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Titanic: appuntamento col destino

di MARGUERITE KAYE

Jennifer Spencer sta per attraversare l’oceano sul Titanic per cominciare una nuova vita in America. Sola. O almeno così crede, fino a quando non scopre che la sua irresponsabile gemella, Maud, è salita a bordo clandestinamente. Pur essendo un’azione sconsiderata, Jennifer è contenta che la sorella abbia corso quel rischio. In fondo lei ha bisogno che qualcuno le ricordi di tenere a distanza l'affascinante uomo d’affari Max Blakely per cui ha perso la testa. Ancora prima di salpare, però, apre la porta di una cabina e…

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lettura da 3 minuti

RMS Carpathia, Mattino presto, Lunedì, 15 Aprile, 1912
Jennifer stava sul ponte della nave che era andata in soccorso del naufragio, guardando gli ultimi passeggeri del Titanic che si issavano lungo le murate sulle scale di corda e le funi, ma si sentiva completamente stordita.
Dal canotto di salvataggio aveva guardato incredula mentre le luci della nave si spegnevano e andavano sott’acqua. Poi un rombo sordo come un tuono aveva squarciato l’aria e la prua del Titanic era stata completamente inghiottita dalle onde. Per un attimo la poppa era sembrata galleggiare miracolosamente sull’acqua, poi anche lei era sparita senza lasciare traccia.
Jennifer aveva fissato il punto dove poco prima si era trovata la nave incapace di comprendere cosa fosse accaduto. C’era stato un lugubre silenzio prima che esplodessero le urla e i pianti. Senza luci né bussola, avevano galleggiato andando alla deriva per un tempo interminabile fino a quando la Carpathia era sopraggiunta. Jennifer aveva implorato l’ufficiale sul canotto di tornare indietro, di cercare i sopravvissuti, ma lo stesso canotto era quasi del tutto sott’acqua ormai.
E ora era sola, e avrebbe preferito essere morta. Non c’era Maud ad aspettarla sulla Carpathia, e neppure Max. L’altra se stessa e l’uomo che amava se ne erano andati entrambi. Max aveva promesso, ma non era invincibile, non contro il Titanic.
E Maud. Le dita di Jennifer si strinsero sul ciondolo d’argento. Maud aveva sacrificato il suo posto per lei. Un’enorme voragine le si apriva dinanzi ai piedi quando cercava di immaginare un futuro senza la sorella. Non poteva essere morta. Oltre le lacrime ormai, stava aggrappata al parapetto, lo sguardo perso nell’acqua scura, ignorando alcuni uomini dell’equipaggio della Carpathia che cercavano di sospingerla all’interno della nave perché si scaldasse.
All’inizio pensò di esserselo immaginato. Pensò che fosse il dolore a produrre un fantasma, a farle provare quella sensazione, come se la sua mano le si fosse posata sulla spalla per farla girare. Ma i fantasmi non erano solidi, né fradici. Un fantasma non sorrideva in quel modo, con quella curva speciale delle labbra. Un fantasma non aveva quello sguardo negli occhi... come se avesse visto troppo, come se lei fosse la sola cosa che importasse al mondo. «Max?»
«Il destino. Ti ho detto che avrei trovato un modo.»
La sua voce era roca a forza di gridare. Appariva esausto. Ma era vero. Reale. Jennifer si lanciò tra le sue braccia.
«Max! Oh, Max, Max, Max. Non ti lascerò mai, mai più allontanare dalla mia vista.»
«E io non lascerò allontanare te.» Le sue labbra erano fredde, ma era il bacio più caldo che lei avesse lai ricevuto. «Maud?» chiese lui gentilmente, guardandosi intorno quando ebbe recuperato il respiro.
Jennifer scosse il capo, le lacrime che prima si erano rifiutate di scendere che ora le tracimavano dagli occhi.
Max le baciò la guancia. «C’è sempre una speranza. Lo sentiresti, non è vero? Siete gemelle, lo sapresti se l’avessi persa.»
«Non ci avevo pensato.» Jennifer afferrò il pendente e chiuse gli occhi, cercando di leggere nel proprio cuore. «Lo sentirei» sussurrò. «Hai ragione, lo saprei.»
Max la strinse tra le braccia, tenendola così forte che poteva a malapena respirare. «Qualsiasi cosa accada, io ho te e tu hai me. Possiamo cominciare una nuova vita, la nostra vita. Possiamo farci felici l’un l’altro, Jennifer, so che possiamo.»
Guardandolo, e vedendo la fiera luce di determinazione che gli bruciava negli occhi, lei poteva crederlo. Lo credeva. «La nostra vita» ripeté, sorridendo tremula.
«La nostra» confermò Max.
Era una promessa. E la suggellarono con un bacio.

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