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Capitolo 12

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Jade barcollò come se lui l'avesse schiaffeggiata. «Che cosa? No!»

Il cuore di Edoardo sembrava non battere più. «Quindi non hai un fidanzato?»

«Pensi davvero che avrei potuto avvicinarmi a te in quel modo, se avessi avuto un fidanzato?» Chiuse gli occhi un istante e, quando li riaprì, un velo di cinismo scese sulla delicatezza e l'armonia dei suoi tratti. «Ma certo che lo pensi. E penserai anche di peggio, ne sono sicura. Da un lato sei un giocatore e, come tale, vorresti far credere che il fine giustifica i mezzi. Dall'altro, però, non puoi fare a meno di considerarmi una poco di buono.»
Edoardo avrebbe voluto gridarle in faccia che non era così, che non pensava nulla del genere di lei. Ma non sapeva più chi era, né cosa pensava. «Chi altro potresti amare a tal punto? Non può essere qualcuno della tua famiglia...»

«Perché sono figlia di padre ignoto?»

Una sensazione rovente lo percorse. Una sensazione che non aveva mai provato prima.

Vergogna.

Si era sempre vantato di essere giusto, anche nella vendetta. Ma era stato tutt'altro che giusto con Jade quando le aveva rinfacciato le sue origini e l'aveva attaccata con il peggiore degli insulti per fermare la reazione a catena di dolore dentro di lui. E questo l'aveva ferito anche di più.
Adesso avrebbe voluto prenderla fra le braccia, coprire il proprio volto di rimorso e implorare il suo castigo per espiare le proprie colpe. Ma non poteva. Lei non era la sua donna. Non più. Mai più.

Strinse i denti. «Intendevo dire che non hai parenti stretti.»

«Te lo dirò, se mi darai la tua parola che non lo coinvolgerai. Lui non sa che sono qui, non sa cosa sto facendo. Non ha niente a che vedere con tutto questo.»

«Per l'ennesima volta, Jade, ti ricordo che non sei nella posizione per dettare condizioni.»

Lei lo trafisse con lo sguardo. «La tua parola, Edoardo.»

Sbuffò. «E ti fideresti?»

Gli occhi di Jade si spalancarono, come se lui le avesse appena chiesto qualcosa di inimmaginabile. Deglutì a fatica. «Sì.»

Anche Edoardo deglutì a fatica l'euforia e la confusione date da quella risposta. «Allora d'accordo, hai la mia parola.»

Lei annuì, come se il suo gesto siglasse un giuramento vincolante. «Lui... era il miglior amico di mia madre. Lei morì in un incidente d'auto quando io avevo otto anni e, anche se lui era sposato da poco, mi prese con sé, crescendomi come se fossi figlia sua.»

Non gli aveva mai parlato della sua famiglia prima, se non per accennare al fatto di aver perso la madre e di non aver mai conosciuto il padre. Edoardo aveva capito subito che il passato la metteva a disagio e a lui interessava solo il futuro, così non aveva indagato oltre. Adesso, però, voleva sapere tutto. «Come si chiama?»

«Richard Donnelly.»

«Quindi non ti ha adottata.»

«Avrebbe voluto, ma io ho preferito mantenere il cognome di mia madre. E sebbene continui a chiamarlo zio, come facevo quando mia madre era ancora viva, lui è mio padre in tutto e per tutto.» Fece un respiro incerto. «Questo accadeva prima che sua moglie avesse dei figli. Adesso ne hanno cinque, due dei quali hanno meno di dieci anni. Lavoravo con lui finché non sono venuta qui.»

«Il tuo curriculum dice che prima di questo incarico lavoravi alla DigiPrime. La conosco bene quella società e non ho mai sentito parlare di nessun Richard Donnelly che ne faccia parte.»

«La DigiPrime assorbì la sua società due anni fa. Io non persi il posto e provai a riconquistare la nostra indipendenza.»

Edoardo si accigliò. «Allora, dimmi: come ha fatto a perdere l'azienda e a contrarre un debito così ingente?»

Gli occhi di Jade si riempirono di lacrime. «Scoprì di avere un cancro tre anni fa. Nonostante i medici gli avessero assicurato una guarigione totale, Richard fu colto dal panico. Nel disperato tentativo di garantire un futuro alla famiglia nell'eventualità del suo decesso, fece alcuni investimenti affrettati che si rivelarono disastrosi. Poi, per colmare il deficit che si era creato, chiese ingenti prestiti a condizioni sempre più da strozzinaggio, fino a quando cominciò ad emettere assegni a vuoto e le cose gli sfuggirono di mano. Infine, quattro mesi fa, un rivale in affari ha comprato i suoi debiti e ha minacciato di intraprendere un'azione legale nei suoi confronti. E lui... ha avuto un infarto.»

Un silenzio opprimente scese su di loro quando l'ultima parola pronunciata da Jade si spense.

Edoardo inspirò a fondo. «Così sei venuta a spiare me per aiutare il tuo benefattore, progettando di vendere i miei segreti al miglior offerente. Potevo essere io quel migliore offerente, Jade? Volevi darmi la possibilità di riscattare la sopravvivenza della mia compagnia?»

«Non... non è così. Non è stata un'idea mia. E io non ho mai avuto intenzione di vendere i tuoi segreti. Io stavo per...»

Le afferrò un braccio, il bisogno di crederle che cresceva a livelli insopportabili. «Cosa stavi per fare, Jade?»

I suoi occhi si infiammarono di preoccupazione. Poi, d'improvviso, tutto svanì. «Niente. Sarebbe solo la mia parola, in ogni caso. Che non significa nulla per te.»

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