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Matrimonio in mare

di CHRISTINE RIMMER

Rafe McMillian è innamorato di sua moglie e del suo lavoro, ma ha ricevuto un messaggio molto chiaro: se non la porterà in crociera ai Caraibi la loro relazione non potrà durare!
Dopo otto anni di matrimonio, una carriera impegnativa e due figli, Gwen sente che la sua relazione con Rafe sta andando alla deriva. Tutto ciò che desidera è poter passare un po' di tempo con suo marito, possibilmente lontani dal mondo, per riaccendere la passione.
Con l'aiuto – non richiesto- di una tempesta in mare, sta per realizzare il suo desiderio in un modo che non avrebbe mai immaginato...

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lettura da 7 minuti

Barcollando, sballottato dal vento infuriato e bagnato fino al midollo, Rafe si trascinò fino alla ringhiera verso il punto in cui Gwen era svanita.

Afferrò il corrimano e guardò in basso verso il mare ribollente.

Eccola!

La vide. Una macchia rosa... la parte posteriore del suo impermeabile.

La parte posteriore. Maledizione! Non andava affatto bene. L'onda doveva averle fatto perdere i sensi. Non riusciva a vedere il suo viso. Gwen non stava facendo alcun tentativo per tenere la testa fuori dall'acqua.

Rafe si guardò intorno disperato. Non c'era nessuno in vista. Il capitano e l'equipaggio avevano chiuso i boccaporti. Tutti i passeggeri se ne stavano tranquilli al coperto ad aspettare che la tempesta passasse. Tutti tranne Rafe e sua moglie... che stava per affogare!

Il ponte di comando era a due livelli sopra di lui, leggermente arretrato. Qualcuno lassù avrebbe forse potuto scorgere una persona in mare a prua, ma non a mezza nave, a meno che non la stesse cercando. La maledetta angolazione non era giusta. Da lassù non avrebbero potuto vedere cosa era successo, e lui non aveva tempo per avvertire nessuno. L'impermeabile rosa continuava ad allontanarsi dalla nave, spinto dalle onde sempre più verso dritta.

Rafe si mosse a fatica lungo la ringhiera finché raggiunse il più vicino salvagente. Lo gettò a mare. La grossa ciambella attaccata alla corda atterrò a parecchi metri di distanza dalla giacca rosa galleggiante.

Giubbetti di salvataggio! Le parole esplosero nella mente di Rafe. Doveva- no esserci da qualche parte degli armadietti pieni di giubbetti di salvataggio dislocati sulla nave.

Rafe si mosse ancora a fatica lungo la ringhiera finché raggiunse uno degli armadietti. Tirò il chiavistello, aprì lo sportello e ne estrasse due giubbetti. Ne infilò uno con una rapidità che lo sorprese. Poi si voltò, asciugandosi gli occhi dalla pioggia... Mi servirebbe un gommone di salvataggio... pensò.

Ma no. L'impermeabile rosa si stava allontanando sempre di più sulle onde portando sua moglie ancora più distante. Non c'era tempo per trovare un gommone e poi lanciarlo in acqua da solo. Rafe prese allora degli altri giubbetti e li gettò in mare, nel caso in cui... Non sapeva neppure lui il per- ché... Forse nel caso avesse perso quello che teneva in mano, o così supponeva.

Perse qualche altro prezioso secondo per togliersi le scarpe: era senz'altro meglio nuotare senza. Gli avrebbero solamente impedito i movimenti.

E poi si arrampicò sulla ringhiera e si gettò tra le onde alte e infuriate.

Non appena colpì l'acqua fredda sprofondò, ma poi, grazie a Dio, ritornò immediatamente a galla: il giubbetto di salvataggio stava facendo il suo lavoro. Ma le onde continuavano a sferzarlo, impedendogli di vedere chiaramente. Gli ci volle quello che sembrò un secolo per individuare l'impermeabile rosa... e il salvagente. I due erano molto più lontani di prima l'uno dall'altro.

Anche lui non poteva definirsi vicino a Gwen. Se voleva raggiungerla, avrebbe fatto meglio a cominciare a nuotare. Si mosse con forti e poderose bracciate, pensando che era passato troppo tempo da quelle estati trascorse sul fiume Colorado con suo padre, troppo tempo dall'ultima volta in cui aveva saggiato i suoi limiti, in cui aveva fatto sport.

Dovette lasciare andare il secondo giubbetto di salvataggio quasi immediatamente. Gli servivano entrambe le braccia libere se voleva avere una qualche possibilità di tagliare le onde e raggiungerla.

Rafe nuotò. Nuotò con tutta la forza che aveva. Anche se consciamente sapeva che le correnti gli erano favorevoli, non gli sembrava affatto così. A lui quelle maledette onde sembravano vive, e sembrava che gli si opponessero, spingendolo via, per impedirgli di raggiungere Gwen. Ingoiò dell'acqua salata, tossì e la sputò. E poi continuò a nuotare.

I marosi continuarono a combatterlo. Ma Rafe tenne duro, rallentando solo di tanto in tanto per asciugarsi gli occhi e assicurarsi che l'impermeabile rosa fosse ancora in vista.

Trascorse un tempo interminabile, finché le onde gli diedero un aiuto, sollevandolo in alto e sbattendolo nuovamente giù a circa tre metri dalla meta.

Rafe colse l'occasione e si mosse ancora più forte, ogni bracciata una preghiera, e alla fine toccò  l'impermeabile rosa. Tese la mano e strinse quello che la giacca conteneva.

Gwen non si muoveva... Galleggiava completamente alla mercé delle onde battenti...

Lui la tirò verso di sé e sentì sul viso le ciocche fradice dei suoi capelli. Le afferrò e tirò di nuovo, sperando di ottenere un grido da lei, un urlo di rabbia perché le stava facendo male.

Ma Gwen non disse nulla. E le onde continuavano ad abbattersi su di loro. Rafe le tirò di nuovo i capelli, quei capelli che asciutti erano di un colore meraviglioso, luminoso, tra il biondo e il castano, per avvicinarla ancora di più a sé.

Lui chiuse gli occhi mentre una forte emozione lo attraversava. Si lasciò sfuggire un grido selvaggio, animale, mentre i visi di Gwen e dei loro bambini, Matty e Kenyon, gli lampeggiavano nella mente in rapida successione.

No.

Non è ancora tutto perduto. Ora lui la teneva e non aveva intenzione di lasciarla andare. Non era ancora finita. Avrebbero superato anche questa e sarebbero tornati a casa. Rafe la trascinò verso di sé e la girò in modo da poterla vedere in viso.

E poi lei tossì.

Un maledetto miracolo! Aveva tossito!

"Va tutto bene, va tutto bene, tesoro..." Ora Rafe la teneva sotto le braccia, col viso rivolto verso di lui, cercando di mantenere la sua testa il più in alto possibile, di proteggerle la bocca e il naso dagli spruzzi delle onde.

Gwen tossì più forte. Lui riusciva a sentire il suo petto che si espandeva. Che si contraeva per gli spasmi. Poi Gwen vomitò. Rafe non era mai stato così contento in vita sua di vedere qualcuno vomitare.

"Rafe..." mormorò lei con voce roca. "Rafe?"

"Sì, tesoro, sono io. Respira. Va tutto bene?"

Gwen gemette, ma stava respirando, aspirava lentamente aria e la lasciava uscire. Stava bene... per il momento.

Con la coda dell'occhio, Rafe vide una macchia arancione. Uno dei giubbetti di salvataggio ballonzollava su e giù sulle onde verso di loro. Lui doveva solo tendere la mano e afferrarlo, e lo fece.

"Ecco..."

"Uhh." Gwen tossì di nuovo, una tosse forte e profonda.

"Ho recuperato un giubbetto di salvataggio. Mettilo." Rafe la aiutò a indossarlo,  guidandole  le  braccia  prive di forza attraverso le aperture e passandole il giubbetto sulle spalle, per poi stringere i lacci.

Non si era reso conto dello sforzo che gli stava costando tenerla su finché non la lasciò galleggiare da sola. Provò un forte sollievo. Il che era ridicolo, dal momento che la tempesta continuava a infuriare e le onde continuavano a far sobbalzare senza pietà.

Comunque erano insieme. Ed erano entrambi vivi.

Ora dovevano arrivare a quel maledetto salvagente. Se fossero riusciti a raggiungerlo e ad aggrapparvisi, prima o poi la tempesta sarebbe finita. I passeggeri sarebbero usciti sul ponte. E loro due sarebbero stati trovati e issati a bordo.

"Gwennie, stai bene?"

Lei sembrava pallida, ma riuscì ad annuire con espressione determinata.

"Dobbiamo nuotare... tornare alla nave. Ho gettato un salvagente..."

Gwen capì e annuì. Ma poi il suo sguardo si mosse. Stava guardando dietro di lui, verso la Annabelle Lee. E qualcosa accadde al suo viso, un'espressione che lo fece rabbrividire.

Pura disperazione.

Rafe si voltò, cercando la nave. Sembrava fosse ad almeno un chilometro e mezzo di distanza.

"Gwen" gridò Rafe sopra il rumore del vento e lo sciabordio delle onde, "dobbiamo tentare."

Lei annuì. Le sue labbra si mossero. Lui lesse le sue parole sulle labbra più che sentirle.

"Lo so.”

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