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Titanic: appuntamento col destino

di MARGUERITE KAYE

Jennifer Spencer sta per attraversare l’oceano sul Titanic per cominciare una nuova vita in America. Sola. O almeno così crede, fino a quando non scopre che la sua irresponsabile gemella, Maud, è salita a bordo clandestinamente. Pur essendo un’azione sconsiderata, Jennifer è contenta che la sorella abbia corso quel rischio. In fondo lei ha bisogno che qualcuno le ricordi di tenere a distanza l'affascinante uomo d’affari Max Blakely per cui ha perso la testa. Ancora prima di salpare, però, apre la porta di una cabina e…

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lettura da 3 minuti

RMS Titanic, Prime ore del mattino di lunedì, 15 Aprile, 1912
«Prima le donne e i bambini» ordinò il capitano.
Gli occhi di Maud erano brillanti di eccitazione. «Stanno davvero dicendo di indossare i giubbotti di salvataggio, Jenny, anche se nessuno ci crede. Voglio dire, è solo una precauzione, vero?»
Jennifer si gettò tra le braccia di Maud. Aveva percorso avanti e indietro il ponte della passeggiata per oltre un’ora, lo stomaco aggrovigliato. «Perché hai impiegato tanto?» chiese a Max, che sopraggiungeva dietro Maud. «Ho pensato... oh, non so cosa ho pensato.»
«C’è il caos sui ponti inferiori» replicò Max, liberandola dalle braccia di Maud e dandole un bacio veloce prima di infilarle il giubbotto di salvataggio sopra l’abito da sera. «C’è una folla urlante nell’ufficio del capitano che cerca di riavere indietro soldi e gioielli. La metà dei passeggeri si rifiuta di muoversi, l’altra metà va avanti e indietro sui ponti senza alcuno scopo. Ci sono persone in terza classe che non sanno neppure come raggiungere i ponti della nave, e ci sono uomini seduti nella sala fumatori che giocano a carte in tutta calma.»
«E io non ero in cabina, così Max è dovuto venire a cercarmi perché mi ha detto che ti aveva promesso di portarmi qui» intervenne Maud. «Poi siamo dovuti tornare indietro in mezzo alla calca per recuperare i giubbotti di salvataggio, e i cancelli della terza classe erano chiusi a chiave così Max li ha aperti e poi...»
«Sei qui adesso, e questo è quello che importa. Hanno già cominciato ad abbassare le scialuppe di salvataggio» la interruppe Jennifer.
«Andiamo allora, saliamo.»
Prendendole entrambe per mano, Max si fece strada attraverso la folla con determinazione.
Sopra di loro un razzo di segnalazione descrisse un lampo nel cielo, come una stella cadente. Sul ponte, l’incredulità attonita della folla si trasformò in panico, mentre le barche di salvataggio che venivano abbassate dai loro supporti sembravano non creare alcun effetto nella confusione delle persone che aspettavano di imbarcarsi.
Paura e dolore permeavano l’aria, i pianti e le grida delle famiglie costrette a separarsi. Era una vista incongrua: chi in pigiama, chi in abito da sera, chi in smoking e chi in pelliccia, alcune vecchie signore indossavano elaborati cappelli, altre luccicavano indossando l’intero contenuto delle cassette portagioielli.
Un’altra barca gremita venne calata verso il ponte. Era già quasi piena. «Non ci sono abbastanza posti per tutti» mormorò Jennifer stringendo la mano di Max, gelida per la paura.
Si trovavano dalla parte della porta, dove un ufficiale si affannava a cercare di impedire che la folla si precipitasse tutta insieme nella barca più vicina. Non solo donne e bambini adesso, anche uomini. Da qualche parte un cane abbaiava.
«Guarda, l’equipaggio di bordo è da quella parte.» Maud indicò una barca piena a metà.
«Ma se ci vedono insieme...»
«Jennifer, non importa proprio, ormai.»
Il viso di Max era pallido, le labbra strette, le sopracciglia compresse in un cipiglio scuro. Il Titanic era chiaramente inclinato adesso, la prua della nave più bassa sull’acqua. Una giovane donna stava aggrappata al marito, piangendo istericamente. Sicuramente erano in luna di miele: Jennifer ricordò di averli notati proprio il giorno prima. «Max, stiamo davvero per affondare?»
Il suo viso era una maschera di pietra. «Dobbiamo trovare posto per voi su una barca.»

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