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Una scandalosa estate a Bath

di Sarah Mathilde Callaway

Inghilterra, Bath, 1815.

Appena Ashley Sullivan riceve la lettera con l'invito a trascorrere l'estate a Bath, ospite della sua più cara amica Emily Anson, inizia a sognare ad occhi aperti. La lussuosa dimora di Anson House, tra balli, ricevimenti e passeggiate in carrozza potrebbe essere l'occasione per conoscere un pretendente.

Sembra però che il marchese di Stafford, fratello maggiore di Emily, abbia tutte le intenzioni di impedire a Victor Collins di concederle un ballo ufficiale. Ha scoperto infatti che Emily è innamorata dello stesso gentleman ed è disposto a qualsiasi cosa pur di alleviare il cuore tormentato della sorella. Può davvero uno scandalo, raggirare il destino?

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lettura da 27 minuti

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Inghilterra, Southampton, 1815.

 
Se c’era una cosa che Ashley Sullivan detestava più dei suoi capelli biondi erano i commenti ostili che James Anson, ottavo marchese di Stafford, riservava alla sua chioma aurea. Per molto tempo si era chiesta quale fosse la ragione di tanta acredine senza risolverne nulla, se non accrescere l’antipatia per il fratello maggiore della sua cara amica Emily Anson.
Che colpa poteva averne pensò Ashley tra sé e sé, i colori delicati li aveva ereditati dalla madre, pelle d’avorio, iridi di una tonalità azzurra e capelli che ricordavano un topazio giallo. Ne era consapevole, con delle sfumature eburnee non poteva sollevare sguardi interessati in società, avrebbe altrimenti già ricevuto una lusinghevole proposta di matrimonio. E se non aveva ancora smesso di sognare, era in virtù della lontana parentela di sua madre con i baroni Beauchamp di Worcester, un legame abbastanza distante dalla genealogia da impedirle una sontuosa entrata in società, che le concedeva però il lusso di frequentare amicizie altezzose. Quelle poche gocce di sangue blu le permettevano di ricevere inviti a feste e balli dove, più che divertirsi, tornava con il cuore tormentato. In pochi le chiedevano la mano per una danza, qualche aristocratico troppo attempato per interessarla oppure un parente nella cerchia delle sue più care amicizie.
Ad uno di quei balli, nella lussuosa dimora di William Russell, aveva conosciuto la fanciulla più cara di Londra e nonostante la distanza, l’amicizia tra le due ragazze era destinata a divenire così salda da sfidare le regole del tempo e della nobiltà, in quanto l’una sorella del marchese di Stafford, l’altra figlia di un mercante di stoffe di Southampton. Ed era stata proprio la sua più cara amica Emily Anson a scriverle poche settimane prima, quando era venuta a conoscenza della morte di suo padre. In fondo alla lettera, dopo i sentimenti confortanti, c’erano poche parole scritte in un’elegante calligrafia, ad inchiostro blu.
Vi aspetto a Bath, ospite dei marchesi di Anson recitava l’invito, a firma di Emily Anson.
Un sogno.
Ashley aveva così trascorso il tempo del lutto a scegliere i vestiti, le scarpe e le mise da abbinare per quella che sarebbe stata l’estate più ambita della sua esistenza, lunghi mesi da passare nella magnifica dimora degli Anson a Bath e splendide uscite in carrozza.
I bauli dei Sullivan si erano riempiti con abiti in mussola, camiciole di pizzo e calze di seta. Passò lunghi giorni alla specchiera per le prove d’abito vaneggiando un futuro tra i nobili inglesi, fino a quando arrivò il momento della partenza, una calda giornata di inizio giugno. Fin dall’alba l’interno della dimora era tutto un susseguirsi di domestici che preparavano i bagagli e cameriere che piegavano corsetti e sottovesti; Ashley li aiutò a chiudere le pesanti casse colme di vestiti e si recò da sua madre, l’aveva mandata a chiamare da Nancy la sua cameriera personale poco prima che giungesse la carrozza degli Anson per condurla a Bath.
Bussò alcuni colpetti alla porta, il cuore pesante al pensiero di lasciarla sola per tutta l’estate nel momento del lutto, eppure non aspettò un istante di più, entrò al primo accenno dimenticandosi di fare l’inchino. Era più eccitata di quanto volesse ammettere e così smaniosa di partire che quasi si sentì in colpa.
«Ti aspettavo» disse la donna, accogliendola nella camera dalle tappezzerie rosa pallido. Da quando era rimasta sola aveva scelto una stanza più piccola per sé, accanto a quella della figlia.
«Siete certa di lasciarmi andare a Bath? Non sarà facile per voi, sentirete la mia mancanza, oltre al dolore per la morte di mio padre.»
«Ti ho persuasa ad accogliere l’invito a Bath per un’unica ragione Ashley.» La invitò ad accomodarsi vicino a lei e le prese una mano. «È tempo di conoscere un pretendente, in questi anni è fiorita la tua bellezza e potresti incontrare l’uomo che sognava John Sullivan per sua figlia. La proposta di Emily Anson è un valido pretesto per farti notare da qualche nobile in amicizia con il marchese di Stafford.»
E così se n’era accorta anche sua madre, pensò lei stropicciandosi nervosamente la gonna. Gli anni passavano e nessuno bussava alla porta dei Sullivan per dichiararsi. E se fosse tornata da Bath con il cuore spezzato? «Sapete che non possiedo una buona dote, per attrarre un marito» dichiarò schietta.
«Basterà conoscere un uomo abbastanza ricco, quando lo farai innamorare di te si dimenticherà presto della tua rendita. Devi soltanto trovarne uno e…corteggiarlo.»
Era preoccupata al punto da indurla a compiere una simile sciocchezza. Ashley arrossì ed esclamò: «Vi state forse prendendo gioco di me? La mia timidezza me lo impedisce.»
«Potresti imparare dalle tue cugine di Canterbury» consigliò saggiamente, «non sono affatto graziose, eppure hanno contratto un matrimonio vantaggioso e sono riuscite a conquistarsi un posto in società.» Guardò la figlia con aria solenne e aprì una scatoletta d’avorio accanto a sé. «Qui dentro sono custoditi i gioielli di famiglia, la collana di perle e rubini che mi ha donato il defunto tuo padre alla tua nascita, gli orecchini di zaffiri e le pietre preziose di tua nonna. Indossandoli, penseranno che possiedi una buona dote, qualcuno si accorgerà di te e sarai così astuta da indurlo a corteggiarti e farlo innamorare.»
«Riponete molte speranze in quest’estate a Bath.» Ashley si alzò irrequieta e percorse qualche passo per la stanza. Il tempo stringeva e le parve di sentire il rumore di una carrozza che si avvicinava al cottage. Non ebbe però il coraggio di guardare oltre la tenda e andò a sedersi di nuovo accanto a lei. «Qualcuno sta arrivando, madre.»
La donna ascoltò il suono stridente delle ruote sui ciottoli ed annuì. «È arrivato il momento di sistemarti, Ashley. Si tratta di pochi mesi di lontananza, per cambiare il tuo destino.»
Blanche Sullivan le passò il cofanetto tra le mani e andò ad affacciarsi alla finestra. Scostò i pesanti tendaggi e quasi le mancò un respiro, se la vista non la ingannava quello che stava scendendo dalla carrozza era un nobile di sua conoscenza. Trattenne a stento l’euforia e si portò una mano alle labbra. «Mio dio, è il marchese in persona!» esclamò eccitata, «scendi ad accoglierlo, è venuto qui in carne ed ossa!» Si voltò verso la figlia e si adombrò all’improvviso, non sembrava affatto entusiasta dell’arrivo del marchese quanto avrebbe voluto. «Ashley?»
«Detesto il marchese di Stafford quanto adoro sua sorella!» sbottò infatti, indispettita.
«Che discorso sciocco! Deve essere merito delle tue amicizie influenti di Southampton se la pensi così del più bell’uomo di Londra! Sii compiacente e ricordati che è legato alla Corona!» La voce di Blanche suonò a vuoto nel corridoio, senza aspettare la predica di sua madre Ashley fece un inchino e lasciò la stanza prima che finisse di elogiare il discendente di Stafford. Era smaniosa di partire più che di vederlo, tanto che scese la scalinata con una tale fretta da ignorare le buone maniere, rischiando di cadere ai piedi del suo illustre ospite.
Appoggiò la scarpina di seta sull’ultimo gradino e lì si fermò di colpo, il cuore martellante. L’incontro con James Anson arrivò però poco dopo, a dispetto della rumorosa discesa dagli scalini lui non si distrasse, puntava lo sguardo oltre la finestra come se i suoi pensieri fossero rapiti dalla carrozza ferma sul cortile.
Ashley pensò che fosse stanco per il viaggio sotto la calura estiva, ignorava il fatto che l’avessero infastidito le insistenze della sorella purché accompagnasse personalmente miss Sullivan a Bath. Emily la adorava, sebbene lui fosse convinto che Mrs. Sullivan cercasse nell’amicizia tra le due ragazze l’opportunità di presentare la figlia in società, non avendole potuto organizzare un debutto all’altezza.
L’uomo era di spalle, indossava una giacca blu scuro e dei pantaloni colore cognac, aderenti fino alle ginocchia che risaltavano le lunghe gambe. Ashley si chiese se il tessuto fosse così teso anche nelle parti maschili del corpo ed arrossì, trovava infatti irriverente l’esaltazione della prestanza maschile in pubblico. «Siate il benvenuto, milord.» Il silenzio si ruppe ed ottenne l’effetto desiderato.

La voce lo distolse all’improvviso e lo riportò indietro nel tempo. Si voltò lentamente per fare un inchino gentile ma incontrò degli occhi chiari che lo fissavano irriverenti.
 Era passata qualche primavera da quando lei l’aveva visto l’ultima volta e ricordava bene quel ballo della Stagione Londinese, una serata che aveva trascorso annoiandosi ai margini del salone, nella vana attesa che qualcuno la invitasse a ballare. Da tempo ce l’aveva con James che a quel ricevimento non le aveva neppure chiesto una danza, ballando soltanto con sua sorella Emily.
I lineamenti di lord Anson si contrassero, nello stesso istante. Erano incorniciati da lunghi capelli scuri che risaltavano lo sguardo, simile alle tonalità dell’oceano. La bellezza era oltremodo l’eredità dei suoi antenati, oltre le ricchezze delle proprietà terriere e il legame con la Corona inglese che gli Anson vantavano da secoli.
«Vi porto la vicinanza della famiglia Anson, per la perdita di John Sullivan, vostro padre.» L’ospite si avvicinò, facendola quasi inciampare per l’imbarazzo, era appena scesa dall’ultimo scalino e la differenza d’altezza tra i due divenne evidente.
Nonostante il senso di inferiorità lei annuì silenziosa, era già tanto che le nobili origini di James gli permettessero un cenno a suo padre, uomo di rango inferiore e senza sangue blu. «Sono stati momenti difficili» ammise, trattenendo gli occhi lucidi. Le lacrime davanti a lord Anson, non se le sarebbe perdonate.
«Il vostro viso è ancora più pallido di quanto ricordassi. Un periodo a Bath sarà l’ideale per farvi riprendere il colore alle guance.»
James non era cambiato, le riservava ancora commenti sprezzanti. «Oh sì, sono certa che tornerò più graziosa di quanto lo sia adesso, non è così lord Anson?»
«Perdonatemi, non era un’offesa alla vostra bellezza sempre così...pura.» Le prese la mano e sfiorò le dita con le labbra. Ashley la ritrasse subito, infastidita per quel tocco leggero che le vibrò nel petto, un fremito delicato simile ai battiti d’ali di farfalle. L’idillio durò però un solo istante. «La carrozza sta aspettando» sussurrò, osservando l’orologio sul taschino. «Saluterò vostra madre rassicurandola sul nostro viaggio a Bath, sarà la cameriera di Emily a tenervi compagnia, in modo che la mia presenza non sia sconveniente per voi.» Poi fermò lo sguardo sulla sua chioma, infastidito. «Avete un cappello per nascondere questi capelli dorati? Sono così chiari che il riflesso contro il sole mi infastidisce la vista.»
Ashley resistette all’impulso di schiaffeggiarlo e lo fissò indispettita, James Anson non aveva ancora imparato le buone maniere.
«Sono troppo luminosi alla luce del giorno» aggiunse lui. «E in verità c’è più di una ragione che me li rende disdicevoli miss Sullivan, ma converrete con me che possa decidere se confidarvela o meno.» Le si era avvicinato, elargendo un caldo sorriso.
«Siete padrone dei vostri pensieri milord» farfugliò, la vicinanza con il marchese di Stafford le provocava un calore intenso sulle guance.
«Non è colpa dei vostri capelli» sussurrò, prendendoli tra le dita delicatamente e guardandoli contro il riflesso luminoso della finestra. Lo sguardo della ragazza si perse per un istante nelle iridi blu, senza pronunciare parola.
«Come dicevo, la carrozza ci sta attendendo.»
E come una bambola, Ashley annuì. «Permettete che prenda un cappello» mormorò ancora impacciata, inconsapevole che i capelli non le coprissero abbastanza la trasparenza del pizzo sopra le spalle, ad onore del suo ospite.
 Raggiunse la camera e si rifugiò dentro, appoggiandosi contro la porta. Sentiva le guance infiammarsi per un turbamento sconosciuto, scaturiva dal basso ventre e si irradiava fino al petto. Era stato il tocco di James a procurarle quel dolce tormento, una lieve carezza sulle punte dei capelli che aveva sfiorato le corde della femminile immaginazione, ma non se ne preoccupò più di tanto. Se doveva affrontare un viaggio in compagnia del marchese di Stafford, il desiderio di farsi ammirare si sarebbe spento molto presto. James sapeva come farsi detestare, con il suo profilo altezzoso e gli sguardi riprovevoli che le rivolgeva da tempo. Per non pensare poi ai suoi commenti ostili.
Andò al guardaroba e rovistò alla ricerca di un cappello adatto al vestito colore malva che indossava, ne trovò uno di paglia con un fiocco azzurro, non era propriamente in mise con la tinta dell’abito, ma quello che stonava meno per coprirsi i capelli. Sbuffò contrariata, non aveva tempo per mettersi alla ricerca di un copricapo da viaggio così scelse quello e uscì dalla stanza.
Sua madre l’aspettava in fondo alla scalinata, in quel momento sola. Dall’espressione raggiante capì che doveva essersi intrattenuta con lord Anson ed era indubbio che coltivasse la speranza di ricevere una proposta entro la fine dell’anno; era ben lieta che la figlia frequentasse gli Anson, vantavano delle amicizie altolocate e una lunga permanenza a Bath avrebbe portato i suoi frutti considerò la donna, guardando l’orribile cappellino di paglia.
«Avevamo già scelto il guardaroba per il viaggio» commentò indispettita. «Quello lo puoi indossare nelle passeggiate in campagna, non certo in carrozza con il marchese di Stafford» sussurrò, in modo che lord Anson non potesse sentirle. «Se vesti come una semplice ragazza di Southampton, penserà che non sei all’altezza di sua sorella Emily.»
La figlia la ricambiò, altrettanto infastidita. «L’ho preso per coprire il riflesso dei miei capelli, lord Anson soffre la luce che emanano al sole.»
Blanche si offese. «È un nobile di rango superiore, ma come può insinuare una simile sciocchezza?»
«Come ben sapete madre, le ricchezze gli permettono di asserire qualsiasi idiozia.»
Il volto di Blanche impallidì nello stesso istante, James Anson stava rientrando dal cortile e le aveva appena raggiunte da dietro.
«Devo credere di essere un idiota?» Ashley sentì una voce gelida cristallizzarle il respiro e si voltò, desiderando trovarsi a qualche passo in più di distanza.
«La mia vista è imperfetta a causa di una malattia che ho passato in tenera età» proseguì il marchese, «non ve l’ha mai raccontato Emily? Pensavo vi confidasse ogni difetto di me.» Il tono della sua voce era quasi suadente e lei non capì se fosse adirato. «Il colore dei vostri capelli è così chiaro da irritare le mie iridi, se li guardo sento le lacrime pungermi agli occhi. Perdonate la mia supponenza adesso?»
Visti da vicino gli occhi di James avevano un colore così intenso da ricordare le sfumature del velluto blu, Ashley non avrebbe immaginato che fosse la sensibilità alla luce, causa della sua arroganza. «Vi devo le mie scuse lord Anson, pensavo che foste già in carrozza ad aspettarmi.» Si inchinò, fingendosi pentita e rivolse uno sguardo d’intesa a Blanche.
«In realtà sono tornato per dire a vostra madre che prolungheremo il viaggio di qualche giorno. Mi hanno appena consegnato una lettera urgente che ci costringe a soggiornare a Londra, almeno per il tempo che dovrò sbrigare i miei affari. Questa sera ci fermeremo in una locanda a Winchester e domani la carrozza proseguirà il viaggio per la capitale. Mi rincresce questo cambiamento inatteso e non posso che promettervi che sarete presto a Bath, in compagnia di Emily.»
Sua madre annuì compiaciuta, sembrava al settimo cielo, da quel momento la sua unica figlia era sotto la tutela del marchese di Stafford, non le restava che dimostrarsi obbediente e dimenticare l’acredine contro milord.
Lord Anson non aspettò oltre, salutò Mrs. Sullivan e restò a distanza per non intromettersi tra loro. Era venuto il momento del congedo e si stava dimostrando più educato di quanto Ashley stessa volesse ammettere. Doveva essere abituato a trattare situazioni delicate considerò tra sé, apprezzandone i modi raffinati, viaggiava tra le Colonie Inglesi a risolvere controversie diplomatiche per la Corona e questa doveva sembrargli una patetica scenetta tra donne.
«Abbiate cura di voi, madre.» La voce sottile si sarebbe sciolta in un pianto, se solo non fosse stato presente il nobile nella stanza.
«Scrivimi presto» sussurrò l’altra cercando di trattenere le lacrime, le diede un bacio sulla guancia e li congedò. 
Restò così sola con James e sentì il gelo pervaderla mentre uscirono dal cottage in silenzio, lui la scortò fino alla carrozza, una berlina colore rosso lacca con bordature dorate e lo stemma degli Anson decorato a rilievo. Era rimasto qualche passo dietro di lei ed avvertiva la sua presenza infonderle timore.
«Carley è il nostro primo cocchiere ed Arlette sarà la vostra compagnia durante il viaggio; io non sono molto loquace, non è così Mrs. Foster?» Lord Anson aveva un’espressione divertita sul volto, il cocchiere in livrea era in piedi accanto alla cameriera di Emily e si presentarono entrambi con un inchino.
«È stato il viaggio più lungo che abbia mai fatto, milord. Se non intratterrete voi questa ragazza dovrò farlo al posto vostro, prima che si addormenti per la noia.»
Ashley sorrise, incontrando lo sguardo caldo di James. «Possiamo partire» accennò, salutando Mrs.. Sullivan che li osservava dalla finestra; ricambiò un po' seccata lo sguardo inorgoglito di sua madre e si sollevò l’orlo della gonna, prima di salire in carrozza. Subito dopo la vettura si mosse oscillando lungo il viale, Ashley avvertì gli anfratti del terreno e si appoggiò sul morbido sedile di velluto bianco per guardare oltre il finestrino, il giardino della sua casa si allontanava dalla sua vista, insieme ai domestici rimasti in cortile.
«Saremo a Winchester prima di sera» disse soltanto lord Anson, «perdonerete il mio silenzio, dovrò dedicarmi allo studio di questi libri.»
Emily le aveva raccontato che terminati gli studi di legge all’università di Cambridge, il fratello maggiore aveva intrapreso la carriera di avvocato a servizio della Corona ed era impegnato nelle relazioni diplomatiche tra le Colonie Inglesi.
«La vista del paesaggio mi distrarrà il lungo tragitto verso Winchester» risolse lei, passando il tempo in carrozza a scambiare qualche parola con Arlette. Ogni tanto fermava lo sguardo sul profilo dell’uomo, assomigliava in alcuni tratti alla sorella, il colore dei capelli castano scuro, i lineamenti del viso raffinati e gli occhi dal taglio allungato, sebbene la tonalità di James fosse più scura di quella di Emily. Esistevano infatti una serie di sfumature azzurre anche sulle tele dei pittori e quelle degni Anson dovevano essere simili alla mescolanza tra il grigio ceruleo e il blu cobalto pensò tra sé, arrossendo nel momento in cui James sollevò la vista dal libro per osservarla.
«Potete anche togliervi il cappello miss Sullivan, è molto caldo qui dentro e avete le guance arrossite per il calore.»
Nessun miglioramento, dunque. Il marchese se le rivolgeva la parola era per farle qualche osservazione sul suo aspetto. Ashley era indecisa se sciogliere i nastri per liberare i capelli, il riflesso del sole entrava dal finestrino e le illuminava la chioma. «La vostra vista milord…Potrebbe risentirne» mormorò timidamente.
«Se è per questo cercherò di non guardarvi» fu il gelido responso.
Era tutt’altro che un gentiluomo pensò lei, cercando di paventare la rabbia e di dimostrarsi affabile. Sua madre sarebbe stata orgogliosa, si stava comportando al pari delle sue cugine di Canterbury, nonostante il rancore che provasse per milord. «Con il vostro permesso, toglierò il cappello, lord Anson.»
Lo sguardo del marchese era già tra le pagine e mantenne la promessa, per tutto il viaggio non sollevò la vista su Ashley neppure per un istante, solo il paesaggio oltre il finestrino qualche volta sembrava interessarlo più della conversazione.
Entrarono a Winchester al calare del sole, era stato un viaggio noioso con una breve sosta per permettere il cambio dei cavalli e concedere alle signore la toeletta. La carrozza si fermò all’improvviso davanti all’ingresso di una locanda, facendola quasi rimbalzare tra le braccia dell’uomo.  Sollevò uno sguardo verso lord Anson, le iridi blu del marchese erano così intense da costringerla a guardare altrove e non erano solo gli occhi a rapirle i pensieri.
James aveva infatti viaggiato appoggiando le lunghe gambe contro il portello, inconsapevole che i pantaloni stretti l’avessero incuriosita, facendola arrossire più di una volta, nel tragitto da Southampton a Winchester.
Lui non si accorse di nulla, preso com’era dall’arrivo in città fu il primo ad uscire dalla carrozza, la locanda si trovava nel pieno centro cittadino e le strade polverose rendevano l’aria insalubre. Ashley mise il visetto fuori dopo di lui e tossicchiò, ignorando la mano di James che l’aiutò a scendere. Il nobile però non diede bado alle sue ritrosie e gliela strinse, sarebbe altrimenti caduta con quell’aria svampita da fanciulla al primo ballo.
 Il contatto tra i due fu tutt’altro che trascurabile, la stoffa del guanto non le impedì infatti di sentire il tocco delle dita dell’uomo sulle proprie, provocandole un vistoso imbarazzo. Appena il piedino toccò terra James la lasciò andare e si scansò, in modo che il cocchiere si occupasse di Arlette, era rimasto lui stesso impressionato dalla delicatezza di miss Sullivan e si strofinò le mani sui pantaloni per allontanare da sé il profumo femminile. C’era molta gente e si guardò attorno alla ricerca di qualcuno.
«Lord Anson! Lord Anson!» Era la voce di un ragazzo, cercava di richiamare l’attenzione del marchese in mezzo alla folla a passeggio. Gli ombrelli di pizzo aperti per il sole e le ampie gonne delle signore lo confondevano in quella ressa. «Il mio padrone è lieto di accogliervi nella sua dimora» esclamò, avvicinandosi. «Vi ho portato il miglior cavallo delle scuderie, così potrete cavalcare dopo il lungo viaggio!»
James sorrise, una delle poche espressioni rilassate che aveva intravisto Ashley sul bel volto.
«Riferite al barone di Winchester che questa sera lo sfiderò alle carte» dichiarò apertamente lord Anson, «è tempo che desidero vincere contro di lui.»
L’affermazione di milord la infastidì parecchio, le alloggiava alla locanda mentre lui se ne andava a divertirsi, ospite di conoscenti. L’occhiata irriverente non sfuggì però al marchese che rimediò con astuzia.
«Se mandate una carrozza e un valletto condurrò a Saint John House anche miss Sullivan, stiamo viaggiando verso Londra e proseguiremo per Bath dove mia sorella la attende trepidante per l’inizio della stagione.»
«Il mio padrone sarà lieto di accogliere la vostra pupilla, milord. Sarò di ritorno con il landò» disse il garzone, congedandosi con un inchino.
Lord Anson si rivolse quindi ad Ashley, un po' seccato. «Vi aspetta la prima serata del vostro soggiorno, miss Sullivan. Scegliete un abito all’altezza di una bisca clandestina.» Glielo sussurrò troppo vicino per non avvertire un profondo brivido lungo la schiena ed Ashley non era disposta a farsi trattare a quel modo. Si prendeva gioco di lei creandole imbarazzo e cominciò a credere che l’ottavo marchese di Stafford fosse tutt’altro che un gentiluomo. Restò sola a fissare l’alta figura che si allontanava, restandone affascinata. Lo conosceva da quando era nata la sua amicizia con Emily, ma se fino a quel momento non le era rimasto indifferente era per l’unico effetto che riusciva a provocarle la sua presenza, un’autentica antipatia.
 «Affrettatevi miss Sullivan, c’è poco tempo per il cambio d’abito!» Arlette la accompagnò dentro la locanda, mentre lord Anson stava convincendo il proprietario a concedere le stanze più lussuose che disponeva.
«Domani mattina all’alba ripartiremo per Londra, finché alloggeremo a Winchester esaudite ogni desiderio delle signore e sarete ricompensato con una lauta manciata di ghinee d’argento.»
Il locandiere lo guardò complice e si illuminò al pensiero del denaro. «Sarà come ospitare Sua Maestà, milord.»
Ashley si chiese se James frequentasse la locanda, quella che stava intrattenendo con il proprietario le sembrava una farsa, recitata alla perfezione. L’uomo infatti chiamò la moglie, una donna dalla corporatura robusta e dai modi spicci per liberarsi di loro. «Accompagna miss Sullivan nella stanza degli ospiti» ordinò, invitando poi James a bere un bicchierino di sherry in sua compagnia.
Ashley si convinse che lui fosse un frequentatore della locanda e che le avessero appena assegnato la camera che solitamente ospitava il marchese, ad ogni modo era una graziosa stanzetta nel sottotetto adornata con tappezzeria di colore verde, lenzuola di lino, trapunte di seta e un catino in porcellana bianca a decori blu.
«Porteremo il vostro baule, miss Sullivan.»
«Vi ringrazio» disse e si guardò attorno in attesa che Arlette bussasse alla porta. Cercò di aprire ogni cassetto, spalancò le ante dell’armadio e frugò sotto il letto alla ricerca di un qualsiasi oggetto potesse appartenere a lord Anson. Lo stesso profumo che aleggiava nella stanza glielo ricordava, una colonia alle essenze orientali, tipiche di un diplomatico appena rientrato dall’India. E se l’istinto non la tradiva, avrebbe scommesso che James Anson la notte prima avesse dormito in quello stesso letto.
«Miss Sullivan!» sussurrò Arlette, oltre la porta.
Ashley si avvicinò e abbassò la maniglia per farla entrare. «Perché parlate così piano?» le chiese sottovoce.
«Qui è tutto così silenzioso che sembra una casa privata, più che una locanda. Non trovate che sia sconveniente per voi dormire in una stanza tanto appartata?»
«Niente affatto Arlette, riposerò profondamente senza sentire una piuma che cada sul pavimento.»
«Se fossi in voi, avrei timore.»
Ashley fece spallucce, era abituata a dormire da sola, cresciuta in una casa grande senza fratelli o sorelle con cui dividere la stanza.
«Deve essere il vostro baule» commentò Arlette, sentendo scricchiolare poco dopo le assi lignee sul corridoio. Aprì la porta della camera e lasciò che il garzone della locanda sistemasse il bagaglio. «Dobbiamo scegliere l’abito» insistette, indaffarata ad aprire la cassa.
Un abito da bisca clandestina ripeté in quello stesso istante la mente di Ashley, mentre un sorriso le aleggiò sul volto. «Voglio il vestito di mussola blu» disse decisa. La stoffa era coprente eppure ricordò che fosse il più audace che potesse indossare, per la profonda scollatura sul petto.
Arlette si chinò a rovistare tra stoffe di tulle, pizzi e organza, i Sullivan dovevano avere speso una fortuna per abbellire il guardaroba dell’unica figlia considerò tra sé e sé, sentendo tra le mani la preziosità dei tessuti. Intravide l’abito scelto da Ashley coperto da un lenzuolo di lino, lo tirò fuori dall’involucro e restò ammutolita. Se pensava l’avesse fatto per proteggerlo dovette ricredersi, una ragazza del ton non avrebbe indossato nulla di così sconveniente, se non di nascosto.
«Miss Sullivan!» la redarguì Arlette, «non potete indossare un vestito così…»
«Così scandaloso?»
Ashley diede un colpetto di tosse. «È stata mia madre ad approvarlo per il mio viaggio a Bath» mentì. In realtà l’aveva rubato tra gli abiti di Blanche Sullivan, perché in un certo senso sua madre l’aveva approvato. Non le aveva forse detto che doveva attrarre un nobile? Per quanto ne sapesse, a casa del barone di Winchester poteva conoscere un pretendente e i conoscenti del marchese sarebbero stati tutti all’altezza di un matrimonio vantaggioso per lei.
Arlette non sembrò convincersene, le ragazze in età da marito si affidavano a qualsiasi astuzia pur di ottenere l’attenzione di un uomo. Le chiacchiere delle cameriere arrivavano fino ad Anson House ed Arlette era già abbastanza preoccupata per Emily, nelle ultime settimane si era accorta che la fanciulla le nascondeva qualcosa. «Se lo indossate potrebbe essere sconveniente per voi» considerò Mrs. Foster, «siete sotto la tutela del marchese di Stafford.»
«Lo coprirò con il mantellino di seta» si affrettò a precisare Ashley, per nulla intenzionata a rinunciare al vestito.
Arlette fissò l’abito adagiato sul letto e sospirò rassegnata. Le avrebbe pettinato i capelli, erano lunghi abbastanza da coprire la pelle nuda sul petto. «Toglietevi gli indumenti del viaggio» decise, «abbiamo poco tempo per rendere onore alla vostra bellezza.» Le sfilò il vestito dalla testa e ordinò la biancheria sulla poltroncina. «Rinfrescatevi con quel sapone.»
Ashley si avvicinò al catino, sotto lo specchio trovò un pezzo di sapone profumato e senza farsi vedere inalò la fragranza costosa. Come aveva fatto a non pensarci prima? India, decretò con certezza, odorava di essenza orientale mescolata alla colonia di James. E così quella era la camera di lord Anson.
Si sentì come se avesse appena passato i confini dell’innocenza. Avrebbe dormito nella stanza privata del marchese, ovunque si respirava il suo profumo. Come poteva non essersene accorta, Mrs. Foster?
Si passò la preziosa saponetta sul corpo, poi versò l’acqua fredda dalla brocca alla bacinella per risciacquarsi. E non era per la gelida temperatura dell’acqua che i suoi seni si erano inturgiditi, ma il pensiero peccaminoso di immaginarsi in quella stanza con un uomo. E l’unico volto che riusciva a sognare in quel momento apparteneva al marchese di Stafford. Arrossì per l’imbarazzo, doveva dimenticarsi di vaneggiare sul fratello della sua più cara amica. Si sciacquò subito il viso per riprendersi e per nascondere la vergogna davanti allo specchio.
Arlette era impegnata a preparare la sottogonna dell’abito e non si accorse del suo turbamento. «Siete pronta per vestirvi?»
Ashley era in piedi, coperta dalla pezza di cotone bianco che aveva trovato accanto alla bacinella.
«Indossate la biancheria, vi aiuterò a stringere il corsetto.»
«Non voglio la camiciola, è troppo caldo fuori.»
«Cosa vi passa per la mente?» la redarguì Mrs. Foster, «volete trasgredire le regole del decoro?»
«Quell’abito non è adatto per la camiciola, sembrerò robusta se me la farete indossare!» protestò decisa.
Arlette osservò il vestito, prima di spostare uno sguardo incuriosito su di lei. «Se conoscessi le vostre intenzioni potrei esservi d’aiuto miss Sullivan, sempre che decida di esservi complice nel vostro gioco con il marchese.»
«Mrs. Foster!» esclamò Ashley, portandosi una mano sulle labbra. «Il marchese di Stafford non mi interessa affatto ed è il fratello della mia più cara amica!»
«Se non lo considerate un bell’uomo siete nel torto. Le amiche di miss Anson sono tutte affascinate da James, frequentano la casa più per vedere lui, che per trascorrere del tempo con la sorella.»
«Sì» convenne Ashley, «possiede una bellezza inusuale eppure considero i suoi modi così fastidiosi che me lo rendono insopportabile. Posso giurarvi che se sogno un marito, James Anson sarebbe l’ultimo che vorrei al mio fianco. Neppure per un ballo!»
«State accorta da tanta presunzione. Il carattere che mostra milord, nasconde più virtù di quanto lui stesso voglia scoprirne.»
Ashley si guardò oltre lo specchio colma di vergogna, si stava intrappolando nella rete del desiderio per James Anson ed era piuttosto pericoloso.
Arlette tirò con forza i lacci del corsetto, tanto che lei diede un colpetto di tosse. Era l’unico modo per risaltare i seni maturi sotto l’abito e la cameriera di Emily, aveva già intuito le sue intenzioni seducenti con il marchese.
«Vorrei rinunciare alla mantella di seta» cercò di convincerla.
«Sarete esaudita» rispose Arlette, illudendola per un istante. «Ma solo nel momento in cui sarete servita alla tavola del barone di Saint John.»

© 2018 Sarah Mathilde Callaway

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