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Emergenza: ex in corsia!

di CAROL MARINELLI

Ogni medico del Pronto Soccorso trema all'idea di poter riconoscere qualche paziente in questo reparto, persino il razionale ed efficiente dottor James Morrell. Rimane quindi doppiamente scioccato quando si imbatte in una donna priva di sensi identica alla sua ex moglie!

Lorna McClelland non sopporta di essere bloccata in un letto d'ospedale e di dover dipendere proprio dall'uomo che l'ha ferita di più. Tuttavia, una volta guarita, si rende conto che la passione che la lega a James è tutt'altro che sbiadita.

È stato proclamato lo stato d'emergenza! Livello di allerta: massimo. Consigli utili: barricarsi in casa, possibilmente in camera da letto.

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lettura da 19 minuti

Il risvolto meno piacevole per i pazienti di un eccellente ospedale universitario sono le lezioni di medicina. Lorna, da studentessa e poi da dottore, vi aveva assistito spesso, mentre ogni parte, esterna e interna, di un malato designato come esempio, era controllata e palpata con attenzione.

In quelle occasioni, non mancava di inviare a quelle persone dei sorrisi di comprensione e simpatia, senza peraltro riceverne in cambio neanche uno.

Quella mattina, controlli e visite quotidiane sembravano non finire più. Ipotermia, riscaldamento, rianimazione e terapia intensiva furono descritte e discusse ampiamente. Braun, lo specialista in traumatologia, indicò costole fratturate e lividi prodotti dalla cintura di sicurezza: traumi aggravati dal necessario energico massaggio cardiaco.

La memoria della paziente stava riemergendo, con il ritorno dell'autonomia. E quando una maldestra studentessa le pigiò l'addome, Lorna si sarebbe messa a piangere. Quindi anche le sue cicatrici entrarono a far parte della lezione. «Rottura di una tuba di Falloppio, per gravidanza ectopica» recitò la ragazza, leggendo i suoi appunti.

«E cosa ha evidenziato l'intervento?»

«Aderenze causate da appendicectomia.»

«Di quali altri problemi ginecologici soffre la dottoressa McClelland?»

«Endometriosi.»

Lorna chiuse gli occhi, ascoltando per l'ennesima volta la definizione della patologia che l'aveva colpita. L'endometrio, il rivestimento interno dell'utero, andava a localizzarsi in altre regioni del corpo, con drammatiche conseguenze.

«Quale la cura specifica?»

La ragazza non rispose. Mi dispiace per la studentessa, pensò Lorna. Anche per me, e per Braun, che stava cercando di collegare una gravidanza extrauterina di dieci anni prima e l'endometriosi di oggi, con le ferite dell'incidente.

«La dottoressa McClelland subirà un'isterectomia quanto prima» proseguì lo specialista. «Perché mai una donna di trentadue anni, senza figli, prende in considerazione una soluzione così radicale al suo problema?»

«A causa del dolore?» disse la studentessa, e respirò di sollievo, al cenno di assenso di Braun.

Seguì una lunga discussione sulla difficoltà di tenere il dolore della paziente sotto controllo, dopo l'uscita dal coma. Le somministravano analgesici forti, che sopportava bene, in quanto abituata a prenderli, per condurre una vita normale.

«Grazie» la salutò la ragazza, con un sorriso di scuse, mentre lo specialista e la squadra dei medici uscivano. Lorna sorrise debolmente, cercando di non pensare che, ancora giovane, era ormai definita senza figli e destinata a un intervento radicale che le avrebbe tolto ogni speranza di diventare madre.

Senza figli. Eppure una volta c'era stato un piccolo cuore, lo aveva visto palpitare, sul monitor dell'ecografia. Quel bambino voleva dire tutto, per lei, e anche per James.

Il ricordo della prima visita di controllo era chiarissimo nella sua mente. In quel momento era tutto nuovo, per lei. Appena sposata, studiava ancora presso l'ospedale universitario dove James lavorava.

La gravidanza le aveva ammorbidito la linea, i capelli folti e più lucenti che mai. Perfino le frequenti nausee le sembravano sopportabili. Si sentiva libera, lontana dai genitori, vicino a James. Una vita perfetta.

Tutto bene, quindi. Finché lo specializzando, che lei conosceva, non eseguì la visita.

Strano. Un attimo prima stavano parlando tranquilli degli studi di Lorna, su come avrebbe conciliato laurea e bambino in arrivo, e all'improvviso il dottore sembrò preoccupato. Tacque. Un lungo silenzio.

«Chiedo il parere di Arnold, lo specialista.»

Lorna era rimasta sul lettino, cercando di convincersi che era tutto a posto, anche se non ne era sicura.

Arnold era in sala operatoria. Il dottore, ormai taciturno, sedette alla scrivania, riempì dei moduli. E richiese un'ecografia immediata.

«Faremo un prelievo di sangue, poi l'ecografia al pianterreno.»

«Qualcosa non va?»

«L'utero non ha le dimensioni giuste.» Il dottore sorrise, rassicurante. «Tra poco ne sapremo di più.»

A quel punto, Lorna chiamò James. La raggiunse subito, mentre aspettava che la chiamassero, bevendo il litro d'acqua prescritto per sollevare l'utero.

Sembrava preoccupato, anche se cercava di nasconderlo. Le chiese più volte cosa aveva detto esattamente lo specializzando, con nervosismo crescente.

«Sono incinta, lo so» aveva replicato lei, decisa, e a disagio. In quel momento doveva andare in bagno, molto irritata con il dottore che metteva in dubbio il suo stato. «Ho la nausea, al mattino.»

Il radiologo l'aveva chiamata. James le stringeva la mano, mentre lo scanner scivolava sull'addome cosparso di gel. Con sollievo, Lorna udì chiaramente il battito del cuore. Ma James non aveva sorriso, e neanche il radiologo.

«Torno tra un momento» disse poi, uscendo dallo studio. La minuscola immagine del piccolo era sullo schermo, ben distinta. Il cuore batteva, dunque andava tutto bene, no?

«Che succede, James?»

«Non saprei...»

Mentiva. Era chiaro da come le stringeva la mano, senza guardarla. «Dimmelo, per favore, c'è qualcosa che non va, l'ho capito!»

«Ecco... Davvero non è sicuro, ma credo che il bambino non sia nella posizione giusta.»

Erano rientrati in tre. Radiologo, dottore e specialista. Lorna, ammutolita, sperava solo di udire buone notizie. Forse si trattava di placenta previa, e l'aspettavano mesi di immobilità.

Arnold, lo specialista, si presentò, salutando anche James. Volle rifare l'ecografia, il volto serio, attento.

«Mi dispiace, ma devo dirle che si tratta di gravidanza ectopica. Il suo utero è vuoto, Lorna. Il feto si è sviluppato in una tuba di Falloppio.»

«No...» Non era possibile, non voleva crederlo. E perché chiamavano feto, ciò che fino a un attimo prima era il suo bambino?

«E quindi il feto non è in grado di vivere.»

«Il bambino...» aveva mormorato lei.

Dicevano che la tuba poteva lacerarsi da un momento all'altro, che l'unica strada da seguire era un intervento per rimuovere la gravidanza extrauterina. Lorna non aveva voluto ascoltare più niente. Era toccato a James fronteggiare la situazione, assistere a nuovi controlli. Ciò che si muoveva sullo schermo, con un cuore che batteva, non era più il suo bambino, ma semplicemente qualcosa da togliere, da eliminare.

«Potreste annullare il suono del battito, per favore?» riuscì a chiedere, ritrovando la voce.

Nello studio era caduto un silenzio improvviso. Un tecnico aveva pigiato un interruttore, poi più nulla.

Il dottore aveva cominciato a riempire moduli. Ma Lorna si rifiutava di andare subito in sala operatoria, asserendo che si sentiva bene.

«È necessario, Lorna» aveva detto James, sconvolto quanto lei. «Ragiona, la tuba si romperà, è sicuro. Non voglio perdere anche te.»

«Non possiamo andare a casa, intanto?» aveva detto lei, tentando di alzarsi. «Vorrei pensarci meglio fino a domani.»

Il dottore le prese una mano, gentilmente le spiegò la situazione con molti dettagli. Intanto, nello studio, le infermiere, rapide, le inserivano una flebo, prelevavano un campione di sangue, nel caso occorresse.

Lorna aveva capito. Ricordò il caso di una donna, giunta nel Pronto Soccorso in fin di vita, per una gravidanza ectopica non diagnosticata. Poteva accadere anche a lei, le disse ancora il dottore, perché dagli esami sembrava che la rottura della tuba di Falloppio fosse imminente.

Le mostrarono il modulo per il consenso all'operazione. Non le restava che firmare.

Quel giorno il mondo le era crollato addosso. E pensare che, poche ore prima, lei e James avevano scherzato sugli argomenti consueti per ogni coppia in attesa del primo figlio: sapere o no in anticipo il sesso del nascituro, sui nomi da scegliere, sui colori per la stanza. James voleva aspettare, preferiva la sorpresa.

«Cercheremo di salvare la tuba» promise il dottore. «Anche se non posso garantirlo.»

«No...» protestò ancora Lorna. Ma nessuno le dava ascolto, neanche James...

Le tolsero gli abiti; un'infermiera, con dell'acetone, cancellò lo smalto rosa dalle unghie dei piedi.

«La visita di oggi potrebbe aver peggiorato la situazione» spiegò il dottore. «I farmaci non avrebbero efficacia. Questa notte la tuba può rompersi. James ha ragione, il rischio è alto, anche per te, Lorna.»

«Ma non c'è proprio niente da fare?» implorò lei. «Ricordo un caso analogo, in India...»

«Lorna» scattò James, severo. «La gravidanza non può continuare!»

Inutile insistere. Lorna ricordava nitidamente il momento della firma. Consenso per laparoscopia, rimozione del feto, e salpingectomia. «Cercheremo di salvare la tuba, ma, nel caso fosse impossibile, occorre il suo permesso per toglierla» le avevano spiegato.

L'attacco di nausea, inaspettato, l'aveva colta di sorpresa. James, ansioso, guardò il collega, che aumentò il flusso della flebo e chiamò subito lo specialista.

«Firma, Lorna» ordinò James.

Lo aveva guardato. Perché non firmava lui, a quel punto, se era così facile? Niente lo era, in realtà. Lorna aveva preso la penna, scritto il suo nome. Poi, stordita, era stata condotta rapidamente in sala operatoria.

Dalla soglia, James le sorrideva, cordiale, un po' esitante. «Scusami se non sono passato ieri» disse, posando sul tavolino due grandi tazze di caffè e il carica batteria per il cellulare.

Lorna ricambiò il sorriso. «Non importa, non avevo altri impegni.»

James si affrettò a collegare il portatile per ricaricarlo, lasciandolo a portata di mano di Lorna.

«Grazie per il caffè» aggiunse lei. «Stavo già pregustandolo, quello dell'ospedale è pessimo.»

«A chi lo dici» replicò lui, sedendo accanto al letto.

Lorna stava decisamente meglio. Infatti a volte si annoiava, le giornate sembravano non passare mai. La sua stanza disponeva di un altro spazio contiguo, un piccolo ambiente per eventuali ospiti. Però nessuno era arrivato a farle compagnia.

Tempo per pensare ne aveva, e molto. E adesso, almeno poteva contare sul suo telefono.

«Ho visto il gruppo con professori e studenti, nel corridoio. Sono già stati da te?»

«Sì, poco fa. Sto bene, a quanto pare. Potrei essere dimessa mercoledì.»

«Magnifico.»

Tra due giorni, quindi, pensò lei. L'idea la preoccupava abbastanza.

«Pensi di tornare dalla tua amica?»

«Non credo. Grace starà via ancora una settimana, e trovarmi in queste condizioni al suo ritorno significherebbe chiedere troppo a un'amicizia.»

«Allora andrai dai tuoi genitori, no?»

«Non lo so... Immagino che dovrei...» rispose, esitante. L'idea di un viaggio di sei ore, con le costole ancora indolenzite, era già abbastanza insopportabile, senza contare la guida di suo padre. Lorna chiuse gli occhi, respingendo immagini sgradite.

«Non sembri contenta della soluzione. Non andate d'accordo?»

«Non siamo andati d'accordo per anni, James.»

«Erano terribilmente in ansia per te.»

«Sono la figlia, è ovvio che mi vogliano bene. Erano contrari al mio progetto di tornare a Londra. Per loro l'incidente è la prova che non dovevo partire.»

Il telefono di Lorna squillò. Telefonate perse, messaggi di amici in ansia, e chiamate della famiglia. Risponderò a tutti più tardi, pensò lei. In realtà, ciò che le interessava di più erano le risposte che aspettava dopo i colloqui di lavoro.

«Vuoi che vada via?» chiese James.

Lorna scosse il capo. Scorse i messaggi, celando la delusione con un sorriso. Quattro colloqui, nessun esito positivo.

«Si vede che quel giorno dovevo proprio restare a casa» commentò, malinconica. «Nessuno mi vuole. Mi ritengono priva di esperienza.»

«Sei un bravissimo medico.»

«Non lo sai, James, non mi hai mai visto in azione» precisò lei. «Sono abbastanza capace, è vero, ma non esattamente quella che volevano assumere» aggiunse, stringendosi nelle spalle.

Il gesto le procurò una smorfia di dolore.

«Hai bisogno di un analgesico?» si informò James.

«Ho preso qualcosa un'ora fa.»

«Sembra che non funzioni. Talvolta li prescrivono con parsimonia» replicò James. Prese l'elenco dei farmaci previsti per Lorna, scorrendolo con attenzione, senza pensare, neanche per un istante, che stava interferendo nel lavoro di un collega. «Dovresti ripulire i bronchi, se non vuoi rischiare un'infezione respiratoria» dichiarò, perentorio. «E non credo che qualche compressa di paracetamolo possa aiutarti...»

Tacque, stupito, scoprendo che Lorna prendeva dei farmaci molto efficaci contro il dolore.

Lei sorrise. «Visto? Sono forti, lo so. Ma devo avere ancora molta pazienza, lo ha detto anche Braun. Ha spiegato che il prolungato massaggio cardiaco ha inciso sulle costole fratturate e i segni della cintura.»

«Quei lividi che hai sul torace sono molto estesi?»

«Fino all'addome e sotto le braccia. Spettacolari, credimi.» Lo erano, infatti. Neri e rosso cupo, sfumavano in giallo ai bordi. All'inizio erano sembrati più leggeri, forse a causa dell'ipotermia.

«Povera Lorna» disse lui, in modo semplice e diretto. All'improvviso, Lorna sentì che James comprendeva in pieno il suo dramma vero, oltre l'aspetto esteriore dei segni sul corpo. «Non credo che potrai andare a casa mercoledì.»

«Lo so.» In realtà, dopo le parole di Braun, quella mattina, Lorna non aveva smesso di esaminare freneticamente una serie di possibili soluzioni ai suoi numerosi problemi. Fronteggiare il dolore, ricordare il bambino perduto, continuare a vedere James. I pensieri si accavallavano senza tregua. «Stavo pensando di trasferirmi in un albergo, per qualche giorno.»

«Cosa?»

«Guarda che è una soluzione prevista anche per le donne, dopo il parto. In albergo, invece di occupare un letto dell'ospedale. Sembra una buona idea. Servizio in camera, biancheria pulita, stanza in ordine, e quando mi sentirò pronta a partire... Allora ci penserò.»

«Sarai mia ospite.» Lo aveva detto. Semplice, no?

Lei lo guardò, scettica. «Dici sul serio, James? Guarda che ho solo bisogno di riposare.»

«Puoi riposare a casa mia.»

«Non saprei...» Lorna esitava. Rivangare il passa6o, o cogliere al volo il presente. Non credeva che abitare a casa del suo ex, anche se per pochi giorni, fosse una buona idea.

«Senti, non siamo dei ragazzi» disse James, lasciandole intendere che aveva gli stessi suoi dubbi. «La nostra storia è finita da tempo, ognuno ha la sua vita, adesso. Ma siamo stati sposati, e vorrei cercare di aiutarti. Sono sicuro che tu faresti lo stesso, per me.»

Lorna annuì. «Naturalmente.»

«Non c'è nessun problema, come vedi. Io sono fuori quasi tutti i giorni, e non intendo porti domande indiscrete. Del resto, hai un fidanzato in Africa.»

«Cosa?»

«Sì, in Kenya, a quanto pare.»

Lorna scoppiò a ridere. «Te lo ha detto mio padre?»

Anche James sorrise. «Sì... Quando mi ha chiesto di non salire a trovarti.»

«È incredibile!» esclamò lei. «Non vedo Matthew da due anni. Niente di peggio, che giacere nell'incoscienza, mentre altra gente si permette di dire falsità, di parlare per noi, senza sapere cosa pensiamo davvero, cosa vorremmo dire.»

Lorna sembrava tornata quella di una volta, con i suoi ragionamenti ingenui, che un tempo lo facevano sorridere. Riderà di nuovo anche lei, pensò James, appena il dolore glielo permetterà.

«Allora è deciso» disse, alzandosi in piedi. «Mercoledì verrò a prenderti, ti porterò a casa, ti metterai a tuo agio. Mi prendo un giorno di permesso.»

«Non è necessario.»

«Solo il primo giorno, finché sarai sistemata.»

«Grazie.»

«Tuo padre non ne sarà molto contento» commentò James. Si aspettava che Lorna inventasse qualche scusa complicata per mentirgli, come era avvenuto in passato. Invece si riadagiò sui cuscini, e sorrise, scrollando appena le spalle.

«Sì, forse non sarà d'accordo... Ma pazienza.»

 

Quel giorno, Lorna si era risvegliata tardi, nel pomeriggio. Aveva aperto gli occhi, confusa, cercando James, e provando un senso di vertigine.

«Va tutto bene, Lorna.» Qualcuno le misurava la pressione. «È in ospedale.»

Inquieta, capiva di essere bloccata in un letto, senza ricordare perché, e cosa era accaduto. Ma dov'era James, come mai non le era accanto? Perché non le diceva cosa ne era stato del loro bambino?

Secondo il dottore, poteva ritenersi fortunata. La tuba di Falloppio era sul punto di lacerarsi, proprio mentre entrava in sala operatoria. «L'intervento non è stato facile» le spiegò, regolando la flebo con l'analgesico. «Le aderenze derivate dall'appendicectomia avevano avvolto la tuba.»

Lorna aveva temuto proprio questo. Ma al momento non vi aveva dato importanza.

James le era accanto, le stringeva la mano. «Ti sei svegliata... Ero andato a telefonare ai tuoi.»

«Come stanno?»

«Sono preoccupati, ma sanno che stai bene. Ho visto il dottore, nel corridoio. Ti ha parlato?»

«Un momento fa.»

«E cosa ha detto?»

In quel momento un'infermiera armeggiò con la flebo, chiedendo a Lorna se sentiva dolore.

«Sì» mormorò lei. «Ma non aumenti l'antidolorifico» aggiunse. L'infermiera la guardò stupita.

Posso sopportare il dolore, adesso, aveva pensato Lorna. Ma non voleva pensare a ciò che era appena accaduto. E neanche al futuro.

 

Tornato a casa, James girò intorno uno sguardo critico e impietoso. Poi si passò una mano tra i capelli, a disagio. Obiettivamente, gli ambienti esigevano riordino e pulizia radicali.

Doveva avvertire Pauline dell'arrivo di un ospite. Ma chiamare una ditta per pulire a fondo la casa poteva sembrare un esplicito giudizio sulla mancanza di precisione della sua governante. E lui non aveva nessuna intenzione di privarsi dell'aiuto di Pauline. Impossibile. Come chiedere alla propria madre di andare via e non tornare più a trovarlo.

D'accordo, la madre di James era disordinata, disorganizzata, e forse alzava un po' troppo il gomito, ma quando era sua ospite tostava il pane proprio come piaceva a lui. E almeno, se lo chiamavano al telefono prima delle dieci, dopo una notte di servizio, rispondeva che il "professor Morrell" non doveva essere disturbato.

Quanto a Pauline, le ragazze che James frequentava la criticavano apertamente. Non sapeva fare altro che vuotare la lavastoviglie, aumentare il disordine, guardare la TV a pagamento, e controllare spesso la qualità del whisky. Il che era vero, ma in cinque anni, da quando Pauline lavorava per lui, James non si era più occupato delle piccole e grandi incombenze domestiche. Camicie stirate, frigo fornito, nuovo tubetto di dentifricio. Pauline pensava sempre a tutto.

Irlandese loquace, talvolta le sue incessanti chiacchiere gli procuravano un gran mal di testa. Però, quando Pauline era stata via per curarsi un ginocchio, le era mancata molto, doveva ammetterlo.

Ottima cuoca, aveva l'abitudine di lasciare nel frigo di James una porzione delle pietanze che preparava a casa per sé e il marito. E di fargli trovare una tavoletta di cioccolata, con un biglietto, in cucina, quando rientrava alle due di notte. O il DVD di un film che le era piaciuto. Piccoli gesti affettuosi, che lo consolavano da certe difficili serate nel Pronto Soccorso, specialmente il sabato, se per esempio un ubriaco aggressivo lo aveva insultato.

Insomma Pauline dava a James l'impressione di avere una famiglia, una vera casa. Due anni prima, era partita con il marito per una crociera di un mese. James si era reso conto di quanto la presenza della governante gli fosse indispensabile. Già lo aveva avvertito di avere in mente una nuova crociera, per l'anno prossimo; un progetto che a James non piaceva affatto. «Presto avremo un ospite» le annunciò, alla fine.

Pauline continuò a pulire il tavolo, senza alzare gli occhi. Se si tratta di sua madre, pensava, ho già la scusa pronta: dirò che il mio ginocchio mi crea nuovi problemi. «Di chi si tratta?»

«Si chiama Lorna.» Pauline si bloccò, guardandolo sorpresa. «È la mia ex moglie.»

Lo sapevo che stava succedendo qualcosa, pensò lei. May, la caposala, e sua migliore amica, le stava lanciando misteriosi segnali riguardanti James da più di una settimana. Però mai avrebbe sospettato l'esistenza di un'ex signora Morrell.

«Capisco» annuì Pauline. Smise di pulire, e cominciò a preparare l'occorrente per fare dei panini. Prosciutto, formaggio, pane in cassetta. «Non sapevo che fosse stato sposato» aggiunse, frugando nel frigo alla ricerca del barattolo dei capperi. «Da non credere!»

«Una faccenda di molti anni fa» disse James, fingendo di leggere il giornale. «Era stata ricoverata dopo un incidente d'auto, ma non è ancora in grado di tornare a casa sua.»

«Dove?»

«In Scozia. È di Glasgow, ma ora abita altrove. Resterà qui per pochi giorni, e occuperà la mia stanza.»

«La sua stanza?»

James alzò gli occhi dal giornale. «È la più confortevole. Vede, non è ancora guarita del tutto. Le dispiace preparare un letto per me nell'altra stanza, riordinare la mia e il bagno annesso? Lorna è un po'...»

«Un po' cosa?»

«Esigente» rispose James. «Non è il suo telefono, Pauline?»

C'era un messaggio, infatti. Da May. "Caffè domani a metà mattina?"

"Impossibile causa lavoro" digitò Pauline. "Ospite in vista."

"Serve aiuto?"

Pauline pensò alla doccia di James che meritava da tempo una bella ripulita, al lavaggio e al cambio delle lenzuola, all'arrivo della ex moglie, e mentre James addentava uno dei panini, inviò la risposta. "Sì, per favore!"

May e Pauline erano amiche da anni. Entrambe irlandesi, si erano conosciute a Londra, nell'ospedale dove lavoravano, May infermiera, Pauline aiutante in Ginecologia. Un'amicizia consolidata nel tempo, estesa anche ai rispettivi mariti.

Fin dall'inizio, il dubbio che il dottor Morrell fosse lo stesso James di cui May parlava così bene aveva sfiorato Pauline. Ma prudentemente aveva taciuto.

L'istinto le suggeriva di non dire al probabile datore di lavoro che stava per assumere la migliore amica di May Donnelly, l'infermiera che lavorava con lui. C'era il rischio di perdere la buona opportunità di guadagno.              

La presenza di un'ex moglie è ben diversa da quella delle ragazze per una sera.

Pauline si dedicò con impegno alla casa, quasi l'ospite attesa fosse la madre di James. Usò la biancheria migliore, lucidò le posate. Stava pulendo il frigo a fondo, eliminando con l'occasione rimanenze giacenti da Natale, quando May la raggiunse, un mazzo di fiori freschi in mano.

«Pensa se James tornasse all'improvviso...»

«Nessun pericolo» disse l'amica. «È troppo impegnato, non sarà a casa prima di qualche ora. Presto, mettiamoci al lavoro.»

Prima di tutto, affrontarono la doccia. «E ricordati che l'anno prossimo, in questi giorni, staremo beatamente navigando sui sette mari» disse poi May, cominciando a spruzzare l'anticalcare sulle piastrelle. «Non dimenticarlo mai.»

Ogni mercoledì un nuovo capitolo!
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