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Matrimonio in mare

di CHRISTINE RIMMER

Rafe McMillian è innamorato di sua moglie e del suo lavoro, ma ha ricevuto un messaggio molto chiaro: se non la porterà in crociera ai Caraibi la loro relazione non potrà durare!
Dopo otto anni di matrimonio, una carriera impegnativa e due figli, Gwen sente che la sua relazione con Rafe sta andando alla deriva. Tutto ciò che desidera è poter passare un po' di tempo con suo marito, possibilmente lontani dal mondo, per riaccendere la passione.
Con l'aiuto – non richiesto- di una tempesta in mare, sta per realizzare il suo desiderio in un modo che non avrebbe mai immaginato...

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lettura da 9 minuti

Cominciarono a nuotare verso la nave. Il mare sembrava essersi calmato un poco. Forse era solo una sua fantasia, un pio desiderio causato dalla disperazione. Eppure Rafe poteva quasi giurare che la pioggia fosse diminuita di intensità.

Ma Gwen aveva perso conoscenza per un po', aveva ingoiato fin troppa acqua e inoltre non era certo forte come lui anche in condizioni ottimali. Per questo lui doveva rallentare e tenere il suo ritmo. Non osava andare troppo avanti.

Avrebbe potuto perderla di nuovo. Le insidiose onde ancora infuriate avrebbero potuto portarla via. E poi lui avrebbe dovuto andarla nuovamente a cercare. E avrebbe potuto non farcela a raggiungerla una seconda volta.

In principio Gwen nuotò al suo fianco, mettendocela tutta per non restare indietro. Ma poi cominciò a rallentare. Rafe rallentò a sua volta per rimanere al suo fianco.

E dopo pochi minuti lei smise di nuotare e fu di nuovo in balia delle onde. Rafe si girò verso di lei. E capì all'istante quello che le passava per la mente.

"No!" gridò. "Forza."

Lei scosse il capo. "Vai. Per favore. È colpa mia. Tu vai..."

Rafe guardò nuovamente verso la nave. Sembrava più lontana che mai. Troppo lontana... e lui lo sapeva. Non c'era dubbio che le dannate correnti non li stessero affatto aiutando.

La realtà lo colpì come un pugno allo stomaco. Non ce l'avrebbero fatta a tornare sulla nave... non insieme, almeno.

E per quanto riguardava Rafe, insieme era l'unica opzione possibile.

Quali erano le loro possibilità, allora?

La sua mente si rifiutò di considerare qualunque altra cosa che non fosse quella più importante: la sopravvivenza.

Al momento dovevano fare solo una cosa: restare vivi. Sopravvivere durante il resto della tempesta. In qualche modo.

Dovevano solo vivere un'ora, un minuto, un respiro alla volta, fino a quando le acque non si fossero calmate. Restare a galla e continuare a respirare: quello era il loro unico obiettivo.

Se fossero sopravvissuti fino all'alba, avrebbero avuto almeno una minima possibilità di raggiungere la terraferma o di essere recuperati da una nave. La Annabelle Lee avrebbe dovuto attraccare al largo dell'Isola di Conception, nelle Bahamas, l'indomani mattina presto, il che significava che erano ancora vicini all'arcipelago. O almeno, avrebbero dovuto esserlo, a patto che la nave non fosse stata portata troppo fuori rotta dalla tempesta.

Cosa gli aveva letto Gwen per cercare di farlo interessare a questo maledetto viaggio? Che c'erano circa 700 isole nelle Bahamas, senza contare le oltre 2000 isolette e banchi corallini. Di certo là fuori c'era una qualche piccola zolla di terraferma che aspettava solo loro. Rafe tese la mano verso sua moglie. Lei lo spinse via, gridando: "No! Vai". E poi si arrese ad un attacco di tosse.

Lui la prese per le spalle, gridò il suo nome.

Gwen finì di tossire. Si astenne dall'urlare ancora o dal tentare di spingerlo via. Ma la sua espressione rimase ostinata. Ribelle.

"Non posso farcela neppure io" disse Rafe con voce forte e dura. Lei aprì la bocca per controbattere, ma lui non la lasciò parlare. "Resteremo insieme. Ci aiuteremo l'un l'altro a restare a galla. È l'unico modo."

Lei lo fissò. Rafe vide un senso di colpa e odio per se stessa nei suoi occhi.

"Gwen! Smettila. Sopravviveremo. Insieme. Mi hai capito?"

Per un momento ancora lei continuò a fissarlo infuriata, il labbro inferiore che tremava leggermente. E poi il suo viso divenne una maschera di dolore. Gwen mormorò: "Matts. Kenny...", a voce così bassa che lui capì cosa aveva detto solo perché stava pensando la stessa cosa.

"Sono al sicuro" disse Rafe con fer mezza.

Li avevano lasciati con il fratello di lei, Zach, al suo ranch, il Sole Nascente, in Wyoming. Zach aveva una moglie stupenda, Tess, due figlie e un bambino di pochi mesi. Zach e Tess si amavano. La loro era una casa felice. Non avrebbero esitato un attimo a prendere con sé i due nipoti per sempre se ce ne fosse stata la necessità.

Rafe lo disse a Gwen.

"I bambini staranno bene. Zach si prenderà cura di loro."

Lei chiuse gli occhi. E quando li aprì di nuovo, annuì. "Va bene."

"Brava ragazza." Poi Rafe la girò, la attirò a sé in modo che il retro del giubbotto di lei fosse a contatto con il davanti del suo. Le disse nell'orecchio: "Tira su le gambe. Riposa". Il padre di Rafe gestiva ancora una società di rafting sul fiume Colorado. Wolf McMillan non era stato un granché come padre di famiglia, ma Rafe non aveva dimenticato le lezioni di sopravvivenza che il vecchio gli aveva inculcato in tutti quegli anni.

Furono le parole stesse di suo padre a uscirgli di bocca. "Anche nelle acque calde è possibile soffrire di ipotermia. Il corpo perde il calore più in fretta in acqua che a terra. E con il movimento si perde molto calore."

Gwen questa volta non protestò. Si rannicchiò portando le ginocchia contro il petto e lui mise le sue gambe sotto quelle di lei.

In quella posizione a cucchiaio si lasciarono trasportare dalla corrente, cavalcando su e giù per le onde. Alla fine Rafe guardò indietro da sopra la spalla... e vide che la Annabelle Lee non c'era più. Era scivolata oltre il margine di questo strano mondo di acqua costantemente in movimento.

Il tempo passò e la tempesta cessò.

Le onde si calmarono. Quando Rafe alzò la mano dall'acqua la pelle era gonfia e rugosa. Rafe aveva lasciato il suo orologio impermeabile multifunzione sul tavolino della loro cabina, quindi non avrebbe saputo dire esattamente da quanto tempo erano trascinati alla deriva. E in realtà cosa importava da quanto tempo erano in acqua e che ora era di preciso?

Aveva invece in tasca il suo coltellino svizzero, quello che Wolf gli aveva dato anni prima. Lo portava sempre con sé e anche ora era con lui. Se fossero riusciti a raggiungere un isolotto deserto da qualche parte il coltellino gli sarebbe tornato utile, più di qualsiasi orologio.

Il vento si era trasformato da un demone urlante ad una dolce brezza tropicale, e lo sconfinato mare notturno si era calmato. Ben presto anche le nubi si allontanarono, cacciate via dal vento, e le stelle brillarono più forte di quanto avessero mai fatto su Philadelphia, la città dove lui e Gwen vivevano. Rafe riuscì a individuare la stella polare, ne seguì la linea fino a terra, che non era molto lontana a questa latitudine, e trovò il nord.

Andavano alla deriva verso ovest. E allora? Era un bene? Chi avrebbe potuto dirlo?

Ora avevano bisogno che un'isola comparisse presto all'orizzonte. O una barca. La Guardia Costiera, forse. Queste acque non brulicavano forse di navi della Guardia Costiera all'inseguimento di corrieri della droga o simili?

Una o due volte qualcosa venne a urtare contro le sue gambe... e fuggì via. Uno squalo? O qualcosa di ugualmente letale? Se anche fosse stato, entrambe le volte la morte li aveva risparmiati.

Sentì Gwen sospirare. La sua testa era appoggiata sulla spalla di lui e il suo corpo raggomitolato galleggiava leggermente all'infuori, come se il mare fosse il suo letto e la spalla di Rafe il suo cuscino. I suoi capelli si muovevano pigramente intorno a loro, galleggiando sulla superficie, scivolando contro la nuca di lui, prima attorcigliandosi e poi galleggiando di nuovo liberi.

"Guarda!" disse Gwen entusiasta. "Un gabbiano..."

Rafe lo vide, una forma agile che si stagliava contro il cielo... il cielo che gli sembrava diventare sempre più chiaro dietro di loro.

Gwen disse: "Ho letto da qualche parte che se si vede un gabbiano sopra l'oceano significa che si è vicini alla terra".

Rafe odiò doverla deludere. "È soloun mito. Gli uccelli possono volare per enormi distanze. Ed è quello che fanno."

Gwen sospirò di nuovo. "Un mito, eh?"

Rafe emise un suono affermativo. "Oh, Rafe" sussurrò lei. "Ti amo. Mi dispiace così tanto..."

Lui la baciò sulla tempia salata. "Smettila. Non logorarti con i sensi di colpa. Ti stancherai soltanto e non ci servirà a niente."

"Non avresti dovuto seguirmi in acqua."

Rafe fece una risatina. "Troppo tardi per le recriminazioni, tesoro."

"Tu sai quello che ci hanno detto quando ci hanno elencato le norme di sicurezza. Se qualcuno cade in mare...gettate un salvagente e informate il ponte di comando. Ma quando fossi riuscito ad arrivare a quel maledetto ponte, tu saresti già stata lontana."

Gwen tacque. Ma lui sapeva cosa stava pensando. Stava di nuovo incolpando se stessa.

"Basta" le disse, pensando nel contempo che ormai ne era certo: il cielo era senza dubbio più chiaro ad est. Le passò la mano sul braccio. "Il sole sta sorgendo... o sorgerà presto."

Lei emise un suono che avrebbe potuto essere una risata... o altrettanto facilmente, un singhiozzo. "Non sembrava davvero così brutta, la tempesta, intendo dire, quando sono uscita sul ponte. Sono arrivata alla ringhiera. E poi il tempo è peggiorato improvvisamente."

"È successo, Gwen. Ora affrontiamo la situazione."

Lei sbuffò leggermente. "Sempre così pragmatico..."

"Una volta mi hai definito prosaico." "Sono stata una stupida."

Rafe sorrise.

"Ma sei la mia stupidina..." "Rafe?" Gwen si raddrizzò. "Cosa?"

"Guarda..." Indicò verso ovest. "La vedi?"

La vide. Era la terra.

Ogni mercoledì un nuovo capitolo!
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