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Capitolo 6

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Bethany era tornata ai Musei Vaticani mentre Andrea era in riunione, ma era più impegnata a pensare che a guardarsi intorno. Teoricamente questo era il suo ultimo giorno a Roma, e non avevano ancora parlato del futuro. Forse Andrea non sapeva neanche che il suo volo sarebbe decollato il giorno successivo.
Era una cosa a cui aveva cercato di non pensare, ma adesso non poteva farne a meno. Le avrebbe chiesto di restare? Oppure di tornare? L'avrebbe seguita negli Stati Uniti se l'avesse invitato? Sapeva di essere pronta a lasciare il lavoro per restare con Andrea, se gliel'avesse chiesto. Era una follia pura e semplice... ma si era innamorata di lui, ed era un'emozione molto più profonda, molto più ardente, di qualunque cosa avesse mai provato per l'ex marito. Al solo pensiero di lasciare Andrea si sentiva come se qualcuno le strappasse il cuore dal petto. Non osava neanche immaginare come sarebbe stato andarsene per davvero.
Però, nonostante tutte le cose meravigliose che le aveva detto, lui non aveva mai accennato a una relazione duratura. Non aveva mai detto di amarla e, anche se la chiamava amore mio, Bethany non sapeva se questa fosse un'espressione tipica degli italiani o se la intendesse in modo letterale. Forse aveva solo voluto svagarsi un po' durante il viaggio d'affari a Roma; in tal caso a quale scopo rimanere? Solo per restare legata a una relazione inesistente?
Non riusciva a credere di essersi innamorata di lui, e in realtà se tutte le sensazioni che le bruciavano dentro non fossero state così intense non ci avrebbe creduto. Forse era troppo sperare che anche lui provasse lo stesso, al di là dell'indubbia attrazione reciproca. Con lui sembrava tutto vero. Duraturo. Più reale di qualunque cosa avesse mai provato... ma si trattava di sentimenti, non di fatti, e la possibilità che lui non ricambiasse questi sentimenti la terrorizzava.
Era tanto assorta nei suoi pensieri che fece tardi nel tornare in albergo; le restava solo qualche minuto per cambiarsi prima che arrivasse l'auto mandata da Andrea.
Muovendosi freneticamente su e giù per la stanza, si accorse che c'era qualcosa che non andava soltanto quando aprì un cassetto per tirar fuori un paio di collant. Non c'erano più le pile ordinate di calzini da uomo che prima stavano accanto alle poche paia di calze che si era portata a Roma. Aprì un altro cassetto, perplessa. Erano spariti anche i boxer.
Bethany si guardò attorno, e questa volta notò vari dettagli che prima le erano sfuggiti. La valigia di Andrea non c'era più. Anzi, non c'era più niente di suo, proprio niente. E non aveva lasciato nessun biglietto. Chiamò la reception nella speranza che ci fosse un messaggio per lei, ma non c'era. Il fatto che l'auto promessa non arrivasse all'ora stabilita non fu quasi neanche una delusione. Andrea l'aveva lasciata. A Bethany sfuggì all'improvviso il controllo precario che aveva sul proprio cuore; sentì che si frantumava in miliardi di pezzi intorno a lei.
***
Esausto, Andrea si stropicciò gli occhi che gli bruciavano per la stanchezza. Era in volo da otto ore e tra poco meno di un'ora sarebbe atterrato a New York. Poteva solo pregare che Enrico fosse ancora vivo al suo arrivo in ospedale. Aveva cercato di lavorare durante il viaggio, consapevole del fatto che avrebbe dovuto addossarsi per qualche tempo ogni responsabilità legata alla banca, anche se Enrico si fosse svegliato. Ma non era riuscito a concentrarsi; continuava a pensare a suo fratello, all'infanzia e l'adolescenza che avevano condiviso a Milano, e questi pensieri scacciarono efficacemente le proposte d'affari e i numeri scritti sui fogli che aveva davanti a sé. Enrico non poteva morire.
***
Andrea si fece portare in ospedale direttamente dall'aeroporto; una telefonata nel frattempo gli aveva confermato che Enrico era vivo, sebbene ancora in coma.
L'infermiera di turno lo informò che Gianna era seduta al capezzale di Enrico senza toccare cibo da ore. Andrea le portò da mangiare, sapendo che suo fratello sarebbe andato su tutte le furie se non si fosse preso cura di lei durante questa lunga ed estenuante veglia. Ora che le condizioni di suo fratello erano stabili, Andrea si rifiutava anche solo di prendere in considerazione la possibilità che non si risvegliasse.
Dopo aver parlato con i dottori ed essersi occupato di Gianna, era ormai troppo tardi per chiamare Roma. A quell'ora Bethany sarebbe stata a letto, ma lui non ce la faceva ad aspettare che per lei fosse mattino. Aveva disperatamente bisogno di sentire la sua voce, di raccontarle del fratello; aveva bisogno di sentire le parole rassicuranti che lei, con il suo cuore tenero, gli avrebbe detto.
Al momento, però, aveva ancora più bisogno di una doccia e di cambiarsi, quindi si diresse verso l'albergo che gli aveva prenotato l'assistente. Fu solo dopo una doccia rigenerante, quando stava cercando qualcosa da mettersi, che la sua mente offuscata dal sonno si rese conto che tutti i suoi vestiti erano stati portati via dalla stanza di Bethany.
Accidenti! Bethany avrebbe pensato che l'aveva lasciata senza dirle niente. Ma cos'era passato per la testa al suo assistente? Gli era almeno venuto in mente di lasciare un messaggio? Andrea gli telefonò e scoprì che non l'aveva fatto. Uno sguardo furibondo all'orologio confermò che in Italia era ancora notte. Non poteva certo chiamare a quell'ora, e comunque Gianna aveva bisogno di compagnia e sostegno durante la veglia.
Tornò in ospedale, contando le ore che lo separavano dal parlare con Bethany. Provò a telefonare a mezzanotte, sperando che fosse già sveglia.
Frastornato com'era dalla mancanza di sonno, quasi non riuscì a comprendere quando dalla reception gli dissero che Bethany aveva lasciato l'albergo. Se n'era andata perché si era sentita ferita da lui? Questa possibilità lo faceva star male, ma purtroppo era plausibile.
All'improvviso si rese conto di non sapere né quando sarebbe dovuta tornare a casa, né tantomeno dove abitasse di preciso. Gli aveva raccontato del matrimonio fallito, della famiglia e persino del lavoro, ma la sua città l'aveva menzionata una volta sola, e non gli aveva mai detto in quale Stato vivesse. Per quanto fosse difficile da credere, avevano trascorso solo pochi e brevi giorni insieme, non abbastanza per imparare tutte le cose importanti uno dell'altra. Non le aveva chiesto come mettersi in contatto con lei negli Stati Uniti perché non aveva avuto nessuna intenzione di permetterle di lasciare l'Italia... di lasciare lui. Ed era sicuro, che non aveva voluto andarsene. Adesso la doveva trovare.
***
Bethany finì di controllare i documenti finanziari per l'appuntamento successivo e sistemò ordinatamente i fogli da far firmare al centro della scrivania. Era tornata da Roma da più di una settimana, ma ancora non si era riabituata alla routine. Proprio quando voleva immergersi nel lavoro, si accorgeva che la sua capacità di concentrarsi andava a farsi benedire.
Si sentiva ancora devastata dalla fine brusca e improvvisa della sua relazione con Andrea. Era rimasta sveglia quasi tutta la notte dopo aver capito che non sarebbe tornato all'albergo, e durante il volo non aveva dormito affatto. Nonostante ciò, il suo cuore cocciuto l'aveva spinta a provare a contattarlo, una volta tornata a casa. Aveva telefonato alla filiale di Milano, visto che le aveva detto di abitare lì per gran parte dell'anno, ma la segretaria si era rifiutata di darle il numero privato di Andrea. Quando aveva chiesto di lasciare un messaggio, si era sentita dire che il signor di Rinaldi era partito per New York e che non si sapeva quando sarebbe tornato.
Era chiaro che si era presentato qualche problema di lavoro, ma il fatto che l'avesse lasciata così, senza spiegazioni, le faceva capire di non significare niente per lui. Avrebbe giurato che non si trattava solo di sesso, per quanto fantastico, che erano fatti l'uno per l'altra. Ma si era sbagliata.
Era tutto finito.

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