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Mia per sempre

di MARIA VENTURI

Un villaggio di pescatori nel sud-ovest dell'Irlanda. Dopo vent'anni gli abitanti del paese non hanno dimenticato il "peccato" d'amore di Mary con uno straniero, da cui è nata Mia. Non ha dimenticato neppure Sean, che per cecità e orgoglio decise di non sposare Mary, e ora è legato a una donna che non ama, Lillibeth da sempre gelosa e incapace di superare il passato del compagno. Mary e Mia sono per quella gente l'inquieta personificazione della ribellione, della libertà, di una vita che risponde al proprio cuore e ai propri sentimenti su tutto. E i conflitti esplodono di nuovo, ancora più accesi di un tempo, quando Johnny, il figlio di Lillibeth e Sean, s'innamora di Mia...

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lettura da 21 minuti

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Dormi dormi amore piccino / sogna l'albatro e sogna il delfino / sogna la mamma e sogna il budino... Ogni sera Betsey metteva a letto la nipotina e inventava per lei rime e filastrocche.
    Quella era la preferita di Mia perché ogni volta la nonna cambiava o aggiungeva un sogno, e spesso qualcuno era così buffo che lei non riusciva ad addormentarsi per il gran ridere.
    «Perché non facciamo mai il sogno del papà?» una sera Mia chiese. Aveva da poco compiuto tre anni e si era accorta proprio in quel momento di essere l'unica bambina senza padre.
    Betsey si alzò di scatto. «Adesso dormi, si è fatto tardi.»
    «Il mio papà dov'è?»
    «Lontano.»
    «E non viene mai?»
    «No, mai. Forse è volato in cielo.»
    «Come i delfini?»
    «I delfini non volano. Adesso dormi, Mia.»
    Aveva quattro anni quando sentì per la prima volta la parola bastarda. A chiamarla così era stata Donna, una sua piccola compagna d'asilo, arrabbiata con lei perché non aveva voluto prestarle la matita gialla per disegnare il sole. Qualche sera dopo, durante la cena, a Mia ritornò in mente quello strano termine e tra un cucchiaio di minestra e l'altro chiese: «Che cosa vuol dire bastarda?».
    Prima ancora che i nonni o la mamma le rispondessero, intuì da come la guardarono e dalla faccia che fecero che si trattava di una brutta parola.
    Per un bel pezzo nessuno gliela disse più, perché Betsey il mattino successivo l'accompagnò all'asilo per parlare con la maestra. Donna fu castigata con dieci bacchettate sulle mani, due ore nell'angolino e una settimana senza ricreazione all'aperto.
    Il desiderio di ottenere l'approvazione della maestra, ma soprattutto la paura di subire gli identici castighi, spinsero tutti gli altri bambini ad essere particolarmente gentili con Mia. Facevano a gara per mettersi vicino a lei, chi le regalava una matita e chi un pezzo di torta, e non appena si dirigeva verso l'altalena, il bambino che era seduto sul seggiolino immediatamente si alzava per cederle il posto. Non faceva in tempo a chiedere una cosa che l'aveva già in mano.
    Sulle prime tutte queste premure la riempirono di felicità. Ma ben presto subentrò una strana e insopportabile sensazione di disagio che rivisse, e riuscì a spiegarsi, soltanto attorno agli undici anni, dopo aver saputo da nonna Betsey la circostanziata storia della sua famiglia e della sua nascita. La innaturale gentilezza dei bambini dell'asilo era identica a quella degli abitanti di Clearcove: ai loro occhi lei era come Annie la storpia, Rose l'ubriacona o la-povera-Ethel-senza-figli: Mia la bastarda, una disgraziata da trattare con compassionevoli sorrisi e doverosa generosità.
    L'insopportabile disagio che aveva provato da bambina, adesso lo capiva, era orgoglio ferito e vergogna. A dodici anni la sua bellezza esplose come un tempo quella di Mary, e Betsey per la seconda volta ebbe la premonizione angosciosa di un destino non facile per sua nipote. Mia sembrava aver ripreso le identiche qualità esagerate di sua madre, ma con l'aggiunta di una spericolatezza che accresceva le preoccupazioni di Betsey.
    Sua nipote reagiva alla propria "diversità" sfidando, provocando e osando l'inosabile: e poiché riteneva di non aver nulla da perdere, lo faceva con una certezza di impunità che la rendeva sempre più proterva e sempre più audace.
    Una sera chiese a bruciapelo alla nonna: «Perché la mamma non si ripiglia Sean Ryan?».
    «Perché Sean Ryan è sposato e ha un figlio» Betsey rispose asciutta.
    Mia le rivolse un sorriso malizioso. «Però è ancora innamorato della mamma.»
    «Come ti viene in mente? Che razza di sciocchezze stai dicendo?»
    «È la verità. Quando andiamo a messa, Sean Ryan non fa che guardarla e l'altra sera era nascosto dietro al capanno del nonno per spiarla. Ma qualche volta l'ho visto anche sotto il pontile.»
    Betsey balzò sulla nipote e l'afferrò per le spalle. «Io non so se quello che dici è vero, ma se ti azzardi a dirlo a tua madre o a chiunque altro dovrai fare i conti con me.»
    «L'ho detto a Johnny, nonna.»
    «A... A Johnny? E quando?» La voce dell'anziana donna era inorridita.
    «Stamattina, quando aspettava la macchina del signor Hope per andare alla scuola di Baltimore. Io sono entrata al bazar perché dovevo comprare un quaderno e all'uscita ci siamo fermati a parlare. E così che gliel'ho detto.»
    «Mia, quello che hai fatto è perfido!»
    «Io odio sua madre e tutte le arie che si dà. Quando la incontro mi guarda dall'alto in basso e nemmeno mi saluta. È colpa sua se la mamma non ha sposato Sean Ryan.»
    «Tu non puoi sapere. In ogni caso il destino ha voluto così e il povero Johnny non c'entra niente.»
    «Mi ha sempre trattato dall'alto in basso anche lui. Così adesso impara. Imparano tutti» Mia ribatté a denti stretti.
    «Per l'amor di Dio, è una storia morta e sepolta!»
    «Io e Johnny siamo vivi» la ragazza le rivolse un sorriso enigmatico e innocente.
    «Gira alla larga da Johnny Ryan, ti supplico!» Betsey disse con voce improvvisamente spaventata.
    «È lui che ha cominciato a salutarmi e a fermarmi quando mi vede passare.»
    «Tu tira dritto. È un ordine, intesi?»
    «Va bene, nonna» Mia sbuffò. Alla fine la nonna l'aveva sempre vinta!

    Mia aveva quindici anni e mezzo quando Betsey morì, e mentre la bara veniva calata nella fossa le sembrò che le si spezzasse il cuore.
    Benché fosse molto legata alla madre e al nonno, l'amore che aveva provato per lei era stato assolutamente speciale. Nonna Betsey le aveva insegnato a camminare, a parlare, a guardarsi intorno, a conoscere i colori dei fiori, a distinguere le piante e gli uccelli, ad ascoltare la voce ora tumultuosa ora dolcissima del mare. Nei giorni che seguirono Mia compì lunghe e disperate passeggiate: senza la nonna, l'universo sembrava essere sprofondato in un silenzioso grigiore. Non c'erano più né voci, né colori, né suoni, né magie.
    Una mattina, recandosi a Baltimore per acquistare quattro reti nuove, Sean Ryan la scorse dall'alto di una curva mentre entrava al cimitero. L'uomo sterzò verso il ciglio della strada e fermò l'automobile, colpito dal passo lento e quasi barcollante della ragazzina.
    La vide raggiungere la tomba di sua nonna, sedersi sull'orlo della lapide e raggomitolarsi su se stessa, le tempie tra le mani e i gomiti puntati sulle ginocchia. Quattro ore dopo, ritornando da Baltimore, Sean si accorse che Mia era ancora al cimitero, raggomitolata nell'identica immobilità innaturale. La stessa cosa avvenne nei giorni successivi. Sean, che seguendo un oscuro impulso era tornato sullo stesso posto per controllare, dopo una settimana realizzò inorridito che Mia era ormai fuori di testa. E invece di andare a scuola trascorreva le sue giornate al cimitero.
    Senza pensarci due volte, avviò il motore e puntò a tutta velocità verso la casa della ex fidanzata. Sceso dalla macchina, cominciò a chiamare Mary a gran voce. Non udendo risposta, cominciò a tempestare la porta di pugni. «Vieni fuori subito, lo so che ci sei!»
    Finalmente la porta si socchiuse: uno spiraglio dal quale emerse, come incorniciato, il volto cupo di Mary.
    «Vattene via, Sean Ryan» ringhiò.
    «Devo parlarti.» Fece per aprire, ma lei aveva puntato un ginocchio contro l'uscio e per tutta risposta cercò di richiuderlo.
    Sean lo spalancò con uno spintone trascinò fuori la donna afferrandola per una spalla. «E di tua figlia che voglio parlarti. Dove hai il cervello e gli occhi? Non lo sai che è in pericolo?»
    Mary smise di divincolarsi e lo fissò con una espressione di tale angoscia che per un istante, solo per un istante, provò pena per lei.
    «Che cosa è successo? Dov'è Mia?» ansimò.
    «Al cimitero. È lì che trascorre le sue giornate. Tua figlia diventerà pazza di dolore se non farai subito qualcosa.»
    Mary sulle prime non afferrò il senso di ciò che lui stava dicendo, poi capì che non era successa alcuna disgrazia. Emise un sospiro di sollievo tanto profondo da svuotarle i polmoni e afflosciarle le spalle. A Sean parve di vedere una marionetta che, improvvisamente privata del sostegno del filo, si ripiega su se stessa e crolla tornando ad essere una cosa inanimata. Istintivamente tese una mano per sostenerla.
    Quel contatto ebbe l'effetto di una scossa elettrica. Mary si eresse su se stessa e fece un balzo indietro. «Come osi venire qui e farmi morire di spavento? Non impicciarti di mia figlia!» gridò, la voce vibrante di collera, gli occhi che dardeggiavano come un tempo quelli di suo padre Torton.
    Sean scosse la testa, per nulla spaventato. «E allora fallo tu. Sarebbe ora che cominciassi a occuparti di Mia, adesso che tua madre non c'è più.»
    «Sparisci!»
    «Se non ci fosse stata la nonna, tua figlia sarebbe cresciuta rinchiusa in questa casa come un animale selvatico. Chi l'ha accompagnata all'asilo, l'ha iscritta a scuola, l'ha portata in parrocchia e a messa, l'ha difesa come una leonessa e ha impedito alla gente di considerarla una bastarda? Non certamente tu! Tu eri troppo orgogliosa e vigliacca per affrontare a testa alta le conseguenze della tua pazzia e accettare di essere giudicata. E arrivata l'ora di prenderti le tue responsabilità, Mary O'Sullivan.»
    «È questo che pensi di me?» Il viso di lei era diventato color porpora. ·
    «Sissignora, è esattamente questo.»
    «Gesù...» Lo stupore era pari all'amarezza. «Tanto perché tu lo sappia, mentre mia madre si occupava di mia figlia io pensavo al suo futuro. Sai quanti soldi ho risparmiato per lei? Abbastanza da mandarla a prendere il diploma a Baltimore. E sai come li ho guadagnati?» La voce si alzò di un tono. «Cardando la lana dei Bloom, salando e infilzando il pesce pescato da mio padre, stringendo e aggiustando i vestiti per il negozio della vedova Garner, preparando marmellate e dolci per i padroni del bazar. Forse non ho testa e occhi, ma le mani sì...»
    Mary le agitò drammaticamente sotto gli occhi di Sean. «Guardale! Sono deformate e gonfie. E qualche sera le dita mi fanno tanto male che devo fasciarle. E con queste mani che io ho difeso mia figlia da un destino di bastarda mentre mia madre, pace all'anima sua, le riempiva la testa di favole o andava ad attaccar briga con la maestra!» Urlava, adesso.
    Sean distolse lo sguardo da quella insopportabile visione. «Accidenti a te, Mary. Non posso provare compassione perché la vita te la sei rovinata da sola, e hai rovinato anche la mia. E giusto che ora paghi il prezzo, ma tua figlia no. Lei non c'entra.»
    Mary gli lanciò un'occhiata piena di sarcasmo. «Mia andava ancora all'asilo quando l'hanno chiamata bastarda. Non ha mai avuto un'amica, mai un invito per giocare o fare i compiti, mai un segno di affetto sincero. Come puoi dire che non c'entra? Voglio che si diplomi e trovi un buon lavoro, è il solo modo che ho per farla diventare una donna libera.»
    «E al presente non pensi? Mancano molti anni a quel giorno, e intanto è una ragazzina disperata.»
    «Anche io e mio padre siamo disperati, Sean Ryan. E non avevo bisogno di te per sapere che Mia passa le giornate al cimitero. Non posso impedirle di soffrire. Il dolore deve fare il suo corso, e intanto lei ha il diritto di sfogarlo dove vuole.»
    L'uomo sospirò. «Ti sembra normale che lo faccia standosene seduta per ore intere su una lapide?»
    «Soffrirebbe anche seduta su una sedia di casa o davanti al mare. Al momento giusto sua nonna le dirà di ritornare a casa e le spiegherà che cosa deve fare.»
    L'uomo sbarrò gli occhi. «Ma Betsey è morta! Come fa a parlare?»
    «Se Mia se ne sta seduta per ore vicino a lei è perché sente la sua voce. I morti smettono di parlare soltanto quando non si ha più niente da chiedergli e da ascoltare» Mary spiegò con voce quasi paziente.
    Sean restò a guardarla incapace di rispondere, combattuto tra soggezione e animosità. Era rimasta la stessa
    Mary che tanti anni prima, ragazzina, lo rimbambiva con le sue fantasie, le sue provocazioni e le sue chiacchiere.
    Persino i grandi occhi di velluto, nonostante fossero ormai circondati da una sottile trama di rughe, avevano conservato l'identica luce di irridente superiorità.
    Accidenti a te Mary O'Sullivan, Sean ripeté silenziosamente. Aveva trascorso metà della sua vita amandola pazzamente e l'altra metà odiandola con la stessa violenza. Niente e nessuno al mondo, neppure suo figlio Johnny, era riuscito a suscitargli sentimenti tanto forti. E più il tempo passava, meno riusciva a distinguere i confini tra odio e amore. Era in sua balia. Persino quando non pensava a Mary se la sentiva nel sangue e nella testa.
    «Tornatene da tua moglie e da tuo figlio» lei disse a un tratto. Aveva abbassato gli occhi e la sua voce era triste e sottile.
    Sean la guardò torvo. «Hai rovinato anche la mia vita!» ripeté.
    «Peggio di così non posso scontarlo.»
    Sean le girò le spalle e corse via in silenzio. Aggiungere all'odio e all'amore anche la compassione gli avrebbe spezzato il cuore.

    Come sua madre aveva previsto, a un certo punto Mia cessò spontaneamente di recarsi al cimitero e a mano a mano che la disperazione si ritraeva, subentrava la rassegnazione. Le accorsero tre mesi per comprendere che nonna Betsey era morta e lei doveva smettere di guardarsi intorno sperando di vederla ricomparire da un momento all'altro. La sola cosa che non l'avrebbe abbandonata mai era il suo ricordo: la sua voce, le sue carezze, le sue sgridate, i suoi sorrisi sarebbero vissuti per sempre nel suo cuore. Non si può morire davvero, una sera Mia pensò guardandosi allo specchio, se si lasciano dei figli e dei nipoti. La mamma ha lo stesso corpo e gli stessi occhi della nonna, io ho ripreso i suoi capelli rossi e la forma delle sue mani. Nelle nostre vene circola il suo stesso sangue, e qualcosa di lei passerà anche ai miei figli...
    Fu sotto la spinta di queste eccitate riflessioni che per la prima volta Mia rifletté sul suo sconosciuto padre. Chi era? Che cosa aveva preso, da lui? Sapeva di aver avuto una figlia? Per un paio di giorni girò attorno alla madre senza avere il coraggio di affrontare l'argomento: istintivamente sentiva che le avrebbe arrecato un grande dolore, e le mancava il cuore per farlo.
    Fu Mary a risolvere il problema per lei. Mia l'aveva seguita fino al capanno e da un'ora se ne stava in piedi a guardare la madre mentre, con gesti sbrigativi e sapienti, svuotava le aringhe e le appiattiva nel sale. «Non posso aiutarti?» chiese per l'ennesima volta.
    «Non è un mestiere per te e faccio prima da sola» Mary ripeté. Ma, stavolta, sollevò la testa verso la figlia.
    «Si può sapere che cos'hai? Sembri un'anima in pena.»
    «Non importa...»
    «Mia, fuori il rospo. E successo qualcosa a scuola? C'è un problema che devo conoscere?»
    Mia deglutì. «Vorrei sapere di mio padre, mamma.» La paventata reazione non arrivò.
    Mary, dopo qualche istante di silenzio, annuì con la testa. «Che cosa vuoi sapere, esattamente?»
    «Tutto. Chi era, come l'hai conosciuto, perché non ti sei sposata con lui.» Il sollievo aveva reso la ragazza loquace.
    «Credevo che te ne avesse parlato la nonna.»
    «Sì. Ma voglio saperlo anche da te.»
    Mary si passò le mani sul grembiule, per asciugarle, e le indicò lo sgabello di fronte. «Non startene lì impalata, mi innervosisci. Tuo padre si chiamava Paul. Era francese e...»
    «Questo lo so.»
    «Non interrompermi! Arrivò qui un anno prima che tu nascessi. Era diretto a Ballydehob e aveva perso la strada. Quando lo vidi la prima volta, stava consultando una cartina allargata sul cofano della sua macchina. Io ero in bicicletta e stavo tornando dal bazar. Mi fece cenno di fermarmi e mi chiese dove si trovava e che direzione doveva prendere per arrivare a Ballydehob.»
    «Era bello?»
    «Che razza di domanda è?»
    «Mi interessa saperlo.»
    «Era alto, magro e coi capelli chiari. Sì, era un bel ragazzo, però sul momento notai soltanto che aveva i jeans sporchi e la camicia infilata in qualche modo. Insomma, non mi fece una bella impressione e tagliai corto dicendo che doveva tornare indietro perché era proprio fuori strada.»
    «E lui?»
    «Lui disse che viaggiava da undici ore ed era stanco morto. Mi chiese se nei paraggi c'era un albergo in cui fermarsi e gli risposi che a Clearcove non esistevano alberghi né ristoranti. Lo salutai e risalii in sella, ma fatte poche pedalate mi venne in mente la vedova Dunne che d'estate affittava una stanza. Fino a dieci anni fa era l'unica a farlo, poi ha cominciato ad arrivare qualche turista e allora l'esempio della...»
    «Vai avanti col racconto, mamma» Mia la interruppe spazientita. «Dopo esserti ricordata della vedova Dunne che cosa hai fatto?»
    «Sono tornata indietro a dirglielo. Lui mi è sembrato tutto contento e mi ha domandato se da quella signora si poteva anche mangiare. Io gli ho detto di no, aggiungendo che però a Clearcove c'era un bazar dove vendevano anche gli alimentari. A questo punto lui ha fatto una specie di smorfia, come a significare "in che razza di posto sono capitato". Io l'ho squadrato dall'alto in basso e gli ho detto con freddezza che nessuno lo obbligava a restarci; e in ogni modo tanto peggio per lui se gli piacevano i posti pieni di chiasso e di macchine anziché apprezzare un posto bellissimo come Clearcove. Nella foga, ho descritto il panorama che si vede dal promontorio, il colore del mare, i verdi pascoli dei Bloom: insomma, ho calcato un po' la mano.»
    «E lui?»
    «È rimasto ad ascoltarmi sempre più interessato, per niente offeso dal mio tono freddino. E alla fine ha esclamato che Clearcove era proprio il posto che cercava. Siccome non capivo, mi ha spiegato che faceva il pittore e che era venuto in Irlanda proprio per dipingere. Per dimostrarmi che era la verità, ha aperto il bagagliaio della sua macchina e mi ha mostrato le tele, i colori e un cavalletto ripiegato. C'era anche una chitarra, ma non l'ho mai sentito suonare. Per farla breve, mi ha chiesto se potevo precederlo in bicicletta e fargli strada verso la casa della vedova Dunne. L'ho rivisto tre giorni dopo al molo dei pescatori, mentre schizzava su un album le sagome delle barche che prendevano il largo. C'era anche Sean Ryan, e per evitare che si avvicinasse o mi rivolgesse la parola, sono corsa verso il forestiero salutandolo come se lo conoscessi da una vita. Ho aspettato che finisse di disegnare e poi gli ho permesso di accompagnarmi a casa. Ecco, questa è la storia.»
    «Questo è soltanto l'inizio!» Mia protestò. «Che cosa è successo dopo? Quando ti sei innamorata di lui?» Mary esitò qualche istante. «Ho sempre lasciato credere a tutti, persino ai miei genitori, di essere stata travolta dall'amore per tuo padre. Ma non posso essere disonesta con te. La verità è che l'ho incontrato poco dopo la nascita del figlio di Sean Ryan. Mi sentivo fallita, disperata, piena di rancore e di rabbia e ho cominciato a uscire con Paul per dispetto. Poi mi sono accorta che mi piaceva stare con lui, ascoltare i suoi discorsi, vederlo dipingere. A un certo punto ho persino creduto di essermi innamorata, ed è stato allora che tu sei stata concepita. In realtà non l'ho mai veramente amato, ma tu devi sapere che tuo padre era una persona perbene.»
    Mia strinse le labbra. «E allora perché non gli hai detto che eri rimasta incinta?»
    «Perché me ne sono accorta dopo che lui era partito. Ma anche se avessi voluto farlo, se n'era andato senza lasciarmi il suo indirizzo. Aveva rotto con la sua famiglia e partì da qui senza sapere dove sarebbe andato.»
    «Se fosse stato un uomo perbene ti avrebbe scritto, si sarebbe preoccupato di avere tue notizie. A quanto pare se n'è fregato di te e ti ha dimenticata in gran fretta.»
    Mary sospirò. «Sbagli! Tuo padre si fece vivo con una lunga lettera quando tu avevi pochi mesi. Si scusò del lungo silenzio, mi raccontò che era sempre in rotta con i genitori e me ne confessò per la prima volta il motivo: due anni prima aveva avuto un figlio da una compagna di università e suo padre non glielo aveva mai perdonato.»
    «Io... Io ho un fratello?»
    «A quanto pare sì. Nella lettera mi spiegò che l'incontro con me e il soggiorno a Clearcove erano stati molto importanti per lui perché gli avevano fatto capire "i veri valori" della vita. Scrisse proprio così.»
    «E tu?»
    «Io niente. Lessi la lettera e continuai la mia vita. Un anno dopo riscrisse per ringraziarmi ancora. Si era sposato con la madre di suo figlio e aveva fatto pace con i genitori. Non mi avrebbe mai dimenticata e mi augurava ogni bene. La nonna Betsey seppe che in seguito Paul aveva scritto anche alla vedova Dunne, ma non so a quale proposito. Forse per ringraziarla dell'ospitalità e assicurarle il suo ricordo» Mary aggiunse con una nota di amara ironia.
    Una breve pausa e concluse: «Ecco, adesso sai tutto. Non chiedermi dove vive Paul o che cosa fa, perché da quattordici anni non so più niente di lui. E non mi interessa saperlo».
    «Ma a me sì, mamma. È mio padre.»
    «Non dire stupidaggini. E un estraneo che non hai mai visto e non ti è mai mancato.»
    «Questo lo dici tu!»
    «Ti è mancato il padre, non Paul. Purtroppo sei nata con un genitore soltanto. E come venire al mondo senza una gamba o senza gli occhi: non c'è niente da fare.»
    «Come si chiamava di cognome? Questo almeno puoi dir­melo.» Mia insistette poco convinta.
    «Si chiamava Paul e basta. Il discorso è chiuso.»

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