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Emergenza: ex in corsia!

di CAROL MARINELLI

Ogni medico del Pronto Soccorso trema all'idea di poter riconoscere qualche paziente in questo reparto, persino il razionale ed efficiente dottor James Morrell. Rimane quindi doppiamente scioccato quando si imbatte in una donna priva di sensi identica alla sua ex moglie!

Lorna McClelland non sopporta di essere bloccata in un letto d'ospedale e di dover dipendere proprio dall'uomo che l'ha ferita di più. Tuttavia, una volta guarita, si rende conto che la passione che la lega a James è tutt'altro che sbiadita.

È stato proclamato lo stato d'emergenza! Livello di allerta: massimo. Consigli utili: barricarsi in casa, possibilmente in camera da letto.

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lettura da 7 minuti

«Quando l'abbiamo trovata era svenuta, ma il cuore batteva. L'arresto cardiaco si è verificato al momento di estrarla dal veicolo» spiegò il paramedico.

«Identificazione?» chiese May.

James, accigliato, continuò il massaggio al torace, rifiutando ogni aiuto.

«Lorna McClelland, trentadue anni, abitante in Scozia. È un medico, da quanto risulta dalla patente.»

«Come mai non era stata soccorsa?» chiese James.

Le sue prime parole, dopo l'ingresso in Rianimazione. Domanda superflua, pensò May. In fondo adesso dovevano pensare al presente, chissà perché James era così interessato a sapere le cause del ritardo.

«Non lo so» rispose l'infermiere dell'ambulanza. «Ci hanno avvertito circa mezz'ora fa, eravamo in mezzo a una confusione totale, indescrivibile.»

Khan, l'anestesista, controllò le pupille della paziente, si occupò della respirazione, richiese altri farmaci. James, invece, continuava meccanicamente il massaggio cardiaco, pallido e accigliato. May lo osservò perplessa. C'era qualcosa di strano, nel suo modo di fare. Lo scoprirò più tardi, pensò, notando le gocce di sudore che gli imperlavano la fronte.

Per caso conosceva già questa paziente?

Serviva aiuto. May chiamò Abby al telefono interno, e disse a Lavinia di sostituire James.

Lui non si oppose, arretrando. Udì vagamente May dire agli altri che quel giorno il dottor Morrell non si sentiva troppo bene; dopo percepì solo il segnale del monitor, oltre a un costante fruscio nelle orecchie.

Stavano tagliando gli abiti bagnati di Lorna, le calze strappate, gli indumenti intimi. Con una stretta al cuore, James vide su quel corpo pallido le cicatrici delle operazioni subite. D'istinto, sarebbe fuggito, ma rimase, assistendo all'inserimento del catetere, e voleva gridare di lasciarla in pace, sapendo quanto Lorna avrebbe detestato tutto questo. Voleva prenderla tra le braccia e portarla via, ma d'altra parte era giusto che continuassero a prendersi cura di lei.

May gli parlò da vicino. «James, vai nella stanza dei dottori, per favore. Sembri sul punto di svenire.»

«No... Resto.»

Non si era mai sentito così inutile, paralizzato dall'emozione. Eppure, nella sua professione, non è previsto emozionarsi, nei momenti difficili. Ma essere scaraventato di colpo nel passato lo aveva sconvolto.

L'incarnato di Lorna, già molto chiaro, era di un pallore impressionante. Perfino le labbra non avevano più colore. Solo i capelli, folti, lunghi, rosso scuro, spiccavano in tutto quel bianco. Non li aveva tinti, dopotutto. In realtà, non era cambiata affatto. Era la stessa snella, fragile ragazza che ricordava, estremamente riservata, che avrebbe respinto inorridita le intrusioni subite dal suo corpo per salvarle la vita.

La coperta termica non era sufficiente. Abby decise per un lavaggio addominale. Introdurre fluidi caldi per riportare lentamente nella norma la temperatura corporea. L'anestesista chiese di riscaldare anche l'esofago. Ma all'improvviso servì il defibrillatore.

Alla prima scarica, il magro torace della paziente si inarcò sopra il lettino come un fuscello. James si sentì mancare. Lorna non meritava davvero tutto questo!

May aveva capito. Non gli disse di andarsene, ma lo prese con decisione per un braccio, lo condusse nel suo studio. C'erano dei colleghi validi con la paziente, lo rassicurò, lasciandolo seduto dietro la scrivania, la testa tra le mani.

«May, restale accanto, per favore» mormorò. Era terribile, andare via, ma era giusto così. Non era obiettivo, nel curare Lorna, non lo era mai stato. E non poteva diventarlo adesso. Eppure voleva restarle vicino, non desiderava altro. «E se tutto fosse inutile...»

Lei si girò sulla porta. «Verrò a dirtelo.»

«Prima che si fermino.»

«Naturalmente.»

«Ma cos'ha James?» chiese Abby, appena May rientrò in Rianimazione.

«È qui dalle tre della scorsa notte. Aveva già accennato a un malessere, prima, mentre aspettavamo l'ambulanza.»

Un'ora più tardi, May chiamò di nuovo il marito. Il ritardo si prolungava, non doveva aspettarla per cenare insieme.

Un ritardo che si prorogò di altre due ore. James lo aveva predetto. La ripresa della paziente richiedeva tempi molto lunghi.

Il riscaldamento graduale aveva funzionato. Il cuore, in attesa di riprendere il battito autonomo, era collegato a un pacemaker esterno. Una rapida risonanza magnetica aveva evidenziato una sottile frattura al capo, con gonfiore cerebrale. Nel frattempo, la Polizia aveva rintracciato i parenti della paziente, per informarli sulla gravità della situazione.

La "vittima dimenticata", così definita dai notiziari televisivi, era ricoverata in Terapia Intensiva. Lottava per sopravvivere, insieme a dottori e infermieri che lottavano con lei.

«Che ne pensi, Abby?» chiese May, mentre lasciavano il reparto. In realtà, sapeva già che le prospettive di guarigione erano scarse.

«Abbiamo fatto il possibile, no?» mormorò la dottoressa, il bel volto serio. «Ma sembra che le speranze siano poche. Poverina, ha la mia stessa età, speriamo che i genitori arrivino in tempo.»

«Potrebbe farcela, l'abbiamo rianimata.»

«E a che servirà?» mormorò Abby, riempiendo di acqua un bicchiere di plastica. «Un lavoro di ore, e ha una frattura alla testa. Mi chiedo se potrà guarire completamente, forse non le facciamo un favore, tutto sommato» aggiunse. Bevve, poi schiacciò il bicchiere e lo gettò nel cestino. «Almeno i suoi avranno la possibilità di salutarla.»

E adesso devo dirlo a James, pensò May.

Non era andato a casa, come credevano gli altri. Era ancora seduto dove May lo aveva lasciato, senza neanche curarsi di accendere la lampada sulla scrivania.

Alzò il viso, segnato da un'angoscia profonda.

May avvicinò una sedia, gli sedette accanto. «È trasferita in Terapia Intensiva. Qualche costola rotta e una sottile frattura alla testa. Si è agitata, con l'aumento della temperatura. Khan teme il rischio di convulsioni, ha deciso di tenerla sedata, con farmaci adatti, almeno per quarantotto ore. La risonanza mostra gonfiore al cervello, ma in sostanza...»

«Dobbiamo aspettare per saperne di più» concluse.

May gli prese una mano. Non voglio dargli false speranze, pensava. «È così, però... Ecco, tutto potrebbe cambiare da un momento all'altro. La paziente è molto instabile, Khan e Abby non sembrano molto ottimisti circa la sua ripresa. Dai documenti rinvenuti nell'auto, la donna era a Londra per dei colloqui di lavoro. Speriamo che i suoi genitori arrivino prima possibile, la Polizia conferma che sono in viaggio.»

«Fantastico» commentò James, con un mezzo sorriso amaro.

May gli posò una mano sul braccio, sinceramente triste di vederlo così depresso. «Mi dispiace, James» mormorò. «La conosci, è vero?»

«Non la vedevo da dieci anni. Io lo sapevo che sarebbe successo qualcosa, oggi, non a lei, ovviamente, però sentivo che qualcosa non andava, subito dopo l'incidente... No, non ha senso, non è razionale» aggiunse poi, scuotendo il capo.

«Eppure certe intuizioni inspiegabili non sono rare» annuì May. «Pensa quante volte una madre si sveglia all'improvviso e corre dal suo bambino, un attimo prima che accada l'irreparabile, o un figlio si reca a casa del padre senza una ragione precisa, lo trova disteso sul pavimento e gli salva la vita.»

«Io avvertivo come un pericolo nell'aria...»

«E avevi ragione» ammise May, ormai decisa a sapere chi fosse quella diafana bellezza dai capelli rossi. «Dai documenti, quella paziente è un medico. Avevi lavorato con lei?» azzardò, anche se non l'aveva mai vista nel loro ospedale.

«La conosco dai tempi dell'università.»

«Infatti hai studiato in Scozia. Stesso corso?»

«No, Lorna si è laureata due anni dopo di me.»

James sta peggio di prima, pensò May. Quella ragazza doveva essere stata molto importante, per lui, non solo una compagna di studi più giovane.

Uno degli svantaggi di lavorare in un Pronto Soccorso è la possibilità incombente di vedere parenti o amici giungere a bordo di un'ambulanza. May era presente, quando il padre di James era stato colpito da un attacco di cuore, ma quella volta lo aveva visto reagire con molto coraggio, a differenza di quanto era accaduto oggi.

«Vi frequentavate, uscivate insieme?»

«Qualcosa di più» replicò lui, improvvisamente ansioso. «Devo vederla, subito, prima che arrivino i suoi genitori.»

«Ma certo, James, ti accompagno.»

Si avviarono verso gli ascensori. May bruciava dalla voglia di rivolgere a James la domanda fondamentale. Curiosità, certo, ma senza dubbio anche l'intento di aiutare James, come si aiuta un amico, un congiunto, o un paziente in un momento difficile. E per farlo, era necessario sapere.

«Chi è per te Lorna McClelland?»

James non rispose subito. Aspettò di trovarsi dentro l'ascensore che saliva verso il reparto di Terapia Intensiva. «È la mia ex moglie.»

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