rivalsa, le parole di James potevano anche corrispondere alla verità, soltanto che chiamare il sentimento di attrazione con il nome amore la costringeva ad una resa cui non era ancora preparata.

Non si spiegò altrimenti il senso di infelicità nel sapere che quella notte non avrebbe avuto accanto suo marito, come una qualsiasi sposa. E la cosa peggiore, era stato apprenderlo dalla cameriera, poco prima di indossare l’abito nuziale.

James si staccò da lei e le prese una ciocca di capelli tra le dita, guardandoli contro il fascio di luce della lanterna. «Fingerete di amarmi, Ashley. Solo così sopravviveremo all’inferno di un matrimonio costretto.»

Lui riprese a camminare mentre Ashley lo seguì a distanza di qualche passo e nel buio della sera si guardò l’anulare, accorgendosi soltanto di un baluginio che risplendeva sulla mano, avrebbe avuto tempo per ammirarlo una volta rimasta sola alla locanda ora però desiderava soltanto dimenticare. In quel momento l’orologio della cattedrale scoccò dieci ritocchi e le sembrarono il suono della condanna.

«Adesso saliamo in carrozza, prima che vi prendiate un raffreddore. Dietro di voi, lady Anson.» James lasciò che salisse e si posizionò di fronte a lei, dentro la carrozza, poi invitò il cocchiere a ripartire.

La vettura era sotto la pioggia e dentro soltanto la lanterna poté illuminarli. Il viaggio sarebbe divenuto un momento intimo tra loro e lui cercò di coltivare quell’unica possibilità di avvicinarla, cercando di scioglierle ogni reticenza. In fin dei conti la notte prima erano stati l’uno tra le braccia dell’altra e la trovava oltremodo sensuale con quel cipiglio naturale contro gli Anson, anche se la ragazza di fronte non ammetteva alcun sentimento tra loro e lui la considerasse un’arrampicatrice sociale. Era giunto però all’amara conclusione che se non gliene fosse importato nulla di lei, neppure l’avrebbe attratto così e non si sarebbe nemmeno tormentato l’anima per averla rovinata. I Sullivan di Southampton non avevano nulla in comune con gli Anson e meno ancora con i marchesi di Stafford, soltanto che la figlia di John Sullivan l’aveva incuriosito fin dal primo incontro. I capelli di un biondo accecante, gli occhi azzurri che inducevano al peccato ed un carattere scontroso.

«Ashley.»

La voce la turbò, era simile al suono lieve del vento che accarezza i sensi. Sollevò uno sguardo su milord, e si sentì in trappola. Fino a quando sarebbe riuscita nel suo intendo di nascondergli il sentimento?

«Sì, milord.»

«No, nulla» disse, indeciso se rivelarle quanto l’aveva ammirata dentro la cattedrale. Sua moglie l’attraeva e il viaggio a Malta sarebbe stato un tormento senza l’appagamento dei sensi, lontano da lei e dagli splendidi capelli biondi che desiderava sentire tra le dita. Come poteva vivere con una donna che gli si sarebbe negata? Ne era certo, si trattava di un matrimonio riparatore e oltre l’attrazione non c’era neppure la simpatia a legarli, cosa che Ashley non perdeva occasione di rinfacciargli. Non poteva confessarle che bruciava dal desiderio di condividere il letto nuziale, sua moglie l’aveva detto chiaramente che non provava alcun sentimento per lui.

Si ritrovò tuttavia a spiegarle qualcosa, iniziò il discorso un po' incerto e le prime parole gli uscirono dalla bocca con un tono meno morbido di quanto volesse. «La mia età ancora giovane mi induce a chiedervi qualcosa che potrebbe ferirvi; debbo però portarvi a conoscenza del nostro legame, ora che è avvenuto un matrimonio.»

Ashley si irrigidì, contro lo schienale. Sentiva che qualcosa le stava sfuggendo.

«Esiste un lato molto attraente del matrimonio.»

Gli occhi azzurri si alzarono su milord, con espressione intelligente. Non era una sciocca, poteva immaginare cosa gli stesse chiedendo ed era il momento più combattuto, quello cui avrebbe voluto arrendersi senza perdere l’orgoglio.

James riprese a parlare a fatica, il pensiero gli dilaniava la mente, obbligandolo più volte a distrarsi guardando il buio fuori dal finestrino. «Se me ne andassi a Malta senza il vostro consenso a consumare il matrimonio, potrei tradirvi. Con un’altra donna.»

Le labbra di Ashley si serrarono, all’improvviso. Era una richiesta schietta e sconveniente anche se sì, ora milord aveva il diritto di farle una simile proposta.

«Siamo sposati da pochi istanti e parlate già di tradimento, milord!»

«Come potrei altrimenti trascorrere lunghi mesi, senza una donna?»

Il viso le si imporporò, ma non disse nulla. Ripiegò delusa, consapevole che il silenzio significava più di una disdicevole conversazione. Meditava simili pensieri quando la carrozza subì uno scossone. Di lì a poco si fermò e James prese la lanterna, prima di scendere.

«Deve essersi incastrata una ruota» commentò a denti stretti, osservando lo sguardo preoccupato di sua moglie. Le ordinò di restare dentro, poteva sempre trattarsi di un agguato in quelle ore notturne e lei era spaventata.

Appena uscì dalla vettura il temporale lo assalì, la luce era fievole e la lanterna gli oscillava dalle mani per il vento; qualsiasi cosa era meglio di restarsene dentro con una moglie che neppure lo degnava di condividere il letto nuziale! Non fu un agguato, solo una buca più rovinosa di altre e aiutò il cocchiere a rimettere la carrozza sulla strada. Rientrò poco dopo, portando con sé un profumo di pioggia inebriante. O forse era lui, così maledettamente affascinante con i capelli bagnati e il modo di fare sensuale pensò Ashley, tra sé.

«Ve lo chiedo per l’ultima volta, Ashley.»

L’attesa fu un respiro, più profondo di altri.

«Sarete mia moglie questa notte?»

La luce della candela si stava quasi esaurendo, insieme alla sua resistenza. Fece appello all’ultimo ferreo principio del proprio orgoglio e sferrò il colpo.

«No, milord! Non sarò mai vostra moglie.»

Da quel momento James Anson si tolse l’anello, davanti agli occhi sbalorditi di Ashley Sullivan.

«Dimenticatevi allora di avere un marito» sussurrò, con uno sguardo cupo. Nello stesso istante la carrozza si fermò e lui si rifugiò in camera, solo e con il tormento. L’indomani l’avrebbe accompagnata a Southampton da sua madre, poi si sarebbe dimenticato di lei a Malta. In compagnia di un’altra femmina.

© 2018 Sarah Mathilde Callaway
© 2018 HarperCollins Italia S.p.A., Milano

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