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Matrimonio in mare

di CHRISTINE RIMMER

Rafe McMillian è innamorato di sua moglie e del suo lavoro, ma ha ricevuto un messaggio molto chiaro: se non la porterà in crociera ai Caraibi la loro relazione non potrà durare!
Dopo otto anni di matrimonio, una carriera impegnativa e due figli, Gwen sente che la sua relazione con Rafe sta andando alla deriva. Tutto ciò che desidera è poter passare un po' di tempo con suo marito, possibilmente lontani dal mondo, per riaccendere la passione.
Con l'aiuto – non richiesto- di una tempesta in mare, sta per realizzare il suo desiderio in un modo che non avrebbe mai immaginato...

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lettura da 8 minuti

L'eccitazione e il sollievo fecero tornare le forze a Rafe. Per Gwen fu la stessa cosa. Ricominciarono entrambi a nuotare, dirigendosi bracciata dopo bracciata verso l'agognata meta della terraferma in lontananza.

Era più lontana di quanto sembrava. Di lì a poco Gwen fu di nuovo sfinita. E anche Rafe, seppure in modo meno evidente.

Ma ora la corrente giocava a loro favore. Alla fine si lasciarono trasportare dalle onde, finendo sotto alcune volte, ma riuscendo comunque a superare i cavalloni più alti vicino alla riva.

Il sole aveva colorato di porpora e arancio tutto il mondo dietro di loro quando barcollarono insieme verso la spiaggia e crollarono accanto a una catasta di alghe dall'odore pungente.

Giacquero lì, riprendendo fiato, maledettamente vicini al crollo fisico completo, senza avere la minima idea di dove si trovassero... ma sorridendo ugualmente l'uno all'altro come una coppia di idioti.

"Del terreno solido" sussurrò Gwen, stringendo tra le mani pallide e raggrinzite una manciata di sabbia bagnata.

"Non pensavo di rivederlo mai più..." Rafe sapeva che dovevano alzarsi. Trovare riparo dal calore del sole nascente. E trovare dell'acqua. C'era una sorgente di acqua dolce su quell'isola? Rafe sollevò la testa, guardò verso il margine della spiaggia dove si profilavano alte palme da cocco. Isola, isoletta o banco di sabbia: quanto era grande quel posto? Era abitato? Se non lo era, avrebbero dovuto accendere un fuoco di segnalazione.

C'era così tanto da scoprire. Così tanto da fare.

Ed erano così maledettamente esausti entrambi.

Gwen aveva profonde occhiaie scure sotto quei suoi grandi occhi. Rafe guardò le lunghe ciglia di sua moglie abbassarsi. Dopo un attimo, Gwen era profondamente addormentata, la guancia appoggiata sulla sabbia bagnata, i capelli filacciosi e annodati come la catasta di alghe accanto a lei.

Rafe non avrebbe dovuto, ma chiuse anch'egli gli occhi...

 

Gwen si svegliò protestando mentre qualcosa le scuoteva una spalla.

"Gwen. Ehi, Gwen, devi svegliarti ora..."Rafe. Era lui che la scuoteva, era lui che non la lasciava dormire.

Gwen emise un suono di protesta e tentò di spingere via quella mano e di tornare sotto le coperte, che, stranamente, non sembravano essere lì... ma lui continuava a stringerle la spalla e a dire il suo nome.

E c'era qualcosa che non andava col letto. Le sembrava umido e irregolare. E poi le coperte dov'erano... E ancora il sole che le brillava addosso, caldo sui polpacci nudi, facendola sentire umidiccia e accaldata. Gwen si toccò il braccio. Una giacca. Indossava una giacca liscia e bagnata...

Le ciglia le si erano impastate, stranamente appiccicate insieme, ma Gwen si sforzò di aprire ugualmente gli occhi. Mise a fuoco il volto preoccupato del suo povero marito, completo di occhi assonnati e capelli arruffati incrostati di sale. C'era della sabbia attaccata su una guancia magra su cui si intravedeva un accenno di barba. La polo che indossava gli si era come attaccata addosso, ed era solcata da strisce di sale, come i suoi capelli.

La colpì come un pugno nello stomaco, quello che era accaduto. Dove si trovavano. Una qualche striscia di terra senza nome nel bel mezzo dei Caraibi. Aveva dolori dappertutto, la pelle le prudeva e scottava e sentiva un leggero pulsare sopra l'orecchio sinistro... aveva urtato qualcosa, forse? Sì, la ringhiera o qualcosa del genere, quando quell'onda l'aveva tirata giù dal ponte della Annabelle Lee.

Aveva urtato qualcosa e aveva perso conoscenza. E Rafe era stato costretto a saltare in mare dietro a lei...

Il suo viso doveva mostrare l'odio che provava per se stessa in quel momento, perché Rafe le disse: "No", con voce dura.

E lei sapeva che lui aveva ragione. Era stato il suo egoismo a portarli lì. Aveva voluto un po' di romanticismo, aveva voluto le attenzioni appassionate di Rafe, aveva voluto essere corteggiata come lui la corteggiava quando il loro amore era ancora giovane. Sì, era questo. Era un po' di tempo che desiderava che il loro amore fosse di nuovo giovane. L'aveva agognato con tutto il cuore, in realtà, ne aveva sentito la mancanza come fosse una sorta di buco nero al centro del loro matrimonio.

E la scorsa notte si era talmente arrabbiata per non aver avuto quello che voleva che se n'era andata a spasso sul ponte di una nave durante una tempesta solo per sbollire la sua rabbia.

Ed ora erano lì... sperduti in un'isola senza nome, salvi per il momento solo grazie al coraggio, alla forza e alla capacità di sopravvivenza di suo marito.

Erano lì. E non c'era più spazio per i suoi egoismi.

Si sentiva la gola secca, riarsa, dolorante per tutta l'acqua di mare che aveva ingoiato e poi rigettato. La sua bocca era come una spugna indurita da cui era stata prosciugata tutta l'umidità. Deglutì, tentando di ingoiare un po' di saliva, e riuscì a dire con voce gracchiante, "Sto bene. Davvero..."

Lui le sorrise. Le sue labbra erano screpolate. Gwen tese una mano, toccò la bocca di Rafe e poi la sua... arida e secca, come quella di lui.

"Che pasticcio" sussurrò.

"Forza. Dobbiamo toglierci dal sole."

Gwen emise un piccolo gemito, poi strinse gli occhi per guardare l'ampio cielo blu.

"Che ora...?"

"Direi le dieci passate." Rafe la aiutò ad alzarsi e insieme zoppicarono come due vecchi verso le alte palme... e poi oltre.

Quando arrivarono in un punto ben ombreggiato dalle palme e da altri alberi più bassi, Rafe lasciò che lei si sedesse di nuovo, e la aiutò a togliersi il giubbetto di salvataggio, poi si tolse il suo. Le disse di riposare lì, lontano dal sole.

"E tu cosa farai?" "Cercherò dell'acqua."

Gwen si rimise di nuovo in piedi, usando un tronco d'albero come appoggio. "Vengo con te." Rafe scosse la testa. Stava controllando le tasche e le pieghe del giubbetto di salvataggio di sua moglie. "Sei distrutta. Torna a sedere."

"Non hai neppure le scarpe. Potrebbe essere pericoloso per te andartene in giro nella boscaglia." Lei aveva ancora indosso le sue da tennis, per quanto fradice e incrostate di sale. "Starò attento." Rafe lasciò cadere il giubbetto di Gwen e raccolse il suo.

"Ti taglierai i piedi e lo sai. O qualche creatura potrebbe morderti."

"Non posso farci niente." Rafe palpeggiò anche il suo giubbetto, poi lo gettò di nuovo accanto a quello di lei. " Guarda cosa ho trovato." Le mostrò due piccoli specchi e due fischietti identici legati con due cordicelle.

"La maggior parte dei giubbetti contiene un fischietto e uno specchio... per fare segnali ai potenziali salvatori" annunciò Rafe, come se leggesse da un manuale di sopravvivenza. Poi sorrise nonostante le labbra screpolate, sorrise di piacere infantile, e in quel momento le ricordò tanto loro figlio.

"Questi specchi potrebbero rivelarsi molto preziosi. E non solo per fare segnali a eventuali veicoli di salvataggio. È ragionevolmente facile accendere un fuoco con uno di questi... batte i due bastoncini strofinati insieme per dieci a uno."

"Io non me ne resterò qui mentre tu te ne vai in giro da solo" dichiarò Gwen.

Le sopracciglia scure di lui si sollevarono. "Hai assunto la tua espressione più testarda, Gwennie. Hai la bocca sigillata."

"Lavoreremo insieme."

"Per una che praticamente casca dal sonno, sei fin troppo determinata."

"Vengo con te."

Si fissarono a lungo. Gwen pensò che non l'aveva mai amato quanto lo amava in questo momento... e tanto meno aveva capito quanto lui amava lei.

A quel punto Gwen disse con estrema dolcezza: "E i fischietti?". "I fischietti?"

"A cosa servono... voglio dire, ora che siamo fuori dall'acqua?"

"Hmm..."mormorò tra sé Rafe. "Be', direi per chiamarci tra noi due. Ecco." Gliene passò uno. Gwen lo prese, si mise la cordicella intorno al collo sollevando i capelli appesantiti dalla sabbia, poi si portò il fischietto alla bocca.

Prima di soffiarci dentro, però, esitò, guardandolo con espressione interrogativa.

Rafe si strinse nelle spalle. "Immagino che fischiare potrebbe essere poco saggio. Potrebbe esserci qualcuno nei dintorni di poco raccomandabile. Contrabbandieri, forse. O qualche altro malvivente."

"Pensiamo positivo" suggerì lei. "Potrebbe anche esserci della brava gente che aspetta solo un segnale per correre a salvarci."

Rafe emise un grugnito. "Giusto. Fischia."

E lei lo fece. Il suono era forte, chiaro, piuttosto acuto.

Il boschetto sembrò molto più silenzioso quando il fischio svanì.

A quel punto Rafe osservò: "Be', non vedo nessuna brava persona".

"E neppure contrabbandieri."

In quello stesso istante sentirono un fruscio provenire dal sottobosco.

Mmmiaooo...

"Mio Dio" disse Rafe mentre la piccola creatura grigia emergeva dagli arbusti e cominciava a strofinarsi sulle caviglie di Gwen. "È un gatto domestico."

Ogni mercoledì un nuovo capitolo!
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