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Rosso Rubino

di Sarah Mathilde Callaway

Synna sta percorrendo una strada assolata, nelle narici ancora l'odore intenso del vino rosso, nella mente una sola idea: trovare una nuova bottiglia di Amarone del Cinquantotto che ripaghi l'amato nonno della perdita di quel vino da collezione, proprio a causa sua. Grazie all'etichetta, è riuscita a trovare l'azienda vinicola e ora che è quasi arrivata si sente disposta a tutto pur di non tornare a mani vuote. Ma l'accoglienza glaciale del proprietario e il rifiuto a cederle l'Amarone fiaccano i propositi di Synna, che si vede costretta ad accettare un ricatto pur di ottenere ciò che vuole: restare nella tenuta ad accudire i nipoti del conte Degli Olivieri per tutta l'estate. A lei, che insegna in una scuola pugliese, sembra in fin dei conti un lieve scotto da pagare, se non fosse che tra lei e Tomaso è scattata immediatamente una scintilla. E mentre per lei sotto quel fuoco sembra covare l'amore, lui, arrogante aristocratico, sembra accendersi solo per una frivola notte di passione...

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lettura da 34 minuti

Una nipote smidollata non poteva desiderare

qualcosa di diverso:

voleva dimostrare un po' del carattere rimasto

sotto le ceneri dell'adolescenza,

per riprendersi quella bottiglia da collezione che

spettava a suo nonno.

E per tutto l'orgoglio degli Ayello,

non avrebbe rinunciato!

 

Il frinire delle cicale ruppe il silenzio. Un verso assordante e noioso, che filtrò tra gli ulivi dell'antico frantoio, importunando la calma attorno e quello che restava del buonumore di Synna, si unì al caldo insopportabile delle campagne pugliesi e all'intenso odore del vino, quasi inebriante, che aleggiava nell'aria. L'aroma era di quelli brucianti, un solo calice sarebbe bastato per sentirsi scorrere sangue bollente nelle vene e la tentazione per lei era forte, di quelle che solo il profumo riesce a trascinarti nel peccato.

     Questa volta no, non ci sarebbe ricaduta. «Neppure un sorso!» sussurrò decisa, scuotendo la testa dai capelli dorati. Distolse subito gli occhi azzurri velati di lacrime per allontanare da sé la deliziosa mescolanza di uve raffinate che emanava dalla macchia rossastra, mentre la luce del sole colpiva i pezzi di vetro finiti a terra, come una cascata di brillanti.

     Si sollevò dalla poltroncina di vimini e li raccolse tra le dita, poi li guardò contro il riflesso luminoso del mezzogiorno, ricordando. Se non fosse stato per la perdita, quella visione sarebbe stata attraente, come se il tempo si fosse fermato a molte estati prima, quando lei era ancora una bambina.

     «Smettila di pensarci e vai a dormire!»

     Era un ordine e suo nonno, il rigido Giovanni Ayello, glielo dettò a occhi chiusi. Era chiaro che coltivasse dentro il rancore; forse, più che per la bottiglia andata in frantumi, era indignato per quelle serate che iniziavano tardi e finivano quando lui si alzava, poco dopo l'alba.

     Synna non lo ascoltò. Mentre il prisma prezioso dei frammenti vitrei scintillava tra le sue mani, si guardò attorno ancora una volta, e ancora una volta quel tuffo nel passato le fermò il respiro: il ricordo si materializzò così vivo e doloroso dentro di lei da rammentare ancora ogni dettaglio. Aveva vissuto la stessa scena durante una stagione ardente di tanti anni prima, quando i suoi genitori avevano deciso di portarla dai nonni paterni per rifarsi una vita, e faceva da sfondo lo stesso vecchio frantoio, dove vivevano gli Ayello da generazioni. Per la rabbia aveva gettato a terra un bicchiere e poi un altro, e un altro ancora. Se quel maledetto giorno non l'avesse fermata sua nonna, l'intero servizio di cristallo sarebbe andato perduto. In pochi istanti i sogni le si erano sgretolati addosso e nell'età dell'innocenza come poteva immaginare che i suoi genitori vivessero già da separati?

     Da allora era divenuta rigida, come una quercia. Aveva piantato i piedi a terra e aveva deciso di restare lì, piuttosto che vivere con uno solo di loro. Così era cresciuta riservata nel carattere e nello stile di vita, solo che qualche volta trasgrediva la monotona atmosfera del frantoio per concedersi delle serate al limite, pochi e selezionati amici di sempre e bottiglie rinomate, scelte proprio tra le cantine del casolare.

     «Sei ancora lì?»

     Gli occhi cerulei del vecchio Ayello non si aprirono, le labbra divennero però strette per il rimprovero; la nipote doveva essere a pochi passi da lui e gli adombrava il calore mattutino del sole.

     Si era chiusa in se stessa e i cani erano diventati i migliori alleati del suo silenzio. Badava a loro, per non affrontare ancora lo sguardo incupito di suo nonno, da quando gli aveva raccontato che la notte prima qualcosa era andato storto. E neppure in quel momento riusciva a proferire parola. D'altra parte come poteva rispondergli? Era ancora ferma a ricordare l'accaduto.

     Alcuni amici avevano esagerato intrufolandosi nello scantinato per terminare la nottata alcolica e avevano scelto la bottiglia sbagliata, un Amarone datato 1958, inconsapevoli che fosse il vino più prezioso della riserva di suo nonno. La storia dell'etichetta era più sentimentale del previsto, era stato un dono della moglie e avrebbero dovuto berlo assieme molti anni prima; lui però era rimasto vedovo in poche settimane e Synna gli aveva rubato per sempre anche quell'ultimo ricordo.

     Se solo non mi fosse caduta a terra!, continuò a tormentarsi, prendendosi la testa tra le mani. Era andata proprio così: nel tentativo di riprenderla, la bottiglia le era scivolata tra le dita ed era andata in frantumi. L'unica cosa che però aveva omesso di raccontare era quanto in quel momento fosse stato complice l'alcol che le scorreva nelle vene.

     Quando aveva rivelato al nonno ciò che era successo il dolore si era riflesso nei suoi occhi azzurri contornati di rughe e Synna ancora non si dava pace. Nell'istante in cui era caduta la bottiglia qualcosa si era spezzato, anche dentro di lei; era rimasta come stordita a osservare il danno, con la sensazione di avere appena compiuto un sacrilegio. L'ultimo ricordo che il nonno aveva di sua moglie... e lei si era sentita una nipote indegna! E poi c'era anche dell'altro.

     «Dovevi darmi ascolto e aprirla il giorno della tua laurea» insistette il nonno, per nulla intenzionato ad arrendersi.

     «No!» ribatté lei cocciuta, riprendendosi finalmente da quel silenzio opprimente. «Si sarebbe sprecata per una festa di laurea.»

     «Hai sempre detto che non ti sposerai, in quale altra occasione allora dovevamo berla assieme?» Più che un rimprovero, sembrò una nota dissonante.

     Synna cercò di capire cosa si nascondesse dietro i resti vuoti del vino e della sua melanconica sensazione di sconfitta: voleva dimenticare il passato e dissolvere il presente, come se da quella bottiglia fossero scaturiti all'improvviso tutti gli aromi amari della sua esistenza, soltanto che non bastava volere una cosa per farla accadere!

     Synna ne era consapevole, l'aveva deluso; nonostante l'affetto dei nonni era cresciuta senza avere dimenticato il trauma del passato. Stava ancora risalendo lentamente da quello che era stato il periodo più difficile, e insieme alla bottiglia ora era andata distrutta anche la poca stima che provava per se stessa. D'accordo, nel tempo era riuscita a farsi una vita, si dedicava con passione al mestiere di insegnante che aveva scelto per seguire i bambini di una scuola vicina al casolare, eppure qualcosa le era sempre mancato e poi una delusione sentimentale aveva fatto il resto.

     «Cosa può importamene di un matrimonio, quando sono una smidollata? Ho passato tutta la sera a ubriacarmi e ora ne ho abbastanza! Non sei anche tu stanco di me?» Stava ribollendo per la rabbia, ce l'aveva con se stessa e ora non poteva sopportare la vista del nonno e convivere con il senso di colpa! Si alzò all'improvviso e gettò le schegge di vetro contro il suo ulivo preferito.

     Lui riaprì gli occhi nello stesso momento e la fissò incredulo, chiedendosi se avesse perso il lume della ragione. La conosceva bene, sapeva che la bambina di un tempo a volte non riusciva a trattenere l'istinto, ma lo colpirono le lacrime che sgorgavano dagli occhi azzurri della nipote e la propria sensazione di impotenza di fronte alla scena. Anche da adulta Synna era capace di chiudersi in se stessa senza affrontare il dolore. Lo tratteneva, appartandosi dentro un silenzio devastante che un vecchio non sapeva come spezzare.

     Lei d'altro canto interpretava i pensieri di colui che l'aveva allevata come un padre e sentì tutto il peso del rimorso addosso. Così prese la sua decisione. Avrebbe cambiato vita, mai più una serata come l'ultima, passata a cercare di dimenticare!

     Tornò dentro il casolare e se ne andò a dormire, doveva riprendersi dallo stato deprimente in cui si trovava e, al risveglio, gliel'avrebbe rivelato. Sarebbe partita per tornare con un Amaronedel Cinquantotto.

     Era l'unica decisione che poteva consolarla, insieme al pensiero di partire all'avventura con la sua Cinquecento rosso fiammante, che era parcheggiata sotto il fienile. Gliel'aveva regalata proprio nonno Ayello l'anno prima, un dono per la laurea e per il suo venticinquesimo compleanno che erano caduti pressoché nello stesso periodo. Ora Synna avrebbe ricambiato la dedizione per lei con qualcosa di meglio di una nipote senza personalità. Dannazione, era una ragazza tutta d'un pezzo se solo dimostrava un po' del carattere rimasto sotto la cenere delle delusioni. Era giunto il momento di cambiare, ora o mai più!

 

     Quella sera mantenne la promessa e nulla riuscì a dissuaderla dal suo intento, neppure le suppliche del vecchio di non affliggersi tanto per una bottiglia di vino; testarda com'era, non gli aveva dato ascolto, si era trascritta il nome della casa vinicola che ancora si leggeva sui cocci della bottiglia, l'aveva cercata digitandola sul telefono ed era già in viaggio verso Firenze, da alcune ore.

     Era partita poco prima della mezzanotte e, nonostante la stanchezza, che si era scrollata di dosso con qualche caffè, il viaggio andò liscio e alle prime luci del giorno intravide i profili delle colline toscane, sentendosi baciata dalla dea bendata.

     Doveva raggiungere la frazione di San Teodoro, dove sorgeva la tenuta Degli Olivieri. Ne aveva ammirato le immagini sul sito web e, anche se le fotografie dovevano risalire a pochi anni prima, non v'era alcun dubbio che fosse la stessa villa raffigurata sull'antica etichetta della bottiglia; era trascorso mezzo secolo e la tenuta non sembrava affatto cambiata nel tempo.

     Continuò a guardare la strada davanti a sé, la cartina ancora aperta sul sedile, insieme a un foglio con gli appunti del viaggio; dovevano mancare pochi chilometri per arrivare e il suo umore migliorò, l'avventura le instillava nel corpo e nell'animo abbattuto adrenalina pura! L'aveva fatto per il nonno e immaginava già la scena del ritorno, quando gli avrebbe riportato a casa la preziosa bottiglia, insieme a una Synna diversa, più matura e coraggiosa.

     Mentre meditava sul passato, scorse in lontananza la villa della tenuta, che risaltava tra alberi secolari, una maestosa costruzione dall'intonaco giallo pallido con balconi verdi e una doppia fila di finestre. Più staccata, contornata da cipressi dinoccolati, osservò la dépendance di una tonalità più chiara, che emanava un'aria d'altri tempi. Sarebbe stata curiosa di entrare in quelle che dovevano essere le antiche scuderie.

     Appena la Cinquecento percorse il viale d'ingresso, rallentò e si guardò attorno, stupefatta. L'esterno era magnifico, attorniato da una rigogliosa vegetazione e da qualche statua a decoro dei giardini perfettamente curati. I colori dei prati viravano dal verde giada dell'erba alla nuance argentea degli ulivi e non si intravedeva una foglia secca a terra.

     Proseguì lungo il sentiero di ghiaia, distratta dal rumore dei sassolini che battevano contro le lamiere rosse roventi; nonostante avesse guidato tutta la notte, davanti a quella visione dimenticò la stanchezza. Posteggiò poco distante dall'ingresso principale e scese un po' incerta: ovunque voltasse lo sguardo restava incantata dallo splendore del posto, un gioiello architettonico in stile neoclassico che doveva avere sulle spalle almeno due secoli di storia.

     Il giardino si estendeva ampio e labirintico tanto da confonderla e, senza accorgersene, Synna entrò nel corridoio naturale di un'alta siepe di bosso, ritrovandosi nel retro della villa, o meglio in quelle che dovevano essere le lavanderie. C'erano delle lenzuola stese al sole e un intenso profumo di bucato da inebriarla, semplicemente attraente! La biancheria umida sugli stendini l'avrebbe rinfrescata così vi passò in mezzo, un po' per respirare l'aroma delicato e un po' per divertirsi a ricordare quel gioco che faceva da bambina.

     Non si accorse però che qualcuno la stava osservando.

 

     L'uomo dentro al gazebo fissò gli occhi sulla figuretta che si stagliava contro il candore dei panni e si innervosì. Guardò verso la cancellata in ferro battuto all'ingresso della villa e la vide aperta, e imprecò a denti stretti contro i domestici, che dovevano averla dimenticata spalancata per permettere al mezzo del veterinario di entrare. Si alzò dalla poltroncina con un gesto di stizza, giusto per osservare meglio l'ombra tra le lenzuola, e incrociò le braccia, arrogante. Pensò che fosse un visitatore inaspettato e poco gradito a quell'ora del mattino, proprio quando aveva un progetto importante da concludere.

     Nello stesso istante Synna uscì dal groviglio di panni divertita e non si accorse di nulla. Poi vide l'ombra scura e imperiosa che si nascondeva dietro le tende di un gazebo e, quando i tendaggi si aprirono per un improvviso colpo di vento, le apparve... in piedi a pochi metri di distanza, intento a osservarla con un'aria dispotica. Synna non aveva il coraggio di mantenere lo sguardo su di lui, spostò per un istante la vista sopra quello che sembrava un tavolo da lavoro e sollevò il nasino, contrariata: l'aveva scoperta a fare qualcosa per cui non aveva più l'età ma, in nome dell'orgoglio, finse indifferenza.

     Chiunque fosse, quell'uomo gelido la stava umiliando, così cercò di non lasciarsi intimidire e riportò gli occhi su di lui, altrettanto poco disposta. Lo inquadrò subito: capelli castani e occhi scuri, un volto con lineamenti particolari, seppure non una bellezza da copertina. Solo che appena misurò qualche passò per andarle incontro, le morirono le parole sulle labbra. Possedeva un corpo da statua greca, fasciato in un paio di jeans aderenti e una camicia azzurra che gli contornava le spalle perfette. Sensuale, decisamente era il termine più appropriato.

     «Cerca qualcuno?» Le parlò infastidito e poco incline alla conversazione, mantenendo ancora le braccia conserte in atteggiamento minaccioso. La considerò una turista di passaggio e la interrogò, cercando di capire perché fosse venuta fino lì.

     La ragazza però non rispondeva. Aveva capelli biondi e un paio di occhi azzurri coperti da lunghe ciglia che sbattevano nervosamente.

     Pensò che non comprendesse la lingua, così glielo chiese in inglese. «Look for someone?»

     Questa volta l'espressione sul bel visino cambiò, la sconosciuta si irrigidì e scosse la testa.

     «In realtà sto cercando qualcosa.» La voce di Synna oscillò, la vicinanza dell'uomo le provocava una reazione impacciata che la infastidì.

     «Allora non è straniera» commentò lui, arrogante. La stava punzecchiando per farle capire che si stava spazientendo.

     «Vengo dalla Puglia» dichiarò Synna.

     «Non ha altro da aggiungere? Con la timidezza non arriverà da nessuna parte, gliel'ha già detto qualcuno?»

     Lei alzò uno sguardo tagliente, a metà tra il fastidio e la rabbia: era uno strano modo per accogliere un'ospite. «Sì, un uomo in passato.» Dopo aver parlato, arrossì violentemente. Che cosa gli stava raccontando?

     «Non ne dubito, si vede che non ci sa fare con gli uomini. Se oltrepassa le proprietà private senza rendersene conto, deve essere un'ingenua.» Tornò sui suoi passi, si appoggiò contro lo schienale di un divanetto da giardino e incrociò le lunghe gambe, ostentando la sua prestanza.

     «Però i bambini a scuola mi adorano» si difese Synna, all'istante.

     Lo sguardo di lui si fece interessato. «Una maestra» commentò, con la sua voce profonda, «dolce e indulgente. Scommetto che porta i biscotti tra i banchi per farsi adorare.»

     Al pensiero che dopo l'estate avrebbe rivisto i suoi alunni, gli occhi azzurri brillarono, intensamente. «Qualche volta glieli porto, ma lo faccio perché mi inteneriscono. Lo sa quante situazioni difficili vivono alcuni bambini?» No, non poteva saperlo. Aveva davanti un perfetto viziato, anche se sembrava condurre il gioco piuttosto bene.

     Quello incrociò infatti le braccia dietro la testa, un po' spazientito. «Cosa sta cercando alla tenuta Degli Olivieri?» Qualcosa gli sfuggiva, la ragazza era più impacciata di una vergine alla prima uscita e si stropicciava le mani con gesti nervosi.

     Dall'altra parte Synna si sentiva sotto una lente d'ingrandimento, a causa dello sguardo altezzoso dello sconosciuto, e pensò di essere inguardabile. Aveva guidato tutta la notte per raggiungere la casa vinicola, i capelli biondi raccolti, le occhiaie sotto gli occhi... Prese un respiro e glielo confessò, un po' sfrontata. «Una bottiglia di Amarone del Cinquantotto.»

     A quelle parole le labbra di lui si strinsero e gli occhi la fissarono increduli: forse la ragazza non sapeva cosa gli stesse chiedendo.

     «Ha sbagliato cantina. Qui si produce il Brunello.»

     Synna sollevò uno sguardo colmo di rancore. «Non può essere, l'immagine sull'etichetta è quella della tenuta Degli Olivieri.»

     «Dovevi andare più a nord, è là che si produce l'Amarone.»

     «Sull'etichetta però...» protestò ancora Synna zittendosi però all'istante, appena vide l'altro irrigidirsi.

     «Esistono due tenute appartenenti alla stessa famiglia» cercò di spiegarle con arroganza. «È stata una scelta dei cantinieri quella di raffigurare questa dimora per il commercio delle bottiglie antiche di Amarone. A quel tempo San Teodoro Degli Olivieri era già una riconosciuta casa di produzione di prestigiosi vitigni, mentre la tenuta dell'Amarone una villa ancora da ristrutturare. Diciamo che sei entrata nella cantina sbagliata, ma se anche fosse quella giusta quel vino non lo otterrai mai!»

     L'espressione della sconosciuta cambiò. Gli occhi azzurri presero la tonalità dei lapislazzuli e divennero supplicanti e questo lo urtò. Se era convinta di ottenere qualcosa da lui, le avrebbe presto fatto capire che non aveva davanti uno sprovveduto. Chi credeva di essere? Era capitata alla tenuta così, all'improvviso, e pretendeva di essere esaudita. E poi doveva essere una sciocca visto che si era intrufolata a giocare dietro le lenzuola come una bambina.

     «No» ribatté convinto, «le bottiglie da collezione non le vendiamo. Sono richiuse nel caveau, nelle cantine.» Glielo fece capire con un tono rigido: quello era un desiderio irrealizzabile.

     «Arrivo dalla Puglia, è importante!» lo implorò, al punto che lui pensò volesse tirarlo per le maniche della camicia. Synna voleva comprare la bottiglia, a qualsiasi cifra.

     L'uomo osservò l'orario sul cronografo allacciato al polso e cambiò posizione, divenendo ancora più prestante: i jeans erano così stretti da far risaltare le forme maschili e l'aria altezzosa lo rendeva attraente. Sembrava più snob di quanto volesse apparire e in realtà cominciava a spazientirsi, aveva un lavoro da finire prima di mezzogiorno e stava perdendo tempo con una ragazza, neppure troppo graziosa. O forse lo sarebbe stata, dopo un bagno caldo. In quello stato c'era poco da apprezzare, capelli scarmigliati raccolti con un giro di ciocche, e aspetto trasandato. Cercò di condurla alla ragione perché il volto le si era impallidito, all'improvviso. «Lo sa quanto può valere un vino così pregiato?»

     «Mi scriva la cifra se non ha il coraggio di pronunciarla» Synna insistette, altrettanto decisa. «La banca mi farà credito.»

     «Be', se è così alla prossima lotteria natalizia del Rotary scelga il numero fortunato, le battiamo alle aste di beneficenza del club.» Il volto indurito, si alzò dal divanetto e le diede le spalle per andarsene. Cosa gliene importasse a una maestra di un vino tanto pregiato lo incuriosiva, ma voleva al contempo togliersela dai piedi.

     Lei lo guardò astiosa, mentre si allontanava. Si era appena seduto sotto al gazebo davanti al portatile e sembrava si fosse già dimenticato dell'intrusa.

     Per lunghi istanti Synna restò immobile, le vene le bruciavano per la rabbia e sentiva ancora sulle spalle il peso di una notte alla guida. L'approccio non era stato dei migliori, ma lei non poteva lasciare che tutto finisse così, era venuta per la bottiglia e doveva cercare di combattere almeno un po'! Si mise in disparte a considerare se valesse la pena arrendersi in nome dell'orgoglio; poco dopo arrivò una domestica in divisa, che raggiunse lo sconosciuto sotto il gazebo e gli parlò, poi entrambi la fissarono.

     «Vuole qualcosa da bere?» le chiese lui a distanza, alzando un po' il tono della voce. Si notava che lo faceva controvoglia e i suoi occhi scuri la mettevano a disagio.

     «No» replicò infastidita, anche se il caldo era insopportabile. Si sedette su un marmo del viale d'ingresso per accettare la sconfitta, poi se ne sarebbe andata.

     Come se non bastasse, l'uomo in quel momento lesse qualcosa sul portatile che lo innervosì e preso dalla rabbia gettò una penna dentro una fontana, poco distante. L'oggetto calò sul fondo e lui scattò in piedi all'improvviso, il corpo perfetto dentro i jeans scoloriti.

     Anche Synna voleva alzarsi, solo che era come immobilizzata dalla scena; pensò che fosse un collerico ed era meglio andarsene prima che la sbattesse fuori dalla sua proprietà.

     La voce maschile invece cambiò tono e si raddolcì. «Senti, forse ho bisogno di te.» Le si avvicinò e si chinò, abbassandosi sulle gambe. «Hai voglia di farti una vacanza in Toscana?»

     Synna si chiese se la stesse prendendo in giro. Sfidò i penetranti occhi scuri e lasciò che continuasse la sua proposta, immaginando che fosse qualcosa di indecente. Da un uomo simile poteva aspettarsi qualsiasi licenziosità, avrebbe altrimenti indossato qualcosa di meno imbarazzante di quegli sfrontati jeans che avevano il potere di farla arrossire.

     In quel momento aveva lo sguardo alla stessa altezza della linea arcuata delle sue gambe e dovette distoglierlo per concentrarsi sulla conversazione. Anche perché non le sembrava affatto che stesse per offrirle un'opportunità scandalosa, la guardava piuttosto disinteressato.

     «Devo consegnare un progetto di architettura entro mezzogiorno e sto cercando una baby sitter, da domani pomeriggio e per quel che resta dell'estate.»

     Il sangue le defluì dal volto. E così aveva davanti un architetto, non proprio un viziato. Lui non fece caso al suo stupore e proseguì.

     «Lo sai cosa sto per proporti?»

     No, non lo poteva immaginare. Almeno sperava che non fosse quello. Non avrebbe resistito in quella tenuta colma di arroganza.

     «Arriveranno i miei nipoti da Milano, si fermeranno qui per qualche settimana e non ho tempo da dedicare alle candidate delle agenzie.»

     «Aspetti un attimo, io non posso aiutarla.» Correva un po' troppo, si era comportato in modo dispotico fino a quel momento e adesso voleva convincerla di essere diverso.

     «Hai detto che sei una maestra, non è così?» Era passato infatti a un tono confidenziale e questo glielo rendeva ancora più detestabile.

     «Cosa dovrei fare, valutare le candidate al posto suo?» Anche il tono di Synna era tutt'altro che accomodante. Inforcò gli occhiali da sole abbassandoli sul naso e lo fissò accigliata. Voleva che guardasse il blu intenso dei suoi occhi. Glielo dicevano fin da bambina: quando era decisa su qualcosa, il colore delle iridi diventava più scuro e nessuno osava più contraddirla. Provò infatti lo stesso impulso di gettare qualcosa nella fontanella, per sfogare la rabbia, soltanto che la ragione questa volta prevalse: aveva giurato a se stessa di maturare e questo era un momento propizio per iniziare.

     «Si vede che ci sai fare con i ragazzi indisciplinati. Saresti l'ideale come baby sitter.» In realtà l'avrebbe proposto a chiunque in quel momento, doveva consegnare il progetto e sistemare la questione della candidata entro pochi minuti.

     Synna lo fermò, non l'avrebbe convinta così in fretta, almeno non dopo averla trattata in modo tanto sconveniente. «A settembre riprende la scuola e tra poche settimane devo preparare le materie, non posso permettermi una vacanza.»

     «A quel tempo loro saranno già in collegio» tentò disinvolto, sapendo che sarebbe riuscito a convincerla. La ragazza era timida e insicura, anche se non gli risparmiava commenti pungenti.

     «Se i nipoti le assomigliano, vorrei non doverli neppure conoscere.» Le mani sudavano freddo per il nervoso, se le stropicciò sui jeans bianchi e lo sfidò apertamente.

     Lui però non raccolse la provocazione, era astuto e Synna se ne accorse nell'istante successivo.

     «Resterai qui a lavorare durante l'estate, così tornerai in Puglia con l'Amarone del Cinquantotto.» Glielo disse con supponenza, come se fosse costretta a ubbidirgli. Le aveva teso una trappola attraente, l'oggetto del desiderio in cambio della sottomissione alle sue regole.

     Synna prese un respiro e trattenne l'istinto di offenderlo. «Dovrei farle da schiava, senza una retribuzione. Non è disonesto trattare così qualcuno che vuole comprare una bottiglia, pagandola fino all'ultimo centesimo?»

     Il volto dell'uomo si indurì, la linea sensuale delle labbra divenne una piega rigida e il suo carattere si scaldò, come un principio di incendio. Passò le dita tra i capelli con un gesto nervoso e si erse nella sua altezza. «Se pensi questo, puoi anche andartene. Prima però ti scrivo il valore di quell'Amaroneda collezione, così capirai se sono uno schiavista o se sto compiendo un'azione caritatevole!» la provocò, dall'alto della sua posizione privilegiata. Prese dalla tasca dei jeans un biglietto degli appunti e una penna stilografica d'argento che scintillò sotto i raggi del sole mentre Synna gli si avvicinava, attratta dal luminoso riflesso sopra il foglio e dalle dita affusolate dell'uomo che muovevano lentamente la stilo, con gesti raffinati. «Prima di scendere a conclusioni affrettate, leggi bene questa cifra.»

     Le passò il biglietto e nello stesso istante la bocca di Synna si schiuse, per lo stupore.

     «Non potresti permettertela con il tuo mestiere» concluse, inorgoglito.

     A Synna non restò che fissare la serie di numeri ammutolita e stropicciò nervosa le mani sui pantaloni, meditando sul da farsi.

     Lui la vide pensierosa, così la tolse dall'imbarazzo della scelta. «Sarebbe come una vacanza» tentò di convincerla, «ci sono diverse proposte per trasformare la villa in un bed and breakfast.»

     Non aveva tutti i torti, pensò lei guardandosi attorno un po' incerta: c'erano una piscina hollywoodiana, un prato per i Garden Party e l'atmosfera in stile country. Era scettica, tutt'altro che convinta e, quando si trovava in difficoltà, lisciava i capelli tra le dita e abbassava la testa con fare pensieroso. Si guardò le scarpe, delle comode zeppe in paglia, con seta indiana e nastri di raso. «Dovrei cercarmi un albergo qui vicino e non riuscirei a sostenere le spese» disse infine, per non ammettere la sconfitta.

     «Qui dentro ci sono più stanze che ospiti» azzardò lui, obbligandola a sollevare lo sguardo. Era un dettaglio ancora più allettante e lui aveva abbassato il livello di arroganza, per persuaderla. «Il fine settimana me ne vado qualche giorno, la mia ragazza ha una villa sul mare all'Argentario. Puoi invitare il tuo fidanzato, così non sentirai la lontananza da casa.»

     «No!» ribatté lei di scatto, scuotendo la testa. Notando la sua espressione un po' attonita, moderò i toni. Si era accorta che al riflesso del sole gli occhi di lui avevano una sfumatura più chiara, un intenso colore terra bruciata che aveva visto per la prima volta così da vicino. Anche i lineamenti sembravano più attraenti, visti da quella posizione. «Intendo che non è questo il problema» proseguì, costretta a raccontargli un po' della sua vita. «Non ho legami importanti, in Puglia vivo con mio nonno.»

     A lui parve che fosse un po' fuori dalla realtà, non le chiese perché così giovane assistesse un anziano, la prima cosa cinica che gli venne in mente fu che lo faceva per guadagnare i soldi della pensione. «Se non c'è un uomo è tutto più semplice. Gli uomini complicano le faccende, se sono gelosi.»

     «Aspetta un attimo» lo fermò lei, che era di tutt'altra opinione. «Di solito sono le donne gelose.»

     «D'accordo, ma qui non ci sono uomini o donne in preda alla gelosia, quindi possiamo anche brindare al nostro patto. Affare fatto?» Aveva un unico desiderio: rimettersi subito al portatile e dimenticare tutto il resto.

     Synna non gli rispose e lui sbuffò, al culmine dell'impazienza.

     «Te lo chiedo per l'ultima volta. Stai cercando una bottiglia da collezione e io devo trovare una baby sitter, entro domani.»

     «Voglio prima conoscere i ragazzi» disse lei, prendendosi una piccola rivincita. Non gli avrebbe regalato la vittoria così facilmente.

     «Significa che accetterai» dedusse, sollevato.

     «Non è detto che alla fine accetterò» precisò lei, «ti lascio però terminare il tuo progetto.»

     Lui accennò un freddo sorriso. «La domestica che hai visto prima si chiama Dora, è andata in casa, puoi dirle che sei nostra ospite.» Stava per tornare al portatile, poi scosse la testa come se avesse scordato qualcosa di importante. «Dimenticavo, sono Tomaso Degli Olivieri.» Le allungò una mano, una stretta morbida e vellutata che la fece sussultare; gliela strinse senza premere troppo, la ragazza gli sembrava già abbastanza delicata, come se un soffio di vento potesse farla cadere.

     Synna la ritrasse in un istante, le dita chiuse sopra le sue provocavano un'intensa sensazione di calore che non gradiva affatto. «Non sapevo che fossi il proprietario della casa vinicola.» Glielo confessò un po' dispiaciuta, se l'era presa con lui all'inizio e a dire il vero non sapeva neppure chi fosse.

     «La discendenza Degli Olivieri è numerosa, siamo diversi cugini.» Non voleva ammettere di essere l'unico erede designato delle cantine, si sarebbe altrimenti gettata ai suoi piedi pur di ottenere la bottiglia. Si fermò qualche istante, guardandosi attorno. «Anche se sì, ho qualche legame con la famiglia.» Sorrise, un po' meno rigido, e la congedò in fretta, era chiaro che volesse togliersela dai piedi.

     Lei non si mosse subito, restò lì ferma immobile a guardarsi le dita che sembravano come infuocate. Aveva soltanto stretto la mano a un architetto affascinante, pensò tra sé, perché doveva sentirsi incendiare dal tocco delle sue dita? Se ne andò senza salutarlo, percorrendo il viale che conduceva all'ingresso con la sensazione di trovarsi in un inganno. Si fermò qualche passo dopo, appena sotto il sontuoso portone, ammirando il verde smeraldo dei giardini e una fontana d'acqua zampillante dove si sarebbe gettata per rinfrescarsi. Suonò il campanello e rimase ad aspettare un po' impacciata, quando la portafinestra si aprì e apparve una donna di media età dal volto austero, che indietreggiò per lasciarla entrare.

     Cosa dovesse dirle, Synna se lo dimenticò nell'istante in cui mise piede dentro la dimora. La colpì l'eleganza dell'atrio, con divani bianchi e vecchie librerie in contrasto con un arredamento luxury country, tende con fiocchi dai colori tenui, stampe di lavanda fiorita e a terra un pavimento di legno naturale. Molti dettagli della scenografia stonavano con il carattere rigido dell'uomo a guardia della villa; doveva essere stato il gusto del designer a realizzare una simile perfezione, concluse tra sé, colpita dalla visione. Non vi era infatti un oggetto che non fosse correttamente posizionato sulla mensola e sul camino di pietra, studiato nell'insieme per ottenere un effetto da rivista di arredamento.

     Prese il coraggio e sussurrò le prime parole che le vennero in mente, il suo nome. «Mi chiamo Synna Ayello» si presentò alla domestica, allungando timidamente la mano.

     La donna accolse la stretta senza guardarla negli occhi. Indossava un abito blu dai polsini bianchi con colletto ricamato, i capelli raccolti in un nodo serico dietro la nuca, nessun monile.

     «Resterò ospite fino a domani, per un impegno di lavoro» continuò lei, per conversare.

     Il viso della cameriera assunse un'aria infastidita, come se non le credesse affatto. La stava infatti osservando incuriosita, prima i capelli scompigliati, poi il resto. «Mi segua» disse.

     All'inizio i suoi modi freddi e ostili contrastavano con la temperatura rovente che si respirava fuori e Synna avrebbe preferito ritrovarsi nel calore intenso del giardino, piuttosto che dover parlare alla gelida domestica, che la condusse fino a una scalinata di servizio, nel retro della casa. Lì, lo stile delle stanze era meno pomposo, e Synna si chiese se fossero gli ambienti destinati ai domestici. Quel pensiero le suscitò una rabbia sorda... Non aveva chiesto lei di restare a servizio dei piccoli rampolli della villa e poi doveva ancora decidere se fare la baby sitter a quei nipoti viziati.

     Smise però di infastidirsi appena la donna aprì la porta e la fece entrare in una stanza dalle ampie dimensioni: le tende leggermente aperte incorniciavano la vista magnifica sul retro, da dove si potevano ammirare il giardino colore giada che arrivava fino alle scuderie, un campo da tennis e la macchia azzurra della piscina hollywoodiana. Se solo avesse avuto un costume, pensò avvicinandosi alla finestra, si sarebbe immersa nell'acqua fresca e brillante che rifletteva i raggi del sole!

     «Ha una valigia con sé?» azzardò la donna, pur notando che non aveva bagagli tra le mani. Era ancora dietro di lei e non smetteva di studiarla con distacco. E poi aveva addosso un disgustoso profumo alle violette che Synna mal sopportava.

     «Non ho portato nulla» disse, sforzandosi di essere gentile. «Quando sono partita dalla Puglia, non avevo previsto che sarei rimasta ospite alla tenuta.»

     «Può andare a comprarsi qualcosa in centro, non abbiamo abiti femminili da prestarle.»

     «Acquisterò qualche capo, magari anche un costume» aggiunse entusiasta, ma il sorriso le si spense sulle labbra appena ricordò che nei mesi estivi il conto in banca era fermo, non poteva permettersi di spendere cifre folli.

     «Può chiedere il permesso al conte di usare la piscina.»

     Il volto di Synna impallidì. Chi era il conte? «Non ho conosciuto il proprietario dei vigneti» precisò lei senza capire, «ho parlato soltanto con un architetto, imparentato agli Olivieri.»

     «Ha conosciuto Tomaso Degli Olivieri, che è il proprietario, avendo rinunciato suo padre alle tenute e al privilegio del titolo» la corresse, con una punta di sarcasmo. Possibile che non avesse capito che era il padrone di casa?

     «Temo di aver frainteso» spiegò lei, considerando quanto fosse stata ingenua a non accorgersene.

     «Da quando ha scelto di dedicarsi alla sua passione per l'architettura negli ultimi tempi, della tenuta se ne occupa soprattutto il fratello, sebbene lo affianchi ancora nella conduzione degli affari.»

     A Synna vennero i sudori freddi. Un conte. Già era arrogante, perché doveva possedere anche un titolo nobiliare?

     Si avvicinò al letto, mentre la domestica la lasciò sola a perlustrare la stanza, le pareti come quelle delle costruzioni antiche, il soffitto alto e gli spazi ampi, da perdercisi dentro. Attratta dal lucido mobilio, aprì poi l'armadio di legno invecchiato, al cui interno i ripiani erano vuoti. Avrebbe voluto avere con sé la valigia per un cambio di vestiti; era partita con indumenti comodi e decisamente poco raffinati, così tolse l'orologio di plastica colorata che aveva al polso e i bracciali di caucciù con le iniziali. L'ambiente era snob, quasi aristocratico, i dettagli erano importanti e, se non poteva permettersi un cronografo come quello del proprietario, considerò che fosse meglio restare senza nulla. A parte un vestito per coprirsi. O a parte un vestito per spogliarsi davanti a quell'uomo affascinante, le suggerì il suo lato femminile, facendola arrossire.

     Si guardò alla specchiera del guardaroba, il viso segnato dalle occhiaie, i capelli scarmigliati... era decisamente poco attraente e ancor meno profumata. Era venuto il momento di concedersi un bagno, poi sarebbe uscita per acquistare degli abiti e la biancheria di ricambio; i vestiti del viaggio erano sporchi e stropicciati. Non aveva previsto una notte fuori casa, pensava di ritornare subito in Puglia, con la preziosa bottiglia custodita nel baule della Cinquecento.

     Si era pentita di non essersi fermata qualche ora a riposare, durante il viaggio; c'erano degli ulivi così maestosi sulla strada verso le campagne fiorentine che sarebbe stato avventuroso addormentarsi sotto le chiome argentee al sorgere del sole, ma la fretta di arrivare alla tenuta Degli Olivieri le aveva fatto dimenticare la stanchezza. Tutto sommato era stata una pazzia, e ora stava considerando se avesse senso un'avventura simile per una bottiglia.

     Dannazione, se c'era senso nell'affetto per suo nonno!, le disse una vocina. Ricordava ancora le lacrime ferme sugli occhi dell'anziano, quando aveva visto i cocci della bottiglia, e avrebbe fatto qualsiasi cosa per renderlo felice.

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