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Titanic: appuntamento col destino

di MARGUERITE KAYE

Jennifer Spencer sta per attraversare l’oceano sul Titanic per cominciare una nuova vita in America. Sola. O almeno così crede, fino a quando non scopre che la sua irresponsabile gemella, Maud, è salita a bordo clandestinamente. Pur essendo un’azione sconsiderata, Jennifer è contenta che la sorella abbia corso quel rischio. In fondo lei ha bisogno che qualcuno le ricordi di tenere a distanza l'affascinante uomo d’affari Max Blakely per cui ha perso la testa. Ancora prima di salpare, però, apre la porta di una cabina e…

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Aspettarono che la giovane avesse finito di cantare, e quando ormai le lacrime scorrevano nell’intera sala. Persino le ciglia di Jennifer erano umide. Sebbene non avesse capito una parola della canzone, la malinconia del tono, unita alla purezza e alla dolcezza della voce della ragazza, evocavano sentimenti d’amore e di perdita. Quasi tutti i presenti stavano attraversando l’oceano per la stessa ragione - cercare una nuova vita - ma a quale prezzo? A differenza di lei, molti si erano lasciati dietro le loro famiglie, e molti intraprendevano quel viaggio non perché lo volevano ma perché erano costretti a farlo.

Quando la folla eruppe in un applauso lei e Max se ne andarono silenziosamente e risalirono sul ponte superiore. Era molto tranquillo, e sedettero vicini su una panchina, l’oceano scuro che rollava gentilmente davanti a loro. Sopra di loro il cielo era color argento scuro. Nella immensa bellezza della natura, anche una nave grandiosa come il Titanic sembrava insignificante. Pur trovandosi a bordo con più di duemila passeggeri, era possibile, lassù, credere di essere soli al mondo.

Max si tolse il cappotto da sera e lo passò sulle spalle di Jennifer, tirandola più vicino. «I miei genitori lasciarono l’Irlanda diretti a New York non molti anni dopo essersi sposati» le rivelò. «Non su una nave grande come questa, si trattava di un piroscafo di emigranti, ma avevano le stesse speranze e gli stessi sogni di tutte quelle persone presenti in quella sala. Una nuova vita. Una vita dove avessero abbastanza da mangiare, dove i loro figli potessero avere tutte le possibilità che loro non avevano mai avuto. Una vita dove avrebbero potuto essere felici.» Imprecò con rabbia. «Non è troppo da chiedere, ma allo stesso tempo era troppo.»

 La sua coscia premeva contro quella di lei. Quel profumo esclusivo e familiare, di sapone e di lana costosa e di Max, stava avendo il solito effetto su di lei, tuttavia le sue parole assopirono il desiderio per un momento. Era questo che lo aveva tormentato da quando aveva udito quel lamento di cornamuse. Jennifer gli prese la mano tra le sue e gli premette un bacio sulle nocche, incoraggiandolo silenziosamente.

«Ma non c’era una nuova vita» continuò lui, la voce carica di angoscia. «A quel tempo, subito dopo la carestia, gli irlandesi erano trattati come pezzenti e pagati una miseria. Era un uomo buono, mio padre. Era intelligente, anche se non aveva istruzione. Intelligente abbastanza da sapere che il suo sogno americano non si sarebbe avverato. Era questo che lo colpiva nelle viscere, la consapevolezza che sarebbe stato un fallimento, ed era questo che ci rendeva tutti disperati. Non il suo fallimento, quanto la sua incapacità di venire a patti con esso.» Max si prese il viso tra le mani. «Lo odiavo per quello che ci stava facendo, ma lo amavo anche. Quelle erano le sue canzoni» aggiunse, la voce che bruciava di lacrime non versate.

Rimasero seduti in un silenzio teso e tragico. Il rumore dei potenti motori del Titanic sembrava azzittito dall’oceano, e l’eco della musica suonata dall’orchestra giunse fino a loro attraverso il tetto di vetro che copriva le scalinate centrali. Jennifer avrebbe dato qualsiasi cosa per risparmiare a Max il dolore di quello che seguiva, ma sapeva che non poteva fare a meno di chiedere. «Max, che cosa accadde?»

Lui deglutì con fatica e cominciò a raccontare.

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