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Tra vizi e virtù

di CHRISTINE MERRILL

Miss Paulette Montaigne è venuta dalla Francia per cantare nello scandaloso Vitium et Virtus, il circolo per gentiluomini più peccaminoso dell’alta società inglese. Però sa che la sua illibatezza la rende diversa… e come potrà fidarsi di quell'orso del suo protettore, Ben Snyder? 

I tempi del pugilato sono finiti per lui, e Ben ha imparato a usare più il cervello che i muscoli. Ma non per questo l’angelica Miss Montaigne è alla sua portata. Potrà proteggere Paulette e anche il proprio cuore?

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lettura da 3 minuti

C’erano problemi nella sala da gioco.

Non era insolito, perché le regole al Vitium et Virtus erano più rigide di quanto gradivano diversi ospiti. Non si faceva credito, perché non era divertente vedere un uomo che aveva perso tutto continuare a giocare fino a rovinarsi.

Però questo significava che i giocatori ubriachi erano costretti a smettere di giocare appena pensavano che la fortuna avesse voltato loro le spalle, e perciò erano più difficili da tenere a bada degli altri amabili gentiluomini che frequentavano il club. Quando i croupier decisero di chiamare Ben, la situazione era già fuori controllo.

E, come al solito, il problema era Mr. Danvers, l’erede del marchese di Wycliff. Le serate di Ben sarebbero state più tranquille se non fosse stato per Danvers e il suo amico altrettanto detestabile, Nash Bowles. Entrambi erano a un soffio dall’essere banditi per sempre dal club.

Quella sera Danvers batteva sul tavolo da gioco con tanta forza da far traballare i bicchieri, e chiedeva carta e penna per scrivere un pagherò.

Ben si fece avanti con un sorriso fermo, ma deferente. «Mi rincresce, sir. Non potete più giocare, ma nella sala accanto c’è un rinfresco, vino e intrattenimento.» Gli mise delicatamente una mano sulla spalla.

«Non voglio andarci, voglio fare un’altra partita.» Si scosse di dosso la mano di Ben e si slanciò ad afferrare le carte.

«Conoscevate le regole quando vi siete seduto. Non avete più fondi.» Ben cambiò tono, adottando quello che di solito gli faceva ricevere le scuse da parte di chiunque non fosse tanto alto da guardarlo negli occhi. «Dovete andare.» La mano tornò sulla spalla, e si fece più pesante, come per fargli capire che non aveva scelta.

Sperava che avesse capito. E invece Danvers la respinse.

Ben sospirò. Era raro che i soci continuassero a protestare dopo il secondo avvertimento, ma era capitato. Poteva gestirlo in ogni caso. Con un gesto repentino lo afferrò sotto le ascelle, lo sollevò e gli tolse la sedia da sotto con un calcio, poi lo portò via come una bambola di pezza, con i costosi stivali che non toccavano terra. Si diresse verso l’uscita e la folla si scostò per farlo passare mentre i lacchè si affrettavano ad aprire la porta.

«Mettetemi giù, screanzato!» si dimenò invano Danvers.

Ben ignorò l’insulto e adottò il tono conciliante che funzionava sempre con bambini, animali e ubriachi. «Sono spiacente, sir, è ora di andare.»

Ma Danvers non sembrava intenzionato a cedere. «Mettetemi giù, feccia umana.» Allargò la mano e con il gomito urtò il naso di Ben, facendogli uscire il sangue.

Ben imprecò tra i denti e, istintivamente, sollevò il braccio per colpirlo alla nuca di rimando, ma si trattenne pensando che era una follia. Anche se era per legittima difesa, un uomo come lui non poteva picchiare il figlio di un nobile. Neppure il Duca di Westmoor avrebbe potuto salvarlo se Danvers avesse deciso di denunciarlo per aggressione e farlo arrestare.

Si fermò all’ultimo momento e disse: «Ahi». Era più un’affermazione che un grido di dolore, e ben poco convincente, ma almeno gli diede modo di staccarsi dal giovanotto per coprire con entrambe le mani il naso colpito.

Ma Danvers era troppo ubriaco per rimanere lucido. Invece di approfittare della ritrovata libertà per sferrare un altro attacco si accasciò a terra privo di sensi.

Ben lo urtò leggermente con la punta del piede per assicurarsi che non fosse in sé. Non ottenendo risposta, fissò Danvers con un sorriso sornione e si asciugò con il polsino il sangue che gli gocciolava dal naso. «Feccia umana, eh?» Sbuffò, cercando di schiarirsi la testa. «Può darsi, ma io sono ancora in piedi e a terra ci siete voi.»

Udì un gridolino femminile sommesso che proveniva dalla soglia e, quando alzò lo sguardo, vide Paulette che lo fissava con una smorfia di disgusto sul suo bel viso.

Ogni mercoledì un nuovo capitolo!
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