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Dopo mezzanotte

di DAKOTA CASSIDY

"Mi chiedo dove tutto questo sia cominciato…"
Ecco una novella speciale, perché riguarda i personaggi e il prequel di due romanzi Romance firmati da Dakota Cassidy. Li trovi in edicola e sullo shop in febbraio e in aprile 2016.

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lettura da 29 minuti

“Mi hai dato buca!”
A Cathy venne la pelle d’oca al solo sentire la voce di Flynn. Chiuse la portiera dell’auto, si girò verso di lui ed esclamò: “E tu mi hai fatto licenziare. Hai vinto.”
“Quindi sei ancora arrabbiata con me?”
“No. Ora siamo pari.”
Flynn le sorrise e schioccò le labbra. “Hai ragione. Siamo pari. Ma fa male qui…” le disse portandosi una mano al cuore.
Cathy posò istintivamente la mano sul braccio di lui, per poi ritirarla subito non senza aver prima notato quanto i suoi muscoli fossero sodi. Che sensazione meravigliosa, toccarlo. “Sto scherzando. Era tardi quando ho lasciato il tuo palazzo. Non volevo correre il rischio di disturbarti,” gli spiegò.
Per un istante i suoi occhi furono attraversati da un lampo che Cathy non seppe interpretare. “Ascolta,” le disse. “Sono serio. Vorrei parlarti di mia madre. Tu le piaci molto, Cathy.”
Quelle parole scaldarono il cuore di Cathy: “Anche a me tua madre piace moltissimo.”
“Perfetto. Ti dispiacerebbe venire nel mio appartamento più tardi? O se preferisci, ci potremmo incontrare altrove, un posto dove si possa parlare in tranquillità.”
Cathy alzò la mano e si riparò gli occhi da un raggio di sole: “Che ne diresti di parlare ora? Stavo andando in clinica. Lì possiamo parlare anche con lei, no?”
Flynn diede una rapida occhiata al suo cellulare. Sembrava preoccupato: “Mi ammazzerebbe se sapesse che ho ti parlato di lei. Non vuole che ci si preoccupi e che qualcuno sia in pensiero per la sua salute. La conosco. E poi ora ho una riunione, non posso. Se però non ti senti a tuo agio a venire nel mio appartamento, possiamo vederci altrove.”
“Altrove? Oh, mio Dio, sembra l’appuntamento per un duello all’ultimo sangue” lo canzonò, spostandosi una ciocca di capelli dal viso.
“Hai dimenticato il nostro duello al caffè?”
“Giusto. Devo comunque venire nel tuo palazzo, nel pomeriggio. Ho un appuntamento alle cinque. Che ne dici di vederci alle sette? Se mi confermi, io parlo con tua madre, così sa che vengo a casa tua. E che, se mi succede qualcosa o mi costringi a fare cose che non voglio, tu sei responsabile!”.
Le orecchie di Flynn diventarono rosse. Alzò una mano e l’altra la portò al cuore: “Giuro di non farle del male, signorina. Ci vediamo alle sette in punto a casa mia.”
Cathy trattenne il respiro. Proprio non riusciva a capire il turbinio di sensazioni che la coglieva quando parlava con Flynn. Eppure si era sempre sentita a suo agio con gli uomini. Le piacevano molto e se flirtava aveva sempre lei il pieno controllo della situazione.
Tuttavia con Flynn le cose stavano diversamente. Non aveva mai avuto una reazione fisica così forte verso qualcuno che la irritava. Se ripensava al battibecco al caffè, si sentiva ribollire il sangue. Lui aveva il potere di farla sentire priva di armi, senza difese. Era quasi impossibile riprendere il controllo di se stessa con lui. Cathy si fece aria al viso con la rivista che aveva in mano e lo vide attraversare la strada, oltre il parcheggio. Jeans attillati e camicia bianca che metteva in risalto i muscoli.
Accidenti, era impossibile ignorare un uomo come Flynn McGrady!
“LaDawn Jackson. Ex maitresse.”
Cathy sedeva su una delle sedie del salotto dove le ragazze della Call Girls facevano pausa. C’erano muffin, caffè e una varietà infinita di sandwich. “Maitresse?”
La donna seduta di fronte a lei la guardò attraverso i suoi bellissimi occhi verdi e le sorrise con labbra a prova di bacio. Si era presentata prima, si chiamava Marybell Lyman. “Puttana, significa che prima faceva la puttana” le spiegò senza giri di parole.
LaDawn alzò gli occhi verso di loro ed esclamò: “Preferirei che si dica che prima tenevo compagnia a uomini soli e non che mi pagavano per farmi toccare il sedere.”
“Io mi chiamo Catherine Butler e prima gonfiavo palloncini a forma di animali ai grandi magazzini; poi ho fatto l’istruttrice di yoga, l’assistente di tae-kwon-do, l’impiegata, la dog-sitter e la giardiniera e in ultimo la barista. Non ho mai fatto la maitresse, ma sono stata un’aspirante spogliarellista, una volta. Ho usato il termine aspirante perché proprio non riuscivo a fare la pole-dance. Non sono mai andata d’accordo con i pali!”.
LaDawn rise, sposandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchio. “E dai, bella, sai davvero fare i palloncini a forma di animali?”
Cathy sorrise: “Certo!”
“Ne vorrei uno a forma di elefante viola da mettere nel mio ufficio. Per favore…”
“E così tu sei il nostro nuovo capo?” le chiese Marybell. Aveva una voce soave e flautata.
Ebbene sì, lei era il nuovo capo. Dopo una lunga notte insonne, Cathy aveva riflettuto a lungo sui suoi lavori disastrosi e aveva deciso di tentare e di accettare l’offerta di Landon. Ora coordinava una compagnia telefonica erotica e non le dispiaceva affatto, anzi, più ci pensava e più l’idea le piaceva. Il sesso era sesso, sia fatto al telefono che in camera da letto.
Non spettava a lei giudicare.
Era piuttosto la parte manageriale del suo lavoro, a spaventarla. Non aveva mai ricoperto una carica che le desse così tante responsabilità anche perché aveva sempre cercato di evitarle. Il senso di responsabilità aveva quasi ucciso sua madre.
Non le era mai piaciuto avere dei vincoli ben precisi. Darle la gestione di un ufficio di sole donne che facevano sesso telefonico con uomini a dir poco strani era per lei come aver dato le chiavi della macchina a un ragazzino di dieci anni.
Quando aveva accettato il lavoro, quella mattina, Landon aveva sorriso e l’aveva lasciata lì, a cavarsela da sola. Le aveva detto: “Stai serena, Kit-Cat. So quello che sto facendo.”
E lei aveva accettato perché lo doveva a sua madre, oltre che a se stessa.
Cathy annuì, divertita per la curiosità che suscitava nelle altre ragazze. Marybell le chiese: “Così ci ha detto Landon, che sei la nuova responsabile. Ma noi come ti dobbiamo chiamare? La rompiscatole? L’organizzatrice? La boss o il capo… insomma, dicci tu.”
“Idea: chiamiamola la Sacerdotessa del Sesso” chiosò LaDawn facendo scoppiare a ridere Cathy, che aveva ancora in mano il file con le regole della compagnia telefonica.
“A che cosa serve un’etichetta? Per metterla sulla targhetta davanti alla mia scrivania?” chiese per poi girarsi verso Marybell. “Allora, cara, qual è la tua… ehm… come la chiamate?”
“La mia specializzazione?” la aiutò Marybell, mentre scartava una caramella e gettava la carta nel cestino.
“Esatto, la tua specializzazione.” Specializzazione? Wow. Aveva tanto da imparare.
“Io sono la ragazze tutta miele e coccole. Faccio un po’ tutto. Invece LaDawn è una dominatrice. Ogni tanto la vedrai armeggiare con strani oggetti ed emettere strani rumori. Usa anche un campionatore per produrre quei suoni mentre i clienti sono in linea.”
La risata di LaDawn era contagiosa. “Eh già, chi l’avrebbe mai detto che sarei stata così brava a impartire ordini e a far schioccare il frustino?”
Cathy non riusciva ancora a credere a ciò che vedeva: le ragazze erano tutte soddisfatte del loro lavoro e sembravano felici. Sorridevano sempre e non si lamentavano mai. “Così piace a tutte lavorare per Landon, eh?” chiese.
LaDawn si fece seria ed esclamò: “È la cosa migliore che mi sia capitata dopo anni e anni di buio. Giuro. Mi ha raccolta dalla strada e mi ha chiesto di lavorare per lui. Quella sera ero stanchissima e camminavo con un tacco solo, perché l’altro mi si era rotto mentre lo davo in testa a John. Un disastro. Non mi sono mai pentita di aver seguito Landon. Non c’è niente che non farei per lui. Mi ha salvata dal baratro appena in tempo.”
Marybell si sistemò i braccialetti e senza guardare Cathy negli occhi cominciò a raccontare: “Landon… so che cos’hai provato quando ti ha offerto il lavoro qui da noi, Cathy. Lo abbiamo pensato tutte. Nessuna di noi poteva credere che esistessero persone buone e generose come lui. È il migliore degli uomini. Qui siamo libere, non c’è un orario da rispettare con rigore, tutto ciò che ci viene chiesto è di svolgere bene il nostro lavoro. Non ci sono altri vincoli.”
Eppure Cathy rimaneva scettica. Non perché non credesse alle parole delle ragazze, ma solo perché le sembrava tutto troppo bello per essere vero. Sul posto di lavoro, anche il miglior lavoro possibile, aveva qualcosa che non andava, che stonava. Tuttavia le ragazze della Call Girls non si lamentavano di nulla. Erano devote a Landon, come se fosse il loro angelo tutelare.
“Molto bene, ragazze! Vi prendo in parola, ma… alla prima mossa sbagliata, so a chi rivolgermi.” Risero tutte. Cathy fu attraversata da una piacevole sensazione di calore, come se si trovasse fra vecchie amiche. E si sentì parte di una grande famiglia. Parte di un qualcosa che avrebbe cambiato la sua vita per sempre.
Era assurdo. Non credeva alle favole e ai lieto-fine ma queste donne si erano tutte preoccupate di farla sentire a casa senza pretendere nulla in cambio. Era evidente. Nessuna l’aveva guardata male, anzi. L’avevano accolta da subito come una di loro. Cathy si accomodò alla sua scrivania, posando il file con le regole della compagnia. Strizzò l’occhio alle ragazze e disse loro: “Bene, signore, si parte!”.
Flynn sobbalzò quando sentì suonare il campanello. Era così profondamente immerso nel romanzo rosa che stava leggendo – uno di quelli che Cathy aveva prestato a sua madre – da aver perso la cognizione del tempo.
Seduto al divano dove aveva posato il lavoro a maglia di sua madre, Flynn nascose il libro nella lana di una sciarpa non ancora terminata. Si vergognava come un ladro. Diede un’occhiata furtiva al timer del microonde e si accorse che erano le sette. Era arrivata Cathy. Il pensiero di rivederla lo fece sorridere ma allo stesso tempo accigliare.
Cathy non era la donna che lui di solito frequentava. Anzi. Lei era la donna a cui non avrebbe mai chiesto un appuntamento. Era troppo confusionaria, si vedeva lontano un miglio che non riusciva ad attenersi alle regole. Mentre lui viveva di regole.
Appartenevano a due mondi diversi. Questo era il motivo per cui quando aveva capito che lei lo mandava in tilt, non lo faceva essere lucido, perdeva la voglia di vederla e il sorriso svaniva dalle sue labbra.
Non poteva sorridere pensando a Cathy.
E ricordati di non far l’idiota con lei. Sii gentile e affabile. Non fare il cascamorto anche se lei ti fa gli occhi dolci, e anche se ne varrebbe la pena…
Aveva pensato a lungo, troppo a lungo, a cosa ci faceva lei nell’edificio dove si trovava il suo appartamento. Da chi andava? Chi era il tipo con cui si vedeva?
A pranzo aveva notato due donne sedute al bar di fronte. Due donne che avevano un che di ambiguo. Una di loro sembrava pronta per andare a un concerto di Heavy Metal. Era uscita proprio dall’ascensore privato che portava al superattico. L’altra, una certa LaDawn – così l’aveva chiamata quella vestita da metallara – gli aveva fatto venire strani pensieri sull’attività che si svolgeva nel lussuoso appartamento all’ultimo piano.
Flynn si affrettò ad aprire la porta, ripromettendosi di rimanere lucido e cosciente e di non fare domande che non lo riguardassero. “Ciao, entra pure!” esclamò, cercando di usare un tono tranquillo. La scortò fino alla cucina e le spostò una sedia per farla accomodare.
Cathy si tolse il soprabito e si sistemò la maglietta striminzita che metteva in risalto il suo seno perfetto. Flynn distolse lo sguardo per posarlo sugli occhi di lei. Bellissimi occhi… che lanciavano fiamme. Occhi che dicevano tutto nonostante lei non avesse ancora aperto bocca.
“Vino?” le chiese.
Cathy sospirò. Un respiro profondo che lo spinse a domandarsi che cosa lo avesse provocato. “Sì, grazie, sono stanchissima! È stata una giornata lunga e… strana!”
Stappando la bottiglia di vino, Flynn si trattenne a stento dal chiederle di scendere nei particolari. Versò il vino in due calici, li posò sul tavolo e si accomodò di fronte a lei.
“Allora, mi dica cosa posso fare per lei, Mister. Flynn McGrady” esclamò mentre giocherellava con un ricciolo dei suoi lunghi capelli castani.
Quando sorrideva, Cathy sembrava donare se stessa e tutta la sua vitalità. Aveva un sorriso dolce ma caldo e pieno di vita.
Un sorriso pericoloso, McGrady. Non è il tuo tipo, lascia perdere.
Flynn si schiarì la voce, nella speranza di scacciare via i pensieri peccaminosi. “Ascolta,” cominciò a spiegarle. “Mi sento molto in colpa per quello che è successo l’altro giorno. So che mi hai detto di non pensarci, ma non ci riesco. Mia madre è molto affezionata a te, non aveva dato segni di miglioramento fino a quando sei arrivata tu. Non ci ero riuscito nemmeno io, e me ne vergogno un po’.”
Il viso di lei fu attraversato per un attimo da un’espressione triste. Doveva essergli costato molto chiedere il suo aiuto, pensò Cathy. Anche se lei e Flynn non erano mai andati d’accordo, Cathy amava Della e ci teneva molto alla sua salute. “Tua madre sta lottando strenuamente contro qualcosa che io non capisco, Flynn. Forse qualcosa che le è accaduto prima dell’incidente, forse no. Non sono un dottore e so che pensi che io sia matta. Tuttavia credo che questa sua lotta le impedisca di guarire del tutto e impedisce i progressi della riabilitazione. Non voglio sapere cose che non sono tenuta a sapere. Sono fatti vostri. Io credo che lei si senta sola. Tuo padre è morto solo un paio di anni fa e le infermiere mi hanno detto che tua sorella è in Afghanistan. Forse ha solo bisogno di sentire che qualcuno ci tiene a lei.”
“Concordo in pieno.”
Cathy sgranò gli occhi, sbattendo le lunghe ciglia e bevve un sorso di vino. Accidenti se era sexy!. Flynn ricambiò il sorriso, incapace di staccarle gli occhi di dosso. “Sembri sorpresa… è la prima volta che concordiamo su qualcosa, forse?”
“In effetti sono sorpresa. Concordi con la mia analisi. Un evento da festeggiare. Non è che adesso si mette a piovere?” gli strizzò l’occhio, alzando le braccia sulla testa e sollevando automaticamente i seni.
Flynn si sforzò di non guardare. “Mi sono comportato proprio da stronzo, l’altro giorno. Ero frustrato perché mamma sembrava far progressi solo con te. Forse questo mi ha dato noia, non so. A volte sembra che torni indietro di mesi e che gli sforzi di tutti siano vani. Comunque, ora mi sono stabilito qui e ci starò fino a quando non migliorerà.”
“Sei un figlio modello, Flynn. Ma io che cosa c’entro in tutto questo?” gli chiese scrollando le spalle. I capelli castani si mossero illuminandosi, grazie alle luci della cucina, in tanti fili dorati attorno al suo viso.
“Mia madre adora la tua compagnia. È felice quando vai a trovarla. L’ho vista. Dal momento che sei senza un lavoro, anche a causa del mio comportamento da idiota, stavo pensando che potresti lavorare per me.”
“Come, scusa?”
“Potresti lavorare per me. Occuparti di mia madre a tempo pieno. Leggere per lei, accompagnarla quando fa la riabilitazione e tutto ciò che le serve per stare meglio. Ti pagherò bene.”
Cathy aveva un’espressione affranta. Non era decisamente un buon segno. “Arrivi con un giorno di ritardo, Flynn.”
“Che vuoi dire?”
Cathy abbassò gli occhi e fissò il calice nel quale era rimasto ancora un po’ di vino. “Ho appena accettato un altro lavoro. Proprio oggi, a dirla tutta. Mi dispiace.”
“Un altro lavoro? Sarebbe?”
Ancora una volta Cathy evitò il suo sguardo. “Un impiego manageriale.”
Non chiederle altro, Flynn. Chiudi il becco. “Ah, e di cosa ti occupi esattamente?” Stupido che non sei altro, non dovevi chiederglielo!
“Mi occupo di cose che vanno organizzate…”
“Mmm, ascolta. Di qualunque lavoro si tratti, io raddoppio lo stipendio.”
Cathy spinse indietro la sedia e si rimise il soprabito. “Senti, Flynn, io voglio molto bene a tua madre. È una donna straordinaria. Ma sono sicura che non ha bisogno di me quanto piuttosto di voi familiari. Starà meglio molto presto, me lo sento, soprattutto ora che ci sei tu qui con lei. Io ho bisogno di un lavoro stabile, lo capisci, vero?”
Flynn si alzò chiedendosi per l’ennesima volta che genere di lavoro avesse accettato Cathy per rifiutare la sua offerta. C’era una nota disperata nel tono di voce di lei.
“Non c’è modo di farti cambiare idea?” le domandò.
Perché non le dici che lei è tutto ciò che desideri dalla vita? Perché è cosi, Flynn, ammettilo.

“Mi hai dato buca!”

A Cathy venne la pelle d’oca al solo sentire la voce di Flynn. Chiuse la portiera dell’auto, si girò verso di lui ed esclamò: “E tu mi hai fatto licenziare. Hai vinto.”

“Quindi sei ancora arrabbiata con me?”

“No. Ora siamo pari.”

Flynn le sorrise e schioccò le labbra. “Hai ragione. Siamo pari. Ma fa male qui…” le disse portandosi una mano al cuore.

Cathy posò istintivamente la mano sul braccio di lui, per poi ritirarla subito non senza aver prima notato quanto i suoi muscoli fossero sodi. Che sensazione meravigliosa, toccarlo. “Sto scherzando. Era tardi quando ho lasciato il tuo palazzo. Non volevo correre il rischio di disturbarti,” gli spiegò.

Per un istante i suoi occhi furono attraversati da un lampo che Cathy non seppe interpretare. “Ascolta,” le disse. “Sono serio. Vorrei parlarti di mia madre. Tu le piaci molto, Cathy.”

Quelle parole scaldarono il cuore di Cathy: “Anche a me tua madre piace moltissimo.”

“Perfetto. Ti dispiacerebbe venire nel mio appartamento più tardi? O se preferisci, ci potremmo incontrare altrove, un posto dove si possa parlare in tranquillità.”

Cathy alzò la mano e si riparò gli occhi da un raggio di sole: “Che ne diresti di parlare ora? Stavo andando in clinica. Lì possiamo parlare anche con lei, no?”

Flynn diede una rapida occhiata al suo cellulare. Sembrava preoccupato: “Mi ammazzerebbe se sapesse che ho ti parlato di lei. Non vuole che ci si preoccupi e che qualcuno sia in pensiero per la sua salute. La conosco. E poi ora ho una riunione, non posso. Se però non ti senti a tuo agio a venire nel mio appartamento, possiamo vederci altrove.”

“Altrove? Oh, mio Dio, sembra l’appuntamento per un duello all’ultimo sangue” lo canzonò, spostandosi una ciocca di capelli dal viso.

“Hai dimenticato il nostro duello al caffè?”

“Giusto. Devo comunque venire nel tuo palazzo, nel pomeriggio. Ho un appuntamento alle cinque. Che ne dici di vederci alle sette? Se mi confermi, io parlo con tua madre, così sa che vengo a casa tua. E che, se mi succede qualcosa o mi costringi a fare cose che non voglio, tu sei responsabile!”.

Le orecchie di Flynn diventarono rosse. Alzò una mano e l’altra la portò al cuore: “Giuro di non farle del male, signorina. Ci vediamo alle sette in punto a casa mia.”

Cathy trattenne il respiro. Proprio non riusciva a capire il turbinio di sensazioni che la coglieva quando parlava con Flynn. Eppure si era sempre sentita a suo agio con gli uomini. Le piacevano molto e se flirtava aveva sempre lei il pieno controllo della situazione.

Tuttavia con Flynn le cose stavano diversamente. Non aveva mai avuto una reazione fisica così forte verso qualcuno che la irritava. Se ripensava al battibecco al caffè, si sentiva ribollire il sangue. Lui aveva il potere di farla sentire priva di armi, senza difese. Era quasi impossibile riprendere il controllo di se stessa con lui. Cathy si fece aria al viso con la rivista che aveva in mano e lo vide attraversare la strada, oltre il parcheggio. Jeans attillati e camicia bianca che metteva in risalto i muscoli.

Accidenti, era impossibile ignorare un uomo come Flynn McGrady!

 

“LaDawn Jackson. Ex maitresse.”

Cathy sedeva su una delle sedie del salotto dove le ragazze della Call Girls facevano pausa. C’erano muffin, caffè e una varietà infinita di sandwich. “Maitresse?”

La donna seduta di fronte a lei la guardò attraverso i suoi bellissimi occhi verdi e le sorrise con labbra a prova di bacio. Si era presentata prima, si chiamava Marybell Lyman. “Puttana, significa che prima faceva la puttana” le spiegò senza giri di parole.

LaDawn alzò gli occhi verso di loro ed esclamò: “Preferirei che si dica che prima tenevo compagnia a uomini soli e non che mi pagavano per farmi toccare il sedere.”

“Io mi chiamo Catherine Butler e prima gonfiavo palloncini a forma di animali ai grandi magazzini; poi ho fatto l’istruttrice di yoga, l’assistente di tae-kwon-do, l’impiegata, la dog-sitter e la giardiniera e in ultimo la barista. Non ho mai fatto la maitresse, ma sono stata un’aspirante spogliarellista, una volta. Ho usato il termine aspirante perché proprio non riuscivo a fare la pole-dance. Non sono mai andata d’accordo con i pali!”.

LaDawn rise, sposandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchio. “E dai, bella, sai davvero fare i palloncini a forma di animali?”

Cathy sorrise: “Certo!”

“Ne vorrei uno a forma di elefante viola da mettere nel mio ufficio. Per favore…”

“E così tu sei il nostro nuovo capo?” le chiese Marybell. Aveva una voce soave e flautata.

Ebbene sì, lei era il nuovo capo. Dopo una lunga notte insonne, Cathy aveva riflettuto a lungo sui suoi lavori disastrosi e aveva deciso di tentare e di accettare l’offerta di Landon. Ora coordinava una compagnia telefonica erotica e non le dispiaceva affatto, anzi, più ci pensava e più l’idea le piaceva. Il sesso era sesso, sia fatto al telefono che in camera da letto.

Non spettava a lei giudicare.

Era piuttosto la parte manageriale del suo lavoro, a spaventarla. Non aveva mai ricoperto una carica che le desse così tante responsabilità anche perché aveva sempre cercato di evitarle. Il senso di responsabilità aveva quasi ucciso sua madre.

Non le era mai piaciuto avere dei vincoli ben precisi. Darle la gestione di un ufficio di sole donne che facevano sesso telefonico con uomini a dir poco strani era per lei come aver dato le chiavi della macchina a un ragazzino di dieci anni.

Quando aveva accettato il lavoro, quella mattina, Landon aveva sorriso e l’aveva lasciata lì, a cavarsela da sola. Le aveva detto: “Stai serena, Kit-Cat. So quello che sto facendo.”

E lei aveva accettato perché lo doveva a sua madre, oltre che a se stessa.

Cathy annuì, divertita per la curiosità che suscitava nelle altre ragazze. Marybell le chiese: “Così ci ha detto Landon, che sei la nuova responsabile. Ma noi come ti dobbiamo chiamare? La rompiscatole? L’organizzatrice? La boss o il capo… insomma, dicci tu.”

“Idea: chiamiamola la Sacerdotessa del Sesso” chiosò LaDawn facendo scoppiare a ridere Cathy, che aveva ancora in mano il file con le regole della compagnia telefonica.

“A che cosa serve un’etichetta? Per metterla sulla targhetta davanti alla mia scrivania?” chiese per poi girarsi verso Marybell. “Allora, cara, qual è la tua… ehm… come la chiamate?”

“La mia specializzazione?” la aiutò Marybell, mentre scartava una caramella e gettava la carta nel cestino.

“Esatto, la tua specializzazione.” Specializzazione? Wow. Aveva tanto da imparare.

“Io sono la ragazze tutta miele e coccole. Faccio un po’ tutto. Invece LaDawn è una dominatrice. Ogni tanto la vedrai armeggiare con strani oggetti ed emettere strani rumori. Usa anche un campionatore per produrre quei suoni mentre i clienti sono in linea.”

La risata di LaDawn era contagiosa. “Eh già, chi l’avrebbe mai detto che sarei stata così brava a impartire ordini e a far schioccare il frustino?”

Cathy non riusciva ancora a credere a ciò che vedeva: le ragazze erano tutte soddisfatte del loro lavoro e sembravano felici. Sorridevano sempre e non si lamentavano mai. “Così piace a tutte lavorare per Landon, eh?” chiese.

LaDawn si fece seria ed esclamò: “È la cosa migliore che mi sia capitata dopo anni e anni di buio. Giuro. Mi ha raccolta dalla strada e mi ha chiesto di lavorare per lui. Quella sera ero stanchissima e camminavo con un tacco solo, perché l’altro mi si era rotto mentre lo davo in testa a John. Un disastro. Non mi sono mai pentita di aver seguito Landon. Non c’è niente che non farei per lui. Mi ha salvata dal baratro appena in tempo.”

Marybell si sistemò i braccialetti e senza guardare Cathy negli occhi cominciò a raccontare: “Landon… so che cos’hai provato quando ti ha offerto il lavoro qui da noi, Cathy. Lo abbiamo pensato tutte. Nessuna di noi poteva credere che esistessero persone buone e generose come lui. È il migliore degli uomini. Qui siamo libere, non c’è un orario da rispettare con rigore, tutto ciò che ci viene chiesto è di svolgere bene il nostro lavoro. Non ci sono altri vincoli.”

Eppure Cathy rimaneva scettica. Non perché non credesse alle parole delle ragazze, ma solo perché le sembrava tutto troppo bello per essere vero. Sul posto di lavoro, anche il miglior lavoro possibile, aveva qualcosa che non andava, che stonava. Tuttavia le ragazze della Call Girls non si lamentavano di nulla. Erano devote a Landon, come se fosse il loro angelo tutelare.

“Molto bene, ragazze! Vi prendo in parola, ma… alla prima mossa sbagliata, so a chi rivolgermi.” Risero tutte. Cathy fu attraversata da una piacevole sensazione di calore, come se si trovasse fra vecchie amiche. E si sentì parte di una grande famiglia. Parte di un qualcosa che avrebbe cambiato la sua vita per sempre.

Era assurdo. Non credeva alle favole e ai lieto-fine ma queste donne si erano tutte preoccupate di farla sentire a casa senza pretendere nulla in cambio. Era evidente. Nessuna l’aveva guardata male, anzi. L’avevano accolta da subito come una di loro. Cathy si accomodò alla sua scrivania, posando il file con le regole della compagnia. Strizzò l’occhio alle ragazze e disse loro: “Bene, signore, si parte!”.

 

Flynn sobbalzò quando sentì suonare il campanello. Era così profondamente immerso nel romanzo rosa che stava leggendo – uno di quelli che Cathy aveva prestato a sua madre – da aver perso la cognizione del tempo.

Seduto al divano dove aveva posato il lavoro a maglia di sua madre, Flynn nascose il libro nella lana di una sciarpa non ancora terminata. Si vergognava come un ladro. Diede un’occhiata furtiva al timer del microonde e si accorse che erano le sette. Era arrivata Cathy. Il pensiero di rivederla lo fece sorridere ma allo stesso tempo accigliare.

Cathy non era la donna che lui di solito frequentava. Anzi. Lei era la donna a cui non avrebbe mai chiesto un appuntamento. Era troppo confusionaria, si vedeva lontano un miglio che non riusciva ad attenersi alle regole. Mentre lui viveva di regole.

Appartenevano a due mondi diversi. Questo era il motivo per cui quando aveva capito che lei lo mandava in tilt, non lo faceva essere lucido, perdeva la voglia di vederla e il sorriso svaniva dalle sue labbra.

Non poteva sorridere pensando a Cathy.

E ricordati di non far l’idiota con lei. Sii gentile e affabile. Non fare il cascamorto anche se lei ti fa gli occhi dolci, e anche se ne varrebbe la pena…

Aveva pensato a lungo, troppo a lungo, a cosa ci faceva lei nell’edificio dove si trovava il suo appartamento. Da chi andava? Chi era il tipo con cui si vedeva?

A pranzo aveva notato due donne sedute al bar di fronte. Due donne che avevano un che di ambiguo. Una di loro sembrava pronta per andare a un concerto di Heavy Metal. Era uscita proprio dall’ascensore privato che portava al superattico. L’altra, una certa LaDawn – così l’aveva chiamata quella vestita da metallara – gli aveva fatto venire strani pensieri sull’attività che si svolgeva nel lussuoso appartamento all’ultimo piano.

Flynn si affrettò ad aprire la porta, ripromettendosi di rimanere lucido e cosciente e di non fare domande che non lo riguardassero. “Ciao, entra pure!” esclamò, cercando di usare un tono tranquillo. La scortò fino alla cucina e le spostò una sedia per farla accomodare.

Cathy si tolse il soprabito e si sistemò la maglietta striminzita che metteva in risalto il suo seno perfetto. Flynn distolse lo sguardo per posarlo sugli occhi di lei. Bellissimi occhi… che lanciavano fiamme. Occhi che dicevano tutto nonostante lei non avesse ancora aperto bocca.

“Vino?” le chiese.

Cathy sospirò. Un respiro profondo che lo spinse a domandarsi che cosa lo avesse provocato. “Sì, grazie, sono stanchissima! È stata una giornata lunga e… strana!”

Stappando la bottiglia di vino, Flynn si trattenne a stento dal chiederle di scendere nei particolari. Versò il vino in due calici, li posò sul tavolo e si accomodò di fronte a lei.

“Allora, mi dica cosa posso fare per lei, Mister. Flynn McGrady” esclamò mentre giocherellava con un ricciolo dei suoi lunghi capelli castani.

Quando sorrideva, Cathy sembrava donare se stessa e tutta la sua vitalità. Aveva un sorriso dolce ma caldo e pieno di vita.

Un sorriso pericoloso, McGrady. Non è il tuo tipo, lascia perdere.

Flynn si schiarì la voce, nella speranza di scacciare via i pensieri peccaminosi. “Ascolta,” cominciò a spiegarle. “Mi sento molto in colpa per quello che è successo l’altro giorno. So che mi hai detto di non pensarci, ma non ci riesco. Mia madre è molto affezionata a te, non aveva dato segni di miglioramento fino a quando sei arrivata tu. Non ci ero riuscito nemmeno io, e me ne vergogno un po’.”

Il viso di lei fu attraversato per un attimo da un’espressione triste. Doveva essergli costato molto chiedere il suo aiuto, pensò Cathy. Anche se lei e Flynn non erano mai andati d’accordo, Cathy amava Della e ci teneva molto alla sua salute. “Tua madre sta lottando strenuamente contro qualcosa che io non capisco, Flynn. Forse qualcosa che le è accaduto prima dell’incidente, forse no. Non sono un dottore e so che pensi che io sia matta. Tuttavia credo che questa sua lotta le impedisca di guarire del tutto e impedisce i progressi della riabilitazione. Non voglio sapere cose che non sono tenuta a sapere. Sono fatti vostri. Io credo che lei si senta sola. Tuo padre è morto solo un paio di anni fa e le infermiere mi hanno detto che tua sorella è in Afghanistan. Forse ha solo bisogno di sentire che qualcuno ci tiene a lei.”

“Concordo in pieno.”

Cathy sgranò gli occhi, sbattendo le lunghe ciglia e bevve un sorso di vino. Accidenti se era sexy!. Flynn ricambiò il sorriso, incapace di staccarle gli occhi di dosso. “Sembri sorpresa… è la prima volta che concordiamo su qualcosa, forse?”

“In effetti sono sorpresa. Concordi con la mia analisi. Un evento da festeggiare. Non è che adesso si mette a piovere?” gli strizzò l’occhio, alzando le braccia sulla testa e sollevando automaticamente i seni.

Flynn si sforzò di non guardare. “Mi sono comportato proprio da stronzo, l’altro giorno. Ero frustrato perché mamma sembrava far progressi solo con te. Forse questo mi ha dato noia, non so. A volte sembra che torni indietro di mesi e che gli sforzi di tutti siano vani. Comunque, ora mi sono stabilito qui e ci starò fino a quando non migliorerà.”

“Sei un figlio modello, Flynn. Ma io che cosa c’entro in tutto questo?” gli chiese scrollando le spalle. I capelli castani si mossero illuminandosi, grazie alle luci della cucina, in tanti fili dorati attorno al suo viso.

“Mia madre adora la tua compagnia. È felice quando vai a trovarla. L’ho vista. Dal momento che sei senza un lavoro, anche a causa del mio comportamento da idiota, stavo pensando che potresti lavorare per me.”

“Come, scusa?”

“Potresti lavorare per me. Occuparti di mia madre a tempo pieno. Leggere per lei, accompagnarla quando fa la riabilitazione e tutto ciò che le serve per stare meglio. Ti pagherò bene.”

Cathy aveva un’espressione affranta. Non era decisamente un buon segno. “Arrivi con un giorno di ritardo, Flynn.”

“Che vuoi dire?”

Cathy abbassò gli occhi e fissò il calice nel quale era rimasto ancora un po’ di vino. “Ho appena accettato un altro lavoro. Proprio oggi, a dirla tutta. Mi dispiace.”

“Un altro lavoro? Sarebbe?”

Ancora una volta Cathy evitò il suo sguardo. “Un impiego manageriale.”

Non chiederle altro, Flynn. Chiudi il becco. “Ah, e di cosa ti occupi esattamente?” Stupido che non sei altro, non dovevi chiederglielo!

“Mi occupo di cose che vanno organizzate…”

“Mmm, ascolta. Di qualunque lavoro si tratti, io raddoppio lo stipendio.”

Cathy spinse indietro la sedia e si rimise il soprabito. “Senti, Flynn, io voglio molto bene a tua madre. È una donna straordinaria. Ma sono sicura che non ha bisogno di me quanto piuttosto di voi familiari. Starà meglio molto presto, me lo sento, soprattutto ora che ci sei tu qui con lei. Io ho bisogno di un lavoro stabile, lo capisci, vero?”

Flynn si alzò chiedendosi per l’ennesima volta che genere di lavoro avesse accettato Cathy per rifiutare la sua offerta. C’era una nota disperata nel tono di voce di lei.

“Non c’è modo di farti cambiare idea?” le domandò.

Perché non le dici che lei è tutto ciò che desideri dalla vita? Perché è cosi, Flynn, ammettilo.

Ogni mercoledì un nuovo capitolo!
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